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Pnrr, spesa e obiettivi spostati a ridosso della scadenza. L’azzardo del governo

Il riassetto del Piano nazionale di ripresa e resilienza carica l’ultimo anno e mezzo della programmazione di maggiori impegni. E arrivano 16 miliardi di tagli
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ROMA – La marcia è stata inserita, il motore messo sotto sforzo. La scommessa, ora, è capire se il nuovo assetto è sostenibile. Se cioè il nuovo Pnrr, frutto di una revisione voluta e portata a termine dal governo, sarà capace innanzitutto di assolvere all’obiettivo più importante, che è anche un vincolo se non si vuole rischiare di restituire i soldi e fermare i cantieri: spendere 194,4 miliardi entro l’estate del 2026.

Tutt’altro che scontato perché la messa a terra delle risorse resta flebile, nonostante il “sussulto” registrato tra la fine dell’anno scorso e l’inizio del 2024. Nella relazione semestrale per il Parlamento, l’esecutivo non ha potuto fare altro che prenderne atto: al 31 dicembre del 2023, ultimo dato certificato…

ROMA – La marcia è stata inserita, il motore messo sotto sforzo. La scommessa, ora, è capire se il nuovo assetto è sostenibile. Se cioè il nuovo Pnrr, frutto di una revisione voluta e portata a termine dal governo, sarà capace innanzitutto di assolvere all’obiettivo più importante, che è anche un vincolo se non si vuole rischiare di restituire i soldi e fermare i cantieri: spendere 194,4 miliardi entro l’estate del 2026.

Tutt’altro che scontato perché la messa a terra delle risorse resta flebile, nonostante il “sussulto” registrato tra la fine dell’anno scorso e l’inizio del 2024. Nella relazione semestrale per il Parlamento, l’esecutivo non ha potuto fare altro che prenderne atto: al 31 dicembre del 2023, ultimo dato certificato dalla Ragioneria, l’Italia ha speso 45,6 miliardi, meno della metà dei 101,9 incassati fino a oggi con il prefinanziamento e le prime quattro rate.

La vulnerabilità dell’impegno non risiede soltanto nella capacità di accelerare il ritmo della spesa fin da subito, attraverso autorizzazioni più veloci, semplificazioni di norme e procedure, persino con l’ausilio di tre commissari, inviati in altrettanti ministeri dove è scattato l’allarme rosso per alcuni progetti in forte ritardo.

A rappresentare una forte criticità è la decisione, di fatto imposta proprio dal flop dei primi anni, di spostare una parte rilevante della spesa nel 2025-2026, concentrando nell’ultimo anno e mezzo di vita del Piano nazionale di ripresa e resilienza anche il maggior numero di milestone e target da conseguire. Una sorta di stress test a ridosso della scadenza che coinciderà con l’arrivo di una rata monstre, se gli obiettivi saranno raggiunti: la decima tranche è passata dagli iniziali 20,8 miliardi a 32,7.

Eccola la scommessa: sgonfiare gli obiettivi della quinta e sesta rata, anche a costo di incassare meno soldi del previsto, per permettere alla nuova macchina di individuare il giusto settaggio dopo il restyling che ha caricato il Pnrr di nuovi impegni, come gli investimenti green di RepowerEU, e stralciato progetti ritenuti incompatibili.

Il tema della spesa non si esaurisce solo con la programmazione. L’altro grande “dovere” del Pnrr è risollevare la crescita, fungendo da effetto leva sul Pil attraverso gli investimenti e le riforme.

Dalla revisione validata dall’Europa, il Piano è uscito ripulito da progetti di fatto già falliti o comunque incompatibili con la deadline del 2026, oltre al fatto che molti degli espunti sono progetti in essere: nati prima del Pnrr erano stati travasati qui dentro per provare a velocizzarli. Non è accaduto.

Ma alla eliminazione delle “scorie”, che si proverà in parte a convertire in investimenti virtuosi principalmente con fondi nazionali, si affiancano i nuovi impegni. In tutto 9,4 miliardi a cui vanno aggiunti 3,4 miliardi per salvare una parte dei quei cantieri che non si riuscirà a tutelare attingendo da risorse stanziate anni fa in bilancio, proprio per i progetti in essere. E nel carico bisogna inserire anche 2,6 miliardi per rifinanziare il Piano nazionale complementare, il fondo gemello del Pnrr che viene asciugato nel 2025-2026 per far fronte alle nuove spese. Sommando i diversi importi degli impieghi si arriva a un totale di 16 miliardi.

Si vedrà tra poco perché il nuovo Pnrr è tutto tranne che a costo zero. Prima, per restare al tema dell’impatto sulla crescita, è opportuno soffermarsi sui nuovi impegni. La maggior parte è concentrata sui crediti d’imposta per Transizione 5.0: in tutto 6,3 miliardi di agevolazione alle imprese che effettueranno investimenti nel 2024-2025. Indubbiamente un buon viatico per spingere gli investimenti dedicati al digitale, con un premio aggiuntivo se si ridurranno i consumi energetici. Ma l’affidamento alla spesa automatica dei crediti d’imposta è anche la cartina di tornasole della difficoltà che il Pnrr incontra quando le risorse passano attraverso i bandi.

Sono i cantieri a procedere lentamente. Dei 45,6 miliardi spesi a fine 2023, ben 13,9 sono stati utilizzati per i lavori che hanno usufruito del Superbonus. A seguire i crediti d’imposta per il piano Transizione 4.0, che hanno assorbito 10,7 miliardi. E altri 2 miliardi sempre per gli sgravi alle imprese, in questo caso per stimolare gli investimenti in ricerca e sviluppo. Il totale della spesa automatica fa 26,6 miliardi, più della metà delle risorse messe a terra. L’interrogativo che pende sulla crescita è il seguente: quanto è lunga la scia virtuosa della spesa automatica?

Intanto il governo deve fare i conti con il conto da 16 miliardi. E quindi ricorrere ai tagli. Le forbici sono state impiegate un po’ ovunque, considerato che il bilancio nazionale attuale è intoccabile a causa dei margini stretti, resi ancora più angusti dalla necessità di prepararsi all’applicazione del nuovo Patto di stabilità.

A pagare sono i Comuni e i ministeri, con un prelievo da 1,8 miliardi a testa; altri 900 milioni sono sottratti al Fondo per le opere indifferibili che aiuta i cantieri alle prese con il caro-prezzi. E poi il Piano nazionale complementare, che rinuncia a 4,5 miliardi, solo in parte “recuperati” con un rifinanziamento nei prossimi anni. L’esborso più oneroso spetta al Fondo Sviluppo e Coesione (5 miliardi), che destina l’80% delle risorse al Sud. Una raffica di tagli per salvare il Pnrr. Soldi tolti ad altre opere per salvare i miliardi che si devono impiegare entro il 2026. Sempre che prima non arrivi la tentazione di rompere il tabù della richiesta di un rinvio.

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