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Non solo Beko: il vento della crisi soffia sul “bianco”

Proteste allo stabilimento Beko di Siena (agf)

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Il settore degli elettrodomestici accusa molti focolai di difficoltà. I problemi della Elettrolux e della Candy. Le vendite del comparto, nel 2024, rischiano di chiudersi con un calo vicino al 15% nel nostro Paese
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MILANO – Una crisi congiunturale e una strutturale che stringono il settore in una morsa durissima. A rappresentare in modo dirompente le difficoltà dell’industria del “bianco” (frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie) italiana che vale - o valeva - dieci miliardi di euro c’è il caso Beko, con l’annuncio di quasi 2.000 licenziamenti e il fondato sospetto che le prescrizioni del governo non salveranno l’occupazione.

Ma sono anche altri i focolai di crisi, per fortuna gestiti al momento con impatti meno traumatici sull’occupazione. Il dato certo è che l’industria italiana dei grandi elettrodomestici è in flessione da almeno tre anni, con un 2024 che potrebbe chiudersi con un calo delle vendite vicino al 15% per cause concomitanti.

«La crisi ciclica – spiega Massimiliano Nobis, della segreteria nazionale della Fim-Cisl – è legata soprattutto al post-Covid, perché si sconta una fase in cui i consumatori avevano riempito le case di nuovi elettrodomestici. Quella strutturale dipende dalla con…

MILANO – Una crisi congiunturale e una strutturale che stringono il settore in una morsa durissima. A rappresentare in modo dirompente le difficoltà dell’industria del “bianco” (frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie) italiana che vale - o valeva - dieci miliardi di euro c’è il caso Beko, con l’annuncio di quasi 2.000 licenziamenti e il fondato sospetto che le prescrizioni del governo non salveranno l’occupazione.

Ma sono anche altri i focolai di crisi, per fortuna gestiti al momento con impatti meno traumatici sull’occupazione. Il dato certo è che l’industria italiana dei grandi elettrodomestici è in flessione da almeno tre anni, con un 2024 che potrebbe chiudersi con un calo delle vendite vicino al 15% per cause concomitanti.

«La crisi ciclica – spiega Massimiliano Nobis, della segreteria nazionale della Fim-Cisl – è legata soprattutto al post-Covid, perché si sconta una fase in cui i consumatori avevano riempito le case di nuovi elettrodomestici. Quella strutturale dipende dalla concorrenza asiatica, in primo luogo cinese, ma anche dei prodotti sudcoreani».

Il golden power

Il caso Beko è quello che tiene banco: per l’entità degli esuberi - ben 1.935, la metà della forza lavoro – perché la proprietà degli stabilimenti ex Whirlpