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Usa-Europa, si allarga il gap sulle tecnologie

(reuters)
Sull’intelligenza artificiale gli investimenti americani sono 50 volte quelli del Vecchio continente. Una progressiva perdita di competitività che pregiudica le opportunità di sviluppo
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Gli investimenti in ricerca e sviluppo in Europa sono un quinto di quelli in America e la metà della Cina. E sull’intelligenza artificiale gli investimenti negli Usa sono 50 volte quelli europei. Risultato è l’ormai incolmabile perdita di supremazia nei settori più vitali e quindi dell’opportunità che da questi comparti possano uscire più ricchezza, produzione, crescita in Europa, con tutte le conseguenze in termini di sviluppo macroeconomico e di redditi individuali. A lanciare l’allarme sul Financial Times è Yann Coatanlem, economista nato a Reims, presidente del think-tank francoamericano Praxis, che è andato a spulciarsi i dati sull’R&D di migliaia di aziende in tutto il mondo e ha tratto conclusioni imbarazzanti per il Vecchio continente.

L’azienda europea che ha investito di più nel 2023, grazie all’auto elettrica, è la Volkswagen con 18,9 miliardi di euro. Una montagna di soldi, ma Google ha investito il doppio (37,1 miliardi) seguita da Meta (31,5), Microsoft (25,5), App…

Gli investimenti in ricerca e sviluppo in Europa sono un quinto di quelli in America e la metà della Cina. E sull’intelligenza artificiale gli investimenti negli Usa sono 50 volte quelli europei. Risultato è l’ormai incolmabile perdita di supremazia nei settori più vitali e quindi dell’opportunità che da questi comparti possano uscire più ricchezza, produzione, crescita in Europa, con tutte le conseguenze in termini di sviluppo macroeconomico e di redditi individuali. A lanciare l’allarme sul Financial Times è Yann Coatanlem, economista nato a Reims, presidente del think-tank francoamericano Praxis, che è andato a spulciarsi i dati sull’R&D di migliaia di aziende in tutto il mondo e ha tratto conclusioni imbarazzanti per il Vecchio continente.

L’azienda europea che ha investito di più nel 2023, grazie all’auto elettrica, è la Volkswagen con 18,9 miliardi di euro. Una montagna di soldi, ma Google ha investito il doppio (37,1 miliardi) seguita da Meta (31,5), Microsoft (25,5), Apple (24,6). La prima azienda europea in concorrenza con i colossi dell’hi-tech è la software house tedesca Sap con 6,1 miliardi di investimenti. Anche dall’Asia la concorrenza è martellante: la cinese Huawei ha investito 20,9 miliardi, la coreana Samsung 18,5.

Il confronto tra Stati Uniti ed Europa

Coatanlem attribuisce la perdita di competitività europea alla maggior flessibilità negli Usa del mercato del lavoro. Stefano Scarpetta, direttore per l’occupazione dell’Ocse, allarga lo sguardo: «Le ingenti risorse in campo nella corsa spasmodica verso i modelli di AI generativa più performanti, sottolineano capacità di adattamento ma anche forte predisposizione per le tecnologie di frontiera, pur nella consapevolezza che molti investimenti non daranno i risultati sperati: si accetta che l’80% delle startup finanziate falliscano o raggiungano a malapena il pareggio». Questione di cultura del rischio: «Già Schumpeter sottolineava che l’innovazione è un processo di distruzione creatrice, la “mutazione industriale che rivoluziona incessantemente dall’interno la struttura economica”. L’Europa tende a privilegiare l’investimento in tecnologie più mature, basta vedere il numero di startup e di “unicorni” sulle due sponde dell’Atlantico. Sono anche minori le opzioni di finanziamento, malgrado l’aumento del crowdfunding: ci sono in Europa diversi attori nelle fasi iniziali, ma manca la possibilità di crescita. È pur vero che un marketplace o un social network difficilmente possono accedere contemporaneamente a tutti i Paesi europei».

Insomma «restiamo dei follower», sintetizza Stefano Micossi, economista della Luiss: «Una piattaforma era nata in Europa, la svedese Spotify, ed è corsa a quotarsi a New York per la certezza di totalizzare multipli molto maggiori». Non a caso, per superare il problema delle dimensioni e della frammentarietà del mercato, gli appelli lanciati in questi giorni da Ursula von der Leyen, da Paolo Gentiloni, da Mario Draghi che sta preparando un rapporto sulla competitività ad uso della prossima Commissione, vanno tutti nella stessa direzione: «Dobbiamo intanto poter contare su programmi comunitari di sviluppo e coesione, ma soprattutto pensare europeo, uniformare gli standard e migliorare l’integrazione e la comunicazione interne, se vogliamo dare una scossa alla competitività e alla produttività che ne è una delle due componenti fondamentali insieme alla ricerca e sviluppo», afferma Patrizio Bianchi, economista dell’Università di Ferrara e lunga esperienza di politica economica, dall’Iri di Prodi al governo Draghi. Non è però semplice recuperare, come ha ricordato Isabel Schnabel del board Bce nella sua lecture di febbraio a Firenze: «Fra il 1995 and 2007, il Pil prodotto per ora di lavoro ha cominciato a crescere visibilmente negli Usa mentre rallentava e diventava diseguale nell’area euro. Al momento della crisi del 2008 le economie europee avevano già accumulato perdite del 20% rispetto all’America e l’aumento di produttività era sceso allo 0,8% annuo, dopodiché la differenza ha continuato ad accentuarsi».

In Italia tutto questo è aggravato dalla crisi demografica, la peggiore dell’Occidente. «Dal 2014 la popolazione è in diminuzione, e non basta più neanche il contributo dei migranti a frenare la discesa dovuta al calo delle nascite (in dieci anni i residenti sono passati da 60,8 a 58,9 milioni, ndr)», spiega Alessandro Rosina, demografo della Cattolica. «Una popolazione che invecchia, se ci conforta perché la vita si allunga, comporta inevitabilmente una debacle economica: l’allungamento dell’età pensionabile aumenta la forza lavoro anziana, per definizione meno produttiva e aperta al nuovo, dall’altro lato la diminuzione dei giovani comprime il numero di quanti avrebbero l’energia e l’intraprendenza per migliorare produttività e competitività».

Sommando le croniche carenze in R&S, la situazione si complica e tende ad avvitarsi. «La carenza di opportunità nell’industria, dove si “annida” la crescita della produttività, fa sì che i giovani finiscano con l’accettare impieghi nei servizi spesso inferiori alle loro capacità», riflette l’economista Innocenzo Cipolletta, già direttore generale della Confindustria. Sta di fatto che fra le prime mille aziende classificate per R&S, solo 44 sono in Italia con un investimento di 7,5 miliardi. In Francia le aziende sono 147 con 33,4 miliardi investiti in ricerca e sviluppo l’anno scorso, in Germania 291 con 106,6 miliardi. Sono dati ufficiali dell’Investment Scoreboard 2023 dell’Ue, e parlano da soli.

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