“La nostra Lara supera gli umani, con l’IA parleremo tutti 200 lingue”
di Filippo SantelliROMA – Dice Marco Trombetti che la sua vera qualità è essere naïf: “Mi butto a fare roba senza pensare a quanto sia difficile, ma poi ci tengo a farla”. Era naïf pensare che delle villette di lusso fossero il posto giusto per innovare: invece ecco Pi Campus, un frammento di Silicon Valley su una collinetta dell’Eur di Roma, ora popolata da informatici e startupper. Era naif affrontare una regata intorno al mondo senza mai aver messo piede su una barca, e soffrendo di mal di mare: invece ecco il premio come velista dell’anno. Tutto considerato la sfida meno naïf, anche se altrettanto ambiziosa, è Lara: un’Intelligenza artificiale applicata alla traduzione in grado di raggiungere la “singolarità”, cioè di superare le capacità anche degli umani. Automatizzare questo campo è quello che Translated, l’azienda di Trombetti, fa da 25 anni, vendendo i suoi servizi a colossi come Airbnb, Uber, SpaceX. E proprio in questo campo è nato il “transformer”, la tecnologia alla base della rivoluzione A…
ROMA – Dice Marco Trombetti che la sua vera qualità è essere naïf: “Mi butto a fare roba senza pensare a quanto sia difficile, ma poi ci tengo a farla”. Era naïf pensare che delle villette di lusso fossero il posto giusto per innovare: invece ecco Pi Campus, un frammento di Silicon Valley su una collinetta dell’Eur di Roma, ora popolata da informatici e startupper. Era naif affrontare una regata intorno al mondo senza mai aver messo piede su una barca, e soffrendo di mal di mare: invece ecco il premio come velista dell’anno. Tutto considerato la sfida meno naïf, anche se altrettanto ambiziosa, è Lara: un’Intelligenza artificiale applicata alla traduzione in grado di raggiungere la “singolarità”, cioè di superare le capacità anche degli umani. Automatizzare questo campo è quello che Translated, l’azienda di Trombetti, fa da 25 anni, vendendo i suoi servizi a colossi come Airbnb, Uber, SpaceX. E proprio in questo campo è nato il “transformer”, la tecnologia alla base della rivoluzione AI. La prima versione di Lara, lanciata la scorsa settimana per aziende e utenti, fa già meno errori di un professionista medio ed è capace di tradurre in tempo reale in dieci lingue che presto diventeranno 200. Con il prossimo addestramento, fra un anno, arriverà a un livello “iperumano”, il più avanzato al mondo, per battere le varie Google Translate, ChatGPT o la tedesca DeepL: “Ma l’IA non sarà la fine dei traduttori, né degli uomini”, dice Trombetti, 48 anni.
Lei studiava astrofisica, e poi?
“Mi sono innamorato di mia moglie Isabelle (Andrieu, ndr) che è una linguista. Ho detto chi se ne frega della fisica e nel 1999 abbiamo lanciato insieme Translated. L’idea è sempre stata lavorare sulla simbiosi tra uomo e macchina: il programma suggeriva una traduzione, poi migliorava grazie alle correzioni dell’uomo. Per cinque anni ha rallentato il lavoro dei traduttori, bisognava crederci ed essere ostinati. Ora la macchina è diventata bravissima, per AirBnb abbiamo tradotto 7 milioni di annunci e 700 milioni di recensioni in modo quasi del tutto automatico: gli uomini fanno lo 0,9%”.
Il settore della traduzione, dove tutto è iniziato, conferma insomma che l’IA toglierà il lavoro a tante persone?
“Ma è sbagliato fermarsi alle proporzioni. Quello che noi abbiamo visto – dati reali, non previsioni - è che mentre progrediva l’automazione anche la domanda di traduzione e il numero di traduttori sono cresciuti, perché il loro ruolo di supervisione e intermediazione culturale resta sempre. Senza l’IA un progetto come quello di AirBnb non sarebbe stato possibile, e il risultato è stato più lavoro anche per gli uomini. Quello che mi spaventa è la polarizzazione: i traduttori che usano l’IA oggi fatturano tre volte di più, quelli che non lo fanno sono fuori mercato, la sfida è non lasciare indietro nessuno”.
I dati con cui avete addestrato Lara e che la rendono così accurata sono quindici anni di interazioni tra traduttori e revisori umani di cui avete tenuto traccia. E’ giusto che i profitti li facciate voi?
“Quindici anni fa abbiamo fatto un accordo con i traduttori: abbiamo fornito loro gratis i software, che costavano mille euro ed erano per pochi, chiedendo in cambio di aiutarci a capire dove quelli sbagliavano. Lo considero equo e sostenibile, ci sono voluti anni di lavoro e di rischio per valorizzare quei dati. In compenso gli sviluppatori dei nuovi modelli fondativi dell’IA hanno rastrellato tutti i dati di pubblico dominio in rete per addestrarli. In questo non c’è nessuna sostenibilità, credo che in futuro il 20 o 30% del fatturato delle aziende debba rientrare dentro il sistema sotto forma di reddito universale”.
