Economia

L’intervista

Marcegaglia “Crescita lenta. Il governo rinnovi il taglio del cuneo contributivo”

Emma Marcegaglia
Emma Marcegaglia 
2 minuti di lettura

Reggio Calabria — «Questo 2024 per l’Italia sarà un altro anno di crescita rallentata, non vedo accelerazioni». Emma Marcegaglia, che dirige insieme al fratello il gruppo siderurgico di famiglia, descrive un orizzonte di grande incertezza per le imprese. Incertezza per le prospettive di un’Europa che non è davvero ripartita. E incertezza per le tensioni globali, che rischiano di impennarsi se Trump tornerà alla Casa Bianca. Ecco perché a Reggio Calabria, dove oggi si riuniscono i ministri del Commercio del G7, le associazioni imprenditoriali dei sette grandi Paesi – il B7 guidato da Confindustria, che Marcegaglia presiede – proveranno a mandare ai governi un messaggio: bisogna evitare una deriva protezionistica.

L’industria italiana arranca ormai da mesi, vede i segni di una inversione di tendenza?

«Non ancora. La crescita europea resta molto lenta, con la Germania ferma. Da noi servizi e costruzioni vanno un po’ meglio, ma l’industria soffre».

I margini per la prossima legge di Bilancio si annunciano strettissimi, qual è la priorità per provare a rilanciare l’economia?

«Assolutamente rinnovare il taglio del cuneo contributivo, anche in questa forma per cui il beneficio va per intero ai lavoratori. È l’unico strumento che consente di mettere loro più soldi in tasca, un tema prioritario».

Basta un altro rinnovo annuale?

«Le aziende hanno bisogno di misure strutturali per investire, devono sapere che il contesto rimarrà lo stesso per cinque anni. Vale anche per gli incentivi di Industria 5.0, che potrebbe dare una spinta ma di cui ancora aspettiamo l’attivazione».

Intanto il governo tira dritto verso l’autonomia differenziata. Molti suoi colleghi imprenditori, soprattutto al Sud, vedono il rischio che divarichi l’Italia. Condivide?

«È un involucro ancora tutto da riempire. Va fatta bene, cioè garantendo dei livelli minimi di prestazione ed evitando che i conti pubblici deraglino, ma non sono contraria al principio. Il sistema attuale non ha certo ridotto i gap...».

Qui a Reggio Calabria chiederete ai governi di “invertire la deriva protezionistica”. Cosa vi preoccupa?

«Sia quest’anno che il prossimo il commercio globale dovrebbe ricominciare a crescere: la globalizzazione non è finita. Ma è vero che siamo in una globalizzazione diversa, come mostrano la pesante riduzione degli investimenti e l’impennata di misure tariffarie protezionistiche. Se questa tendenza continuerà i risultati saranno meno crescita, più diseguaglianze e anche maggiori tensioni politiche».

L’imperativo tutto politico della sicurezza, quindi di maggiore autonomia dalla Cina, sta oscurando ogni altra considerazione?

«Veniamo da un’epoca in cui non si percepivano rischi nel dipendere da Russia e Cina: un ribilanciamento era necessario, e non si torna indietro. Significa diversificare le forniture nelle materie critiche e avere maggiore autonomia in settori strategici come i chip. Questo però va equilibrato con l’apertura dei mercati, perché chiudersi alzerebbe i costi e ci toglierebbe competitività. Dal punto di vista produttivo una separazione dalla Cina è impossibile».

Donald Trump preannuncia tariffe del 10% su tutte le importazioni, anche europee. La prospettiva di rivederlo alla Casa Bianca la spaventa?

«La competizione degli Stati Uniti con la Cina è il principale fattore delle nuove politiche protezionistiche e prescinde dal presidente: Biden ha confermato le misure di Trump. Certo, con una sua rielezione l’Europa rischia di essere presa in mezzo».

Sono le ore decisive per la riconferma di Ursula von der Leyen al vertice della Commissione. Le imprese europee l’hanno spesso accusata di dogmatismo, in particolare sugli obiettivi verdi. Si aspetta un cambio?

«Il grande errore, riflesso dal risultato delle elezioni, è stato trasformare la decarbonizzazione da processo economico e sociale in dogma politico. La nuova Commissione deve ripensare il Green Deal in modo pragmatico, dando alle imprese la libertà di scegliere le tecnologie per raggiungere gli obiettivi e le risorse per farlo. Questo significa debito comune, ma anche completamento dell’unione del mercato dei capitali e politiche per la competitività».

L’avanzata delle destre estreme e populiste non rende questo scatto di integrazione più improbabile?

«La mia lettura è più sfumata: sarà ancora una coalizione centrista a reggere l’Europa. Ma è l’ultima chiamata per questi partiti europeisti: se non faranno le scelte giuste l’economia continuerà a peggiorare e alle prossime elezioni vincerà “l’Europa dei patrioti”, quella che di certo non ci farà crescere».

I commenti dei lettori