In un anno raddoppiate le quotazioni dell’indio
di Alessandro CicognaniC’è un protagonista inaspettato nel mercato delle materie prime industriali. Un metallo raro, che nell’ultimo anno ha visto il suo costo praticamente raddoppiare. Il suo nome è “indio” e sta correndo più veloce dell’argento e del rame. Attualmente il prezzo spot viaggia stabilmente sopra i 3 mila renminbi al chilo (422 dollari); a luglio dell’anno scorso, un anno fa esatto, era fermo intorno ai 1.700 (216 dollari). Il perché di questo sprint lo si deve agli scopi per i quali viene estratto. Come il litio, il cobalto o il piombo, anche l’indio fa parte a pieno titolo della grande giostra green che sta alimentando la transizione energetica, essendo un componente fondamentale nella produzione dei pannelli solari.
C’è di più: questa materia prima beneficia di un booster forse ancora più potente: lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. L’indio, in particolare sotto forma di ossido di indio, viene utilizzato come rivestimento su fibre e cavi dei data center per aumentare la trasmission…
C’è un protagonista inaspettato nel mercato delle materie prime industriali. Un metallo raro, che nell’ultimo anno ha visto il suo costo praticamente raddoppiare. Il suo nome è “indio” e sta correndo più veloce dell’argento e del rame. Attualmente il prezzo spot viaggia stabilmente sopra i 3 mila renminbi al chilo (422 dollari); a luglio dell’anno scorso, un anno fa esatto, era fermo intorno ai 1.700 (216 dollari). Il perché di questo sprint lo si deve agli scopi per i quali viene estratto. Come il litio, il cobalto o il piombo, anche l’indio fa parte a pieno titolo della grande giostra green che sta alimentando la transizione energetica, essendo un componente fondamentale nella produzione dei pannelli solari.
C’è di più: questa materia prima beneficia di un booster forse ancora più potente: lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. L’indio, in particolare sotto forma di ossido di indio, viene utilizzato come rivestimento su fibre e cavi dei data center per aumentare la trasmissione del segnale e ridurre le perdite. Non proprio un aspetto irrilevante, visto che i data center sono al centro di uno dei piani di sviluppo globale più ampi di sempre. Si pensi ad Amazon, che a marzo ha investito 650 milioni di dollari per un data center in Pennsylvania alimentato da una vicina centrale nucleare, oppure a Microsoft che recentemente ha alzato il sipario su “Stargate”, un enorme cluster di supercalcolo da 100 miliardi, che dovrebbe partire nel 2028.
Insomma, l’indio è al posto giusto nel momento giusto. E se le ricerche di Lynden Archer, professore e preside della Cornell Engineering di Ithaca (New York), dovessero prendere piede su larga scala, allora sì che il prezzo potrebbe schizzare alle stelle. Insieme al dottorando Shuo Jin, Archer ha infatti sviluppato una nuova batteria al litio-indio in grado di caricarsi in appena cinque minuti. Quando a gennaio hanno diffuso la notizia si è scatenato l’interesse degli addetti ai lavori, perché quanto scoperto potrebbe essere una risposta concreta all’ansia sui tempi di ricarica dei veicoli elettrici.
La crescita della domanda, fatte queste premesse, era inevitabile. Così anche la spinta in alto del prezzo, a sua volta alimentato dal fatto che l’indio è un metallo piuttosto scarso e ad oggi per la maggior parte in mano alle raffinerie cinesi, che secondo l’ultimo Mineral commodities summary – l’indagine annuale pubblicata dallo United States Geological Survey – ne controllano il 66% della produzione e continuano a stringere accordi commerciali per allargare il loro predominio sul bene. L’ultimo è datato febbraio 2024 e ha visto la Export-Import Bank of China finalizzare un prestito da 350 milioni di dollari al governo boliviano per aiutarlo nella costruzione di una raffineria di zinco nella città di Oruro, in grado anche di lavorare l’indio.
Chi ha smesso di brillare è invece il litio. Negli ultimi dodici mesi il prezzo dell’oro bianco è crollato del 70% e la scorsa settimana era sceso sotto la soglia dei 13 mila dollari per tonnellata, dai 75 mila di un anno fa. La caduta è stata repentina, tanto quanto lo era stata la sua ascesa nel 2022. A deprimere la corsa del litio è stato l’eccesso di produzione in un momento nel quale la domanda è sì solida, ma in leggera frenata, soprattutto per via del rallentamento del suo utilizzo nelle batterie. Gli analisti sono convinti che ci sarà un colpo di reni, anche perché, come ricorda Mobeen Tahir, direttore del dipartimento sulle ricerche macroeconomiche di WisdomTree, «ogni veicolo elettrico richiede 8,9 kg di litio e le relative batterie rimangono la tecnologia preferita per l’immagazzinamento di energia». Dopo le flessioni di giugno è infine tornato a crescere lo zinco, che ora sfiora nuovamente i 3 mila dollari la tonnellata. L’eolico, specialmente offshore, non può farne a meno.