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Così la Cina vuole togliere la corona al “re dollaro”

Le diverse politiche monetarie di Fed e Bce favoriscono le quotazioni della valuta Usa. Ma la geopolitica tende a spingerle verso il basso
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Le strade monetarie, tracciate dalle decisioni della Federal Reserve e delle altre banche centrali, e le vie della geopolitica spingono il dollaro in direzioni opposte. Seguendo le prime, nei prossimi mesi, il “biglietto verde” appare destinato a rafforzarsi nuovamente, almeno nei confronti dell’euro, sulla base dell’aspettativa che la Bce possa anticipare la sua omologa a stelle e strisce nel taglio dei tassi.

Al contrario, il processo di graduale riduzione della dipendenza dalla moneta statunitense avviato da alcuni Paesi, la cosiddetta “dedollarizzazione”, tende a indebolire la valuta americana, andandone a insidiare la sin qui indiscussa supremazia sullo scacchiere mondiale.

I movimenti di Mosca e Pechino

Basti pensare a quel che ha fatto la Russia nei primi due trimestri del 2022, a ridosso dell’invasione dell’Ucraina, risalente al 24 febbraio di quello stesso anno: ha acquistato quasi 22 tonnellate di oro, distinguendosi tra i maggiori compratori del periodo. Alla fine del 202…

Le strade monetarie, tracciate dalle decisioni della Federal Reserve e delle altre banche centrali, e le vie della geopolitica spingono il dollaro in direzioni opposte. Seguendo le prime, nei prossimi mesi, il “biglietto verde” appare destinato a rafforzarsi nuovamente, almeno nei confronti dell’euro, sulla base dell’aspettativa che la Bce possa anticipare la sua omologa a stelle e strisce nel taglio dei tassi.

Al contrario, il processo di graduale riduzione della dipendenza dalla moneta statunitense avviato da alcuni Paesi, la cosiddetta “dedollarizzazione”, tende a indebolire la valuta americana, andandone a insidiare la sin qui indiscussa supremazia sullo scacchiere mondiale.

I movimenti di Mosca e Pechino

Basti pensare a quel che ha fatto la Russia nei primi due trimestri del 2022, a ridosso dell’invasione dell’Ucraina, risalente al 24 febbraio di quello stesso anno: ha acquistato quasi 22 tonnellate di oro, distinguendosi tra i maggiori compratori del periodo. Alla fine del 2023, il Paese presieduto da Vladimir Putin custodiva nei forzieri della sua banca centrale 2.333 tonnellate di lingotti del valore di 155,88 miliardi di dollari. In questo modo, dopo il congelamento di riserve estere per circa 300 miliardi di dollari nel quadro delle sanzioni occidentali, Mosca ha dato priorità all’accumulo di oro rispetto a quello di moneta statunitense.

In maniera simile si è mossa la Cina: considerata la possibile indisponibilità, un domani e per qualsiasi ragione di stampo geopolitico, delle riserve in dollari, ha preferito comprare oro a mani basse. È il Paese che nel 2023 ne ha acquistato di più, per 225 tonnellate, davanti alle 130 della Polonia, Stato della Nato che per collocazione geografica si trova in una posizione particolarmente delicata.

Gli acquisti di oro delle banche centrali nel 2023

Ha così preso forma un apparente paradosso: le quotazioni dell’oro sono rimaste alte in un contesto di tassi elevati. Tipicamente, invece, in uno scenario simile, gli investitori avrebbero abbandonato il metallo giallo preferendo le obbligazioni, per via dei rendimenti crescenti legati proprio ai tassi. Il paradosso dei paradossi è che sono state le stesse banche centrali, con i loro acquisti di lingotti, a impedire che le cose si svolgessero come da copione.

Le previsioni sulle quotazioni dell’oro

Una forte domanda di oro, poi, è arrivata dal mercato cinese, dove le vendite di gioielli hanno toccato nuovi record all’inizio del 2024. Lo hanno di recente evidenziato gli analisti di Bofa, in uno studio in cui prevedono che le quotazioni del metallo giallo, entro il 2025, possano toccare quota 3.000 dollari l’oncia, dopo i recenti massimi raggiunti sopra quota 2.400. Fatto sta che ultimamente è spesso accaduto che elevate quotazioni dell’oro andassero a braccetto con un dollaro forte.

Del resto, il biglietto verde, oltre a essere favorito dai tassi elevati, resta la principale moneta usata nei pagamenti e nelle transazioni internazionali, senza dimenticare che, nella generale incertezza, ha ormai assunto a pieno titolo la connotazione di “bene rifugio”. Come si muoverà la valuta a stelle e strisce da qui in poi? Per rispondere, Diego Franzin, responsabile portfolio strategy di Plenisfer Sgr, evidenzia in primo luogo che «le diverse attese sui tagli dei tassi tra Usa ed Europa sono già di fatto riflesse nei prezzi dei titoli del Tesoro su varie scadenze, che a loro volta influenzano il tasso di cambio euro-dollaro». Tuttavia, «se le aspettative di ulteriore divergenza dovessero avverarsi e il differenziale tra i tassi dovesse durare nel tempo, il cambio potrebbe risentirne in misura ancora maggiore, con il dollaro che rimarrebbe “forte” nei prossimi mesi».

Il tasso di cambio euro-dollaro negli ultimi cinque anni

Anche secondo Ipek Ozkardeskaya, analista senior di Swissquote, le prospettive della moneta americana «rimangono decisamente rialziste» sebbene «l’euro sia stato venduto troppo rapidamente in un periodo di tempo troppo breve», cosa che «potrebbe rendere necessaria una correzione». Le previsioni di Plenisfer, però, cambiano se si allontana lo sguardo dal breve periodo. In questo caso, spiega Franzin, «ci aspettiamo un indebolimento del dollaro: pur restando la valuta di riserva difensiva per eccellenza, nel medio e lungo termine sarà penalizzato dalla situazione debitoria e dal calo di acquisti governativi di titoli del Tesoro statunitensi, soprattutto nei Paesi emergenti, di cui beneficeranno oro e asset reali».

Il caso dello yen

Intanto, complice una politica monetaria giapponese a sé stante, lo yen è precipitato sui minimi degli ultimi 34 anni rispetto al dollaro, che in questo caso ha esercitato appieno i suoi poteri di “re delle valute”. «Il Giappone – nota Franzin – è l’unico Paese ad avere mantenuto fino a poco tempo fa tassi negativi. Il mercato si aspettava un cambiamento, ma la banca centrale del Paese ha deluso le attese limitandosi a riportare i tassi a zero».

Perciò, a detta dell’esperto di Plenisfer, «il minimo toccato dallo yen è riconducibile alla reazione degli investitori che hanno smontato le posizioni costruite su attese poi andate deluse». Il tutto «a favore del dollaro, data la ripresa delle dinamiche inflazionistiche negli Usa, che potrebbero mantenere i tassi invariati nel breve termine».

A parere di Saverio Berlinzani, analista senior di ActivTrades, il recente superamento di quota 155 da parte del cambio dollaro-yen potrebbe finalmente spingere la Bank of Japan a un intervento. Tuttavia, aggiunge Berlinzani, «forse la banca centrale voleva proprio una svalutazione competitiva, considerato che a marzo la bilancia commerciale giapponese ha mostrato un surplus di quasi 2,5 miliardi di dollari contro il deficit di circa 5 miliardi dell’anno prima». Anche per lo yen vale la stessa regola delle altre valute: per comprenderne i movimenti, oltre alle politiche monetarie, va considerata anche la complessa rete di rapporti economici e geopolitici che unisce o contrappone i Paesi.

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