Roma - Il beneficio maggiore del taglio dell’Irpef a cui punta il governo sarà per chi guadagna 40 mila euro lordi: 543 euro netti in più l’anno, per poi ridursi al crescere del reddito. Poco prima del picco, tra 30 e 35 mila euro, l’intonazione si fa persino negativa: soldi in meno. Tra 101 e 145 euro.
Sono le simulazioni della Fondazione nazionale dei commercialisti a calcolare l’impatto che il taglio di un punto percentuale, dal 35% al 34%, dell’aliquota Irpef del ceto medio avrebbe sulle busta paga di 11 milioni di lavoratori dipendenti. Le stime mettono insieme il vantaggio che deriverebbe da questa operazione con la penalizzazione legata alla revisione del taglio del cuneo fiscale. Di più, annota lo studio, non si può fare.
Per finanziare l’intervento sull’Irpef servono, infatti, 1,2 miliardi. È più o meno la stessa cifra che il ministero dell’Economia è riuscito a raccogliere dal concordato preventivo biennale, il patto tra le partite Iva e l’Agenzia delle Entrate.
Per un beneficio fiscale maggiore bisognerebbe tagliare l’aliquota in questione di due punti percentuali, riducendola quindi al 33%, ma per farlo servono 2,5 miliardi. Il governo non ce li ha. Spera di incassarli con la riapertura del concordato. Lo spera il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, che punta a rafforzare lo sgravio al ceto medio.
E che nel frattempo deve misurarsi con i dubbi della maggioranza sull’utilità di tagliare l’Irpef di un solo punto, nel caso in cui il gettito finale dovesse risultare inferiore ai 2,5 miliardi che servono per ridurre l’aliquota di due punti. Abbassarla al 33% farebbe aumentare il vantaggio per un lavoratore che guadagna 40 mila euro, fino a 627 euro.
Allo stesso tempo, i contribuenti che hanno una retribuzione di 35 mila euro vedrebbero ridursi, anche se di poco, lo svantaggio che deriva dal ridisegno del cuneo fiscale: la perdita ammonterebbe a 107 euro invece che 145 euro. Nel frattempo, i commercialisti propongono al governo di utilizzare l’incasso del concordato in un altro modo: "La nostra proposta di alzare a 56 mila euro il limite della seconda aliquota - spiega il presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, Elbano de Nuccio - sarebbe pienamente sostenibile con gli incassi finora ottenuti dalle adesioni al concordato”. In questo caso, il guadagno massimo arriverebbe a 480 euro, a partire da un imponibile di 56 mila euro.
Il fisco è anche uno dei temi ricorrenti negli emendamenti al decreto fiscale. Tra le proposte della maggioranza c’è anche quella del senatore di Forza Italia, Claudio Lotito, che chiede uno stop al procedimento penale per i reati fiscali minori nel caso in cui chi li ha commessi abbia avuto una sentenza passata in giudicato a livello tributario o abbia regolarizzato attraverso un accertamento con adesione.