Auto, Urso corteggia i produttori cinesi: aiuti a chi apre le fabbriche
dal nostro inviato Diego LonghinGINEVRA — Il governo italiano corteggia i cinesi di Byd, ma il colosso dell’auto elettrica di Shenzen dà la precedenza all’Ungheria. I rapporti con l’esecutivo Meloni ci sono stati, come ha spiegato l’amministratore delegato di Byd Europe, Michael Shu, in un’intervista all’agenzia Bloomberg. «Siamo stati contattati dall’Italia», ha detto dal Salone dell’Auto di Ginevra che ha riaperto i battenti dopo il Covid. Relazioni che non hanno prodotto risultati per ora: Byd aprirà in Europa il primo stabilimento auto in Ungheria, dove ha già una fabbrica per la produzione di bus. L’Italia rimane in pista, forse, per un secondo sito, dopo che verrà completato quello a Szeged nel 2027.
La stessa Byd, da Ginevra, sottolinea che i rapporti «sono cessati»…
GINEVRA — Il governo italiano corteggia i cinesi di Byd, ma il colosso dell’auto elettrica di Shenzen dà la precedenza all’Ungheria. I rapporti con l’esecutivo Meloni ci sono stati, come ha spiegato l’amministratore delegato di Byd Europe, Michael Shu, in un’intervista all’agenzia Bloomberg. «Siamo stati contattati dall’Italia», ha detto dal Salone dell’Auto di Ginevra che ha riaperto i battenti dopo il Covid. Relazioni che non hanno prodotto risultati per ora: Byd aprirà in Europa il primo stabilimento auto in Ungheria, dove ha già una fabbrica per la produzione di bus. L’Italia rimane in pista, forse, per un secondo sito, dopo che verrà completato quello a Szeged nel 2027.
La stessa Byd, da Ginevra, sottolinea che i rapporti «sono cessati» dopo la scelta dell’Ungheria. E il secondo impianto quando si farà? «Dipende dalle vendite», dice l’ad Shu. «Stiamo facendo buoni progressi, ma è presto per dirlo». Insomma, il premier Orban si può già definire «partner di Pechino», la presidente Meloni no.
Il lavoro del ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, e della task force che sta prendendo contatto con tutti i possibili costruttori cinesi, non ha ancora prodotto risultati. L’inchiesta aperta dalla Commissione europea sui produttori cinesi è una leva per attrarre i costruttori: basta agitare il rischio che possano aumentare le tariffe di importazione in futuro. Proprio Byd - secondo il Financial Times - ha respinto le accuse di Bruxelles. Il successo delle auto elettriche non sarebbe dovuto ai sussidi ricevuti dallo Stato, ma dagli investimenti fatti in anticipo. Intanto meglio mettersi al riparo dal rischio dazi con una fabbrica nella Ue.
Il governo Meloni mette sul piatto incentivi e una serie di stabilimenti dismessi da Nord a Sud, non solo del settore auto. Siti che potrebbero essere reindustrializzati.
Un esempio? Termini Imerese in Sicilia. Diversi i produttori del Paese del Dragone corteggiati. In ballo c’è il gruppo Chery, che ha storici rapporti con il marchio Dr, ma vuole aprire una sua fabbrica. E sta pensando all’Italia come approdo. «Abbiamo intenzione di costruire uno stabilimento in Europa – ha spiegato a dicembre Tony Wang-Gang, responsabile marketing del marchio Omoda – l’Italia è tra le possibili opzioni». Se si chiede ad Andrea Bartolomeo, vice president e country manager di Saic Motor Italy, a Ginevra per seguire il marchio MG e il lancio della nuova MG3, la risposta è simile: «Vogliamo aprire uno stabilimento in Europa - racconta - l’Italia è un mercato importante, dove stiamo facendo numeri rilevanti. Paese che è nella short-list degli Stati dove realizzare la fabbrica». Non sarebbe però nella testa di lista causa i problemi legati alla scarsa competitività e ai costi più alti, soprattutto energetici, rispetto ad altri.
Il ministro Urso rimane abbottonato sui possibili sviluppi: «Vogliamo migliorare l’attrattività del Paese anche per il settore dell’automotive. In Europa siamo gli unici ad avere un unico produttore. Abbiamo contatti in corso con diverse case automobilistiche». La task force del ministero guarda anche a Tesla, oltre ai gruppi giapponesi dopo la visita di Meloni a Tokyo.
I sindacati? Per Gianluca Ficco della Uilm l’arrivo di un produttore cinese «rappresenta un’opportunità, ma ora bisogna concentrarsi sul rilancio dell’industria presente », mentre la Fiom-Cgil con Samuele Lodi rimarca «la criticità tutta italiana di avere un solo costruttore». Roberto Di Maulo, segretario generale della Fismic-Confsal: «Sono contento che Byd abbia contatti con il governo, ma il Paese ha bisogno di politiche industriali, non di cavalli di Troia cinesi».