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Legge Capitali, il governo mette una pietra sulle speranze dei fondi

erhui1979 

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L’Italia ha deciso fare a meno della lista del cda e ha preferito che a presentare le liste dei consiglieri in assemblea siano solo i grandi azionisti oppure i patti di sindacato
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“Piaccia o no, alla fine decide la politica”. Con queste parole, il sottosegretario all’economia Federico Freni mette una pietra sopra le speranza dei grandi fondi internazionali di veder cambiare quella parte della Legge Capitali che riguarda la lista del cda. Norme giudicate a più riprese bizantine e contro le normali regole del mercato, così astruse da allontanare gli investitori istituzionali dalle società italiane quotate. A Freni, chiedendo un confronto e di rivedere la nuova disciplina, si era rivolto ad agosto di quest’anno, Jen Sisson, ceo dell’International Corporate Governance Network, un gruppo di gestori di patrimoni, tra cui colossi come BlackRock e Vanguard che insieme amministrano 77 miliardi di dollari.

La politica va per la sua strada

E a settembre aveva adottato la stessa strada il Council of Institutional Investors, un’associazione che si occupa di corporate governance per conto di fondi pensione americani e no con asset in gestione per quasi 10 trilioni di dollari…

“Piaccia o no, alla fine decide la politica”. Con queste parole, il sottosegretario all’economia Federico Freni mette una pietra sopra le speranza dei grandi fondi internazionali di veder cambiare quella parte della Legge Capitali che riguarda la lista del cda. Norme giudicate a più riprese bizantine e contro le normali regole del mercato, così astruse da allontanare gli investitori istituzionali dalle società italiane quotate. A Freni, chiedendo un confronto e di rivedere la nuova disciplina, si era rivolto ad agosto di quest’anno, Jen Sisson, ceo dell’International Corporate Governance Network, un gruppo di gestori di patrimoni, tra cui colossi come BlackRock e Vanguard che insieme amministrano 77 miliardi di dollari.

La politica va per la sua strada

E a settembre aveva adottato la stessa strada il Council of Institutional Investors, un’associazione che si occupa di corporate governance per conto di fondi pensione americani e no con asset in gestione per quasi 10 trilioni di dollari) e società di gestione globale (con circa 55 trilioni di soldi in gestione). Eppure la politica non ha voluto prendere in considerazione nessuno dei suggerimenti arrivati nella sua casella delle lettere e ha preferito seguire la propria strada. Per Freni, il dialogo auspicato dai fondi, non vuol dire essere tutti d’accordo, significa solo «ascoltare tutti, parlare con tutti, capire le ragioni di tutti», ma poi «piaccia o no», è sempre e solo uno a decidere.

La nuova Legge Capitali

Il confronto con il mercato lo ha aperto non il governo, ma la Consob attraverso le consultazioni che termineranno il 5 dicembre per arrivare a promulgare il regolamento attuativo della legge. I paletti resteranno gli stessi e ci si limiterà a scrivere solamente come applicarli. E così dal primo gennaio 2025, senza nemmeno una proroga, entrerà in vigore la nuova Legge Capitali che di fatto farà sparire dalla normativa italiana la possibilità per i cda uscenti di presentare una lista per il nuovo cda. Sono talmente penalizzanti le regole adottate che a nessuno converrà presentare la lista del cda. E’ una decisione che va in controtendenza rispetto alla prassi internazionale che vede questo meccanismo come una delle migliori soluzioni per governare le “public company”. L’Italia ha deciso di farne a meno e ha preferito che a presentare le liste per i cda siano solo i grandi azionisti con un peso tale da poter raggiungere la maggioranza in assemblea oppure i patti di sindacato. Un salto indietro nel tempo che lascia le aziende quotate a capitale diffuso in mano degli interessi di parte. I componenti delle liste del cda dovevano essere scelti con criteri obiettivi e rigidi, tutti comunque funzionali per competenze al buon funzionamento della società. Le liste degli azionisti o dei patti di sindacato rispondono invece a logiche diverse, perché i consiglieri devono principalmente portare in cda gli interessi di chi li ha nominati. Con tutte le conseguenze per il buon governo facili da immaginare.

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