Upb, per l’Italia correzione del deficit da 10-11 miliardi all’anno e spesa ferma per sette anni
di Valentina ConteROMA – Avere l’Italia in procedura per deficit eccessivo significa mettere in conto una correzione dei conti per lo 0,5-0,6% del Pil ogni anno, circa 10-11 miliardi, fino a quando il rapporto tra deficit e Pil non scenderà sotto al 3%.
Significa anche, per le nuove regole del Patto di stabilità Ue, mettere un tetto alla spesa primaria netta che non potrà crescere più del 2% nominale all’anno in media per sette anni (tra 1,8 e e 2,1%, per la precisione), dal 2025 al 2031. Tenuto conto dell’inflazione significa: spesa ferma, così da consentire sia al deficit che soprattutto al debito di calare in modo graduale e sostenibile.
A queste conclusioni arriva il Rapporto annuale dell’Ufficio parlamentare di bilancio, presentato oggi alla Camera dei deputati.
ROMA – Avere l’Italia in procedura per deficit eccessivo significa mettere in conto una correzione dei conti per lo 0,5-0,6% del Pil ogni anno, circa 10-11 miliardi, fino a quando il rapporto tra deficit e Pil non scenderà sotto al 3%.
Significa anche, per le nuove regole del Patto di stabilità Ue, mettere un tetto alla spesa primaria netta che non potrà crescere più del 2% nominale all’anno in media per sette anni (tra 1,8 e e 2,1%, per la precisione), dal 2025 al 2031. Tenuto conto dell’inflazione significa: spesa ferma, così da consentire sia al deficit che soprattutto al debito di calare in modo graduale e sostenibile.
A queste conclusioni arriva il Rapporto annuale dell’Ufficio parlamentare di bilancio, presentato oggi alla Camera dei deputati.
Svolta epocale
Il Rapporto, ricco di contenuti e approfondimenti, illustrato dalla presidente dell’Upb Lilia Cavallari, ripercorre anche gli ultimi dieci anni di politiche di bilancio dell’Italia (coincidono con il compleanno dell’Upb), caratterizzate da una flessibilità disordinata sui conti e uno sguardo corto e miope rivolto solo all’anno successivo di programmazione.
Il nuovo Patto Ue, definito dalla Cavallari una «svolta epocale» per l’Italia, consente invece una programmazione pluriennale caratterizzata da un Piano di bilancio a medio termine che dura quanto la legislatura (5 anni). E che per i Paesi ad alto deficit (sopra il 3% del Pil) e alto debito (sopra il 60% del Pil) come l’Italia, contempla anche una «traiettoria» discendente della spesa in 7 anni, corredata da riforme e investimenti, per riportare in linea deficit e debito.
Cosa succede all’Italia
Il nuovo Patto di stabilità dovrebbe quindi consentire all’Italia di risolvere in modo costante, graduale e pluriennale i suoi tre problemi intrecciati: alto deficit, alto debito, alta spesa pubblica. Una tripletta che però può complicare la vita al governo Meloni. Se le previsioni Upb fossero confermate, Palazzo Chigi si troverebbe con le mani legate. Non deve fare subito una manovra correttiva (da 10-11 miliardi) solo perché nel Documento di economia e finanza (Def) di aprile ha presentato un quadro che già contempla quella correzione per gli anni a venire.
E la contempla perché per ora non conferma per il 2025 nessuna delle misure messe in cantiere l’anno scorso in manovra: dal taglio del cuneo e dell’Irpef al taglio del canone Rai, passando per il bonus mamme e la social card. Si tratta, secondo Upb, di 18 miliardi di misure. Il totale sale però «oltre 20 miliardi», attorno ai 23-24, se consideriamo anche il rinnovo del contratto dei lavoratori pubblici e altre spese indifferibili. Come fare?
La crescita rallenta
L’Upb per quest’anno prevede una crescita del Pil solo allo 0,8% contro l’1% stimato dal governo. Nel 2025 si sale all’1,1% contro l’1,2% governativo. I numeri divergono in modo più significativo nel biennio 2025-2026, allorquando per l’Upb la crescita decelera allo 0,8 e 0,6 contro l’1,1 e lo 0,9 del governo.
«Nel trimestre in corso la fase ciclica sarebbe peggiorata», si legge nel Rapporto. «Alla persistente debolezza dell’industria si sarebbe aggiunta anche la frenata nell’edilizia, in seguito alla rimodulazione degli incentivi per il comparto residenziale. Tuttavia, l’attività dei servizi resta in crescita, sospinta anche dalla filiera del turismo».
Il commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, nel suo messaggio all’Upb ha puntato più sul bicchiere mezzo pieno, mettendo l’Italia tra i Paesi la cui crescita è stata “superiore alle attese” e prospettando un +0,9% quest’anno, in media Ue, e un +1,1% il prossimo, “leggermente al di sotto”. Non ha mancato comunque l’occasione per un richiamo a “politiche di bilancio prudenti, indispensabili", continuando dall’altro lato “con gli investimenti pubblici". Il debito alto, d’altra parte, per dirla con la presidente Cavallari “limita la possibilità di effettuare interventi in disavanzo”, è una “vulnerabilità”, ma la prospettiva di un percorso di rientro è “una opportunità da cogliere” di “disegnare una politica di bilancio che guarda al futuro".
Uno sprone al quale il ministro all’Economia, Giancarlo Giorgetti, si è allineato. "Il Governo è ben consapevole che, nel contesto in cui ci troviamo, è necessario mantenere un approccio responsabile nella programmazione e nella gestione della politica di bilancio”. Nonostante la premessa, sul cuneo il titolare delle Finanze non ntende retrocedere: "Tra tutte le misure di cui si discute questo è un must. E' un impegno assolutamente inderogabile, la prima cosa che dobbiamo assicurare e la confermeremo".
I fattori di rischio
Quanto ai rischi, l’Upb ne elenca diversi, da quelli geopolitici per le guerre e le ripercussioni sugli scambi globali alle «rilevanti incertezze sull’evoluzione del Pnrr e degli investimenti nell’edilizia». I «fattori di rischio» sulle prospettive macroeconomiche dell’Italia nei prossimi anni «restano orientati al ribasso».
Le spese del Pnrr sono l’unica ancora di salvezza: «Potrebbero indurre un aumento del Pil per quasi 3 punti percentuali cumulativamente nel 2026, al di sotto di quanto stimato dal ministero dell’Economia per circa mezzo punto percentuale». Sempre che questa cruciale spesa per investimenti proceda. Non si hanno ancora evidenze di questo.
Il bivio del governo Meloni
Ecco dunque il bivio che si apre davanti al governo. Rinnovare solo due misure per il 2025 e lasciare andare gli altri bonus, ovvero riconfermare solo il taglio al cuneo contributivo e all’Irpef che costa 15 miliardi, di cui circa la metà dovrebbe essere coperta con fondi già in cassa o residui non spesi e l’altra metà da coprire con tagli di spesa. Oppure andare allo scontro con l’Europa, al momento però privo di senso perché manovre in deficit non sono più possibili.