La singolarità, il sorpasso sulle capacità umane, è il Sacro Graal dell’IA. Nella traduzione è vicina?
“Già ora Lara fa due errori e mezzo ogni mille parole, contro i quattro e mezzo della media dei traduttori. Con il prossimo addestramento il modello più largo scenderà a un errore, meglio dell’1% degli umani più bravi”.
Non ci servirà più imparare le lingue? E’ un fatica, vero, ma anche un impulso molto sano a capire gli altri esseri umani.
“Si impareranno ancora per comprendere le altre culture, non per le comunicazioni di ogni giorno. Noi vogliamo un mondo in cui ci sia questa apertura verso gli altri, che rende l’umanità migliore, ma in cui si possa anche competere a livello globale parlando la propria lingua, quella in cui si ha le maggiori capacità di espressione, persuasione e ragionamento, anziché per forza l’inglese”.
Il lancio al pubblico di ChatGPT due anni fa ha meravigliato il mondo facendo partire la corsa all’oro dell’IA. Si è meravigliato anche lei?
“Noi usiamo la tecnologia dei “transformer” dal 2017 e quando ci sei dentro da così tanti anni vedi un cambiamento progressivo. Un salto però c’è stato. Prima l’IA era un improvvisatore di teatro, gli dicevi “acqua” e quella inventava una serie di cose sull’acqua. Poi gli è stato detto: se chiedo “cosa è l’acqua” deve spiegami che cos’è. E’ diventata un professorino, con una vaga idea di cosa sia la verità, ma un po’ antipatico e politicamente scorretto. Così è stata anche “allineata”, gli è stato spiegato quali risposte sono accettabili, ed è diventata un professorino persuasivo, anche se ha ancora molte allucinazioni”.
Detta così non sembra vera intelligenza, arriverà mai a superare l’uomo, arriveremo all’Intelligenza artificiale generale?
“Al momento è ancora una finzione di intelligenza, non è in grado di generalizzare come noi, sta solo ripetendo le informazioni del mondo anche se ne possiede così tante che può sembrare intelligente. Ma è solo questione di tempo, è inesorabile ci si arrivi”.
Il primato di noi Sapiens trema.
“Nessuna legge naturale dice che siamo l’entità più intelligente dell’universo. Siamo per caso la specie più intelligente di questo pianeta. Il nostro cervello resta quello, mentre le macchine diventano tre o quattro volte più potenti ogni anno. Ma l’equivoco è pensare che l’IA replicherà l’essere umano, cosa che non ha senso né dal punto di vista sociale né economico: la useremo per quello che ci serve e dove può portare efficienza. Quando abbiamo creato la calcolatrice mica abbiamo fatto in modo che contasse come noi, l’abbiamo creata migliore. L’unica differenza è che a quella ci siamo abituati, mentre l’IA fa un po’ più paura”.
Molti leggono le uscite in massa da OpenAI, tra cui quella dello scienziato capo Ilya Sutskever, come la fine della favoletta di un’IA per l’umanità e il trionfo dell’IA per il profitto incarnata da Sam Altman. Sbagliano?
“Li conosco abbastanza bene entrambi. Ilya è un genio, un idealista, che vuole che il suo nome resti nella storia dando un contributo positivo per l’umanità. Sam invece è uno che per anni ha messo sotto steroidi le startup al motto di “fare qualcosa che la gente vuole”. Ma quello che la gente vuole non è per forza quello di cui ha bisogno, può essere anche una droga. Finché stavano insieme le due tensioni si bilanciavano, ora sono cavoli amari. L’unico aspetto positivo è che dopo le uscite i concorrenti di OpenAI – Anthropic, Google, Meta – hanno fatto dei passi avanti”.
Che effetto le fa vedere un grande imprenditore tecnologico come Elon Musk schierarsi in questo modo in politica?
“Mi ricorda un grande imprenditore italiano, quello che ha inventato la tv privata, Silvio Berlusconi, a cui il potere ha dato un po’ alla testa. Penso che Musk sia una persona guidata da principi nobili, convinto di poter fare grandi cose per l’umanità, per me era un idolo, ma che abbia perso il contatto con le persone e con il resto del mondo e voglia andare avanti indipendentemente dal fatto di essere compreso o meno. E ora capirlo è davvero difficile”.
Molti ritengono che l’IA concentrerà ancora più potere e ricchezza nelle mani di Big Tech. E’ così?
“Dobbiamo imparare a fare l’Antitrust. Se pensiamo che la concentrazione oggi sia un problema non abbiamo capito nulla: con l’AI sarà molto peggio, perché conquisterà progressivamente tutti i settori, come la rana che bolle nella pentola. Bisogna vietare alle società che fanno modelli fondativi di avere più del 20% del mercato prima che il vincitore aggredisca tutto, perché poi sarebbe impossibile. Invece noi in Europa facciamo l’AI Act…”.
Che cosa non va nella legge europea? Non è giusto ad esempio impedire il riconoscimento delle emozioni a scuola, visto che l’IA può sbagliare o discriminare?
“Una buona AI di traduzione sarebbe utile nelle scuole? Ecco, se io dico una frase con due tonalità diverse, con due emozioni diverse, la traduzione è diversa. Il problema allora non è se l’IA riconosce l’emozione, ma cosa ci fai. Bisogna vietare l’uso sbagliato, la discriminazione, non la tecnologia; anziché vietare di uccidere invece qui vietiamo il coltello. Regolando il mezzo anziché il fine, un mezzo che si modifica rapidamente e ha benefici potenziali enormi, l’unico effetto è che la tecnologia qui arriverà più tardi, mentre Cina e Stati Uniti ragionano su come vincere la competizione”.
E in Italia perché ci sono così poche aziende innovative di successo?
“E’ un problema culturale: dobbiamo imparare a chiedere scusa, non chiedere il permesso. Non si innovare chiedendo il permesso, se si è convinti che qualcosa porti un progresso e che la gente la voglia: si fa. Solo così si può stimolare la politica a cambiare le regole. Semmai si chiedere scusa dopo”.
Dei progetti per un grande modello di AI italiana, anche del governo, cosa pensa?
“Che non sanno di cosa parlano. Per fare un modello “italiano” devi comunque battere nella capacità di ragionamento i modelli esistenti, ed è una partita da 100 miliardi di dollari che si vince per forza bruta. Neanche i francesi con Mistral ce la stanno facendo. Dove possiamo competere è su applicazioni verticali dell’IA in settori in cui siamo forti e abbiamo i dati. A noi basteranno 100 milioni per raggiungere la singolarità nella traduzione, un obiettivo concreto, per oggi. Qui abbiamo un vantaggio competitivo, perché gli americani e il loro inglese neanche vedono il problema, e lo abbiamo anche su cibo, moda, automotive”.
La potenza di calcolo oggi è tra le risorse più introvabili e costose, per voi sarà un problema?
“Abbiamo sempre lavorato con Nvidia e due anni fa, quando erano in crisi, ci volevano tagliare il contratto. Ho proposto loro di pagarmi in potenza di calcolo, che abbiamo usato per addestrare Lara. Per l’addestramento del modello più grande ora abbiamo iniziato un progetto di ricerca insieme al Cineca (il consorzio del supercomputer di Bologna, ndr), che ci metterà a disposizione circa 10 milioni di ore di calcolo, la metà di quanto necessario, al termine del quale rilasceremo il modello italiano-inglese “open source” a disposizione di ricercatori, aziende e pubblica amministrazione. Magari il sito del ministero del Turismo avrà traduzioni decenti”.
E’ reduce dalla Global Ocean Race, la regata intorno al mondo con la sua barca Translated 9. Tra tutte le imprese possibili, perché proprio questa?
“Perché è una regata senza tecnologia. Ho bisogno di guardare molto avanti, oggi pianifico le cose che devono succedere fra dieci anni e pensavo che estraniarmi da tutto fosse un buon modo. Ancora una volta avevo sottostimato i problemi, alla prima uscita ho scoperto di soffrire di mal di mare, la cosa è diventata una questione sopravvivenza”.
Ha stampato e incorniciato una mail in cui il grande velista Paul Cayard, che vi ha seguito nel progetto, le consiglia di lasciar stare. Invece nonostante la nausea, dopo due rotture di scafo ed epiche riparazioni, siete arrivati in fondo.
“Gli ho risposto che a volte non devi ascoltare neanche i tuoi idoli. E ormai ero iscritto. Alla fine ho fatto un’altra promessa: se riuscirò a lanciare un prodotto di traduzione per il pubblico, cosa che abbiamo appena fatto, e a portare Translated in Borsa, nel 2030 vinceremo l’America’s Cup”.
Davvero naïf. Prada-Pirelli-Translated?
“Prada e Pirelli per allora avranno già vinto e si saranno ritirate. La barca italiana si chiamerà solo Translated. Anzi, Lara”.
Questa intervista è parte di “Creatori di futuro”, una serie di colloqui con gli imprenditori italiani della tecnologia. Le precedenti sono state a Luca Ferrari, fondatore e Ceo di Bending Spoons, e Alessio Lorusso, fondatore e Ceo di Roboze.