La frenata pericolosa dell’Europa verde
di Eugenio OccorsioMatteo Salvini, la scorsa settimana, ha bollato come «l’ennesima follia europea» la direttiva sulle case “green”. Invece è una boccata d’ossigeno per spezzare una catena di fatti e circostanze che sembravano contrassegnare una stagione di inquietante “riflusso” sui cambiamenti climatici. Tanto che alle preoccupazioni sul “greenwashing”, il malvezzo di dare un’infarinatura di sostenibilità a qualsiasi progetto, si sono aggiunte quelle sul “greenwishing”, la paura che gli obiettivi “verdi” siano così ambiziosi da risultare irraggiungibili.
[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Net zero: le sfide dell'Europa]]
I tanti rallentamenti
Gli esempi di un rallentamento non mancano. Della Carbon frontier tax, una specie di dazio che dovrebbe penalizzare le esportazioni in Europa da Paesi “non green”, si parla da dieci anni, ma nulla ancora si vede. «Abbiamo dato già nel 2022 alla Commissione gli elementi per attuare la misura senza esitazioni», conferma Vincenzo Visco, docente di Scienza dell…
Matteo Salvini, la scorsa settimana, ha bollato come «l’ennesima follia europea» la direttiva sulle case “green”. Invece è una boccata d’ossigeno per spezzare una catena di fatti e circostanze che sembravano contrassegnare una stagione di inquietante “riflusso” sui cambiamenti climatici. Tanto che alle preoccupazioni sul “greenwashing”, il malvezzo di dare un’infarinatura di sostenibilità a qualsiasi progetto, si sono aggiunte quelle sul “greenwishing”, la paura che gli obiettivi “verdi” siano così ambiziosi da risultare irraggiungibili.
[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Net zero: le sfide dell'Europa]]
I tanti rallentamenti
Gli esempi di un rallentamento non mancano. Della Carbon frontier tax, una specie di dazio che dovrebbe penalizzare le esportazioni in Europa da Paesi “non green”, si parla da dieci anni, ma nulla ancora si vede. «Abbiamo dato già nel 2022 alla Commissione gli elementi per attuare la misura senza esitazioni», conferma Vincenzo Visco, docente di Scienza della Finanze alla Sapienza e membro con una decina di esperti europei del comitato tecnico incaricato da Bruxelles di limare il provvedimento. «Abbiamo fatto un lavoro accurato fino ai dettagli, per esempio, dei giocattoli cinesi che adottano vernici pericolose». Un’altra fonte di introiti “ecologici”, il mercato degli Ets (i titoli per inquinare), è stata usata occasionalmente per finanziare i sussidi anti-Covid, ma attende anch’essa di andare a regime per gli scopi per cui è stata creata.
la grande torta dei finanziamenti europei
Le colpe della politica
La politica è la prima “frenatrice”: «L’olandese Frans Timmermans ha lasciato la vicepresidenza della Commissione per puntare su una candidatura in patria basata sui programmi ambientali, che nei Paesi Bassi godevano di un humus favorevole – racconta l’economista Innocenzo Cipolletta – È finita con una batosta elettorale, che fa il paio con la perdita di consensi dei verdi tedeschi. In Portogallo poi i populisti di destra del partito Chega (“Basta!”), dichiaratamente negazionisti sul clima, sono passati dal 7 al 18% nel voto del 10 marzo». Non stupisce che la Bce si sia trovata spiazzata quando ha raccomandato alle banche di selezionare i titoli da comprare secondo l’impegno ambientale: «Diversi banchieri si sono inalberati – spiega Brunello Rosa, docente alla London School of Economics – chiedendo all’Eurotower di limitarsi a vigilare sulla sostenibilità finanziaria senza allargarsi a quella ambientale».
Ogni incidente di percorso segnala un arretramento, come le aperture sull’uso dei pesticidi concesse dall’Ue agli agricoltori in lotta, «che però già limitano al minimo i fitofarmaci – obietta Alessandro Apolito, responsabile degli accordi di filiera in Coldiretti – e poi va considerato che oltre 50 varietà di prodotti pericolosi, usati ampiamente fuori Europa, sono già vietati». Mentre non si spengono le polemiche per l’inserimento del nucleare di nuova generazione nella “tassonomia” dell’Ue sulle fonti plausibili, lievitano i costi della transizione: il NextGenEu prevede 298,6 miliardi, il 37% dell’intero programma (806,9 miliardi), ma da fonti della Commissione trapela la cifra-shock di 3.500 miliardi per l’intero processo (fino al 2050 delle emissioni zero), di cui 650 in Italia. Il Centro studi Confindustria ne stima addirittura 1.100 per la nostra economia.
La linea dell’Europa che convince
Malgrado tutto, l’economista Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’Alleanza per lo sviluppo sostenibile che ha appena ricevuto dal presidente Mattarella un attestato di stima e incoraggiamento, non è pessimista e rigetta la versione “disfattista”: «L’Europa ha tracciato una linea contro l’impatto dei cambiamenti climatici a cui tutto il mondo aderisce, perfino i cinesi, che anzi sono diventati protagonisti: stanno chiudendo le centrali a carbone e hanno realizzato un accumulatore di energia rinnovabile così tecnologicamente evoluto da superare le critiche a eolico e solare di essere poco stabili». Certo, ammette Giovannini, i governi a partire da quello italiano devono essere più decisi. «All’Italia sono stati concessi dal Just Transition Fund europeo (rubricato all’interno della voce “Ambiente e azione climatica” nell’infografica della pagina accanto) 798 milioni per risanare l’area di Taranto e 367 per il Sulcis. È urgente l’efficace utilizzo di questi fondi che invece giacciono nel limbo».
Altrettanto auspicabile, aggiunge Andrea Boitani, economista della Cattolica, è abbandonare ambiguità e incertezze sui veicoli elettrici: «Va strutturata l’incentivazione sulle auto, pur promessa dal governo da un anno, e anche per i veicoli da lavoro e da trasporto. Intanto resistono sussidi anacronistici come quelli al gasolio agricolo che si portano via 40 miliardi l’anno. Costa di più sovvenzionare ora i camion a metano e domani quelli elettrici o a idrogeno, ma la transizione è un investimento da fare a scaglioni pensando al futuro».
Nell’attesa dei sussidi, l’industria continua a investire, anche se nel gennaio 2024 le nuove immatricolazioni di “Bev” (veicoli a batteria “full electric”) segnano un calo del 45% in Italia e del 30% nell’Ue rispetto al gennaio 2023. Almeno la minaccia più grave, quella che il Partito popolare europeo in caso di vittoria alle elezioni di giugno stralci il bando per le vetture endotermiche dopo il 2035, sembra scongiurata.
L’America arranca
Chi rischia di restare indietro è l’America, dove potrebbe insediarsi il nemico numero uno degli ambientalisti di tutto il mondo: Donald Trump, che definì il riscaldamento globale “una bufala” e con perversa coerenza portò gli Usa fuori non solo dall’accordo di Parigi ma da 125 leggi a sfondo ecologico. Biden le ha pazientemente ripristinate, ma il tycoon ha detto che se tornerà non farà prigionieri. A dire il vero, l’attuale presidente non è tanto munifico: nella voce “lotta ai cambiamenti climatici” del budget 2025, rileva uno studio dell’Ispi, sono inseriti 3 miliardi per il Green climate fund, 8 in 10 anni per l’American Climate corp e 11 per l’agenzia federale per la protezione dell’ambiente. Su un totale di 7.300 miliardi.
Ma l’arretramento si annida in segnali più sottili: pochi giorni fa la Sec ha imposto alle aziende obblighi di pubblicazione sugli standard climatici dei fornitori (le cosiddette “Scope 3 emissions”) meno rigidi di quelli richiesti nel 2022. Non stupisce che Gm abbia ridotto i programmi per l’auto elettrica. Perfino Musk ha sospeso l’investimento da 1,8 miliardi per il nuovo stabilimento Tesla: non ha neanche fatto capire se voleva farlo in America o in Cina.