Il G7 cerca un fronte comune contro l’export cinese, Stati Uniti ed Europa non lo trovano
dal nostro inviato Filippo SantelliSulla diagnosi sono tutti d’accordo. Si riassume in una parola, overcapacity, che entrerà nella dichiarazione finale del G7 delle Finanze di Stresa. Le grandi potenze democratiche devono proteggersi “dall’eccesso di capacità produttiva” sussidiato dalla Cina, che si scarica sui loro mercati nella forma di esportazioni di prodotti a basso costo, mettendo a rischio la sopravvivenza delle loro industrie, i posti di lavoro e la sostenibilità degli investimenti in settori strategici come batterie, auto elettriche e microchip. E’ sul come difendersi però che dentro al G7, e in particolare tra Stati Uniti ed Europa, l’unità non c’è. Con Washington che accompagna le sue politiche industriali con barriere commerciali e misure protezionistiche, per concentrare sul suo territorio una fetta più grande possibile delle filiere produttive, e l’Unione che prova a preservare l’apertura dei commerci e le regole che la garantiscono.
Sulla diagnosi sono tutti d’accordo. Si riassume in una parola, overcapacity, che entrerà nella dichiarazione finale del G7 delle Finanze di Stresa. Le grandi potenze democratiche devono proteggersi “dall’eccesso di capacità produttiva” sussidiato dalla Cina, che si scarica sui loro mercati nella forma di esportazioni di prodotti a basso costo, mettendo a rischio la sopravvivenza delle loro industrie, i posti di lavoro e la sostenibilità degli investimenti in settori strategici come batterie, auto elettriche e microchip. E’ sul come difendersi però che dentro al G7, e in particolare tra Stati Uniti ed Europa, l’unità non c’è. Con Washington che accompagna le sue politiche industriali con barriere commerciali e misure protezionistiche, per concentrare sul suo territorio una fetta più grande possibile delle filiere produttive, e l’Unione che prova a preservare l’apertura dei commerci e le regole che la garantiscono.
Non proprio il “fronte unito” che la segretaria al Tesoro Yellen auspicava all’arrivo in riva al Lago Maggiore. Non aiuta il fatto che il summit si tenga pochi giorni dopo il nuovo muro di dazi alzato da Biden di fronte alle esportazioni cinesi di prodotti verdi e hi-tech. Queste barriere non dovrebbero avere conseguenze di peso sull’Europa, anche se potrebbero dirottare verso il suo mercato un flusso ulteriore di made in China. Ma è un’altra decisione con cui, in nome della loro sicurezza, gli Stati Uniti fanno uno scatto solitario, dopo quella – ben più rilevante – di escludere dai ricchi incentivi per la transizione verde i prodotti europei: una spaccatura mai davvero sanata. A Stresa emerge nelle parole del Commissario Ue Paolo Gentiloni, quando dice che per fare davvero fronte comune di fronte alla Cina bisogna “stabilire dei meccanismi di informazione reciproca e condivisione delle misure”, evitando che “possano essere nocive per molti Paesi del G7”. E in quelle del ministro italiano Giorgetti, secondo cui le tariffe sono “un tema” che l’Europa deve considerare, ma “va evitata una competizione interna al Gruppo dei Sette”.
A breve in effetti anche la Commissione europea potrebbe alzare i dazi sulle auto elettriche cinesi. Rispetto a quelli americani però saranno mirati e molto più bassi. Intanto il ministro delle Finanze tedesco Lindner avverte che in “una guerra commerciale perdono tutti”. Di certo perderebbero i produttori tedeschi, le cui auto rappresentano una buona fetta dei veicoli made in China esportati nell’Unione. Ma perfino il francese Le Maire, nonostante Parigi sostenga l’indagine della Commissione, dice “dobbiamo evitare guerre commerciali”. Molti Paesi dell’Unione, Italia compresa, sollecitano investimenti industriali cinesi sul loro territorio. E l’idea dell’Europa, la cui economia vive di trasformazione, è che una maggiore “autonomia strategica” vada cercata all’interno dell’ordine “aperto” basato sulle regole. L’idea degli Stati Uniti, impegnati in uno scontro tra superpotenze, è invece che vadano riscritte, vedere il limbo in cui tengono da anni l’Organizzazione mondiale del commercio. E mentre propongono ai Paesi amici di farlo insieme, non si fanno troppi problemi a violarle. Con Trump, poi, salterebbero del tutto.
Anche sull’utilizzo degli asset russi congelati per finanziare l’Ucraina, l’altro tema forte del vertice, si misura la stessa diversità di approccio, con il pressing americano e l’Europa che cerca una base giuridica adeguata. Nonostante le complessità tecniche però, su questo dossier emerge a Stresa una maggiore sintonia (“clima positivo di convergenza”, dice Gentiloni, ipotizzando un accordo al G7 in Puglia) rispetto alla definizione di una nuova globalizzazione a prova di Cina. Dice Giorgetti, a chi chiede che coordinamento potrebbe uscire dal G7: “Come in questi casi, sicuramente buoni intenti”.