ROMA – L’Italia cresce piano. L’Istat ieri ha confermato il dato sul Pil diffuso a luglio: +0,2% nel secondo trimestre, dopo il +0,3 del primo. Meglio della Germania. Peggio di Francia e Spagna. La notizia che dovrebbe impensierire il governo è però un’altra. La crescita acquisita per quest’anno, quella già messa in tasca, è stata abbassata dall’Istat di un decimo di punto, da 0,7 a 0,6%.
Questo significa che servirà un vero sprint dell’economia italiana nella seconda parte del 2024. Uno sprint da quattro o cinque decimi in più di Pil sia nel terzo che nel quarto trimestre per raggiungere quel +1% conteggiato dal governo per chiudere i conti di quest’anno e proiettarli al +1,2% previsto per il 2025.
La stabilizzazione
Tut…
ROMA – L’Italia cresce piano. L’Istat ieri ha confermato il dato sul Pil diffuso a luglio: +0,2% nel secondo trimestre, dopo il +0,3 del primo. Meglio della Germania. Peggio di Francia e Spagna. La notizia che dovrebbe impensierire il governo è però un’altra. La crescita acquisita per quest’anno, quella già messa in tasca, è stata abbassata dall’Istat di un decimo di punto, da 0,7 a 0,6%.
Questo significa che servirà un vero sprint dell’economia italiana nella seconda parte del 2024. Uno sprint da quattro o cinque decimi in più di Pil sia nel terzo che nel quarto trimestre per raggiungere quel +1% conteggiato dal governo per chiudere i conti di quest’anno e proiettarli al +1,2% previsto per il 2025.
La stabilizzazione
Tutto è possibile. Il Paese ha più volte sorpreso per capacità di rimbalzo. Qui però sembra finita la benzina. Gli economisti la chiamano «stabilizzazione», dopo lo sprofondo del Covid e la super inflazione. Le ferite lasciano cicatrici. E queste si leggono anche nei dati trimestrali diffusi ieri da Istat.
I consumi delle famiglie sono fermi. Gli investimenti languono. L’industria arranca, con le costruzioni che mostrano il primo vero cedimento dallo stop al Superbonus. Le esportazioni, fin qui vero traino, scricchiolano. Persino l’occupazione stellare mostra la corda con meno ore lavorate.
I servizi sono ancora il punto di riferimento per il Paese. Il turismo ha trainato il Pil nella prima parte dell’anno. E potrebbe salvare la faccia e i conti dell’Italia, se l’estate fosse andata meglio del previsto (anche se i segnali sono contraddittori: bene il turismo estero, male quello domestico).
Le tre grandi scommesse per il 2025, quelle a cui si aggrappa Palazzo Chigi sono un’incognita, per motivi diversi: Giubileo, Pnrr e “case green”. Il Giubileo impatta soprattutto su Roma. Il Pnrr si muove lento. La direttiva Ue sul mattone sostenibile è osteggiata a destra.
Costruzioni cruciali
Eppure, come osservano gli economisti del Cer, senza quel +2,9% congiunturale delle costruzioni, nel primo trimestre il Pil dell’Italia avrebbe eguagliato quello recessivo tedesco: -0,1%. Nel secondo trimestre il settore ha frenato a +0,6%.
Solo il tempo ci dirà se siamo di fronte alla tanto attesa staffetta tra Superbonus e Pnrr. O se dovremo ancora aspettare e nel frattempo osservare uno sgonfiamento negativo per l’Italia visto che, calcola ancora il Cer, senza l’apporto delle costruzioni il Pil dell’Italia tra 2021 e primo trimestre 2024 sarebbe cresciuto solo del 10,5% anziché del 14,5%. Un apporto quasi doppio di quello stimato per il Pnrr.
Consumi fermi
A impensierire sono anche i comportamenti delle famiglie. L’indice del clima di fiducia di agosto per la prima volta da mesi è sceso in tutti le componenti: le famiglie vedono male la situazione economica generale, quella personale, il clima corrente e quello futuro.
Nonostante un recupero parziale del potere d’acquisto (+3,3%), già all’inizio di quest’anno le famiglie italiane hanno tirato il freno a mano con un crollo della propensione al consumo che non si registrava da 15 anni, pandemia a parte (-2,6%). Le famiglie temono il futuro, stanno ricostituendo le scorte e sono tornate a risparmiare. Un brutto segnale per il Pil. Anche la fiducia delle imprese scende, se si eccettua il turismo. La produzione industriale cala da 17 mesi.
Segnali per la manovra
Segnali che il governo Meloni non dovrebbe sottovalutare, ora che si avvicina il momento della verità con il Psb, il Piano strutturale di bilancio settennale, da presentare a Bruxelles entro il 20 settembre. E la terza di legge di Bilancio da chiudere entro metà ottobre. Manovra che ieri il sottosegretario all’Economia Federico Freni valutava attorno ai 25 miliardi. Ma che si alimenta di continue ipotesi giornaliere sui bonus. L’ultima: alzare per tutti i lavoratori i fringe benefit a 2000 euro, livello oggi assicurato solo a chi ha figli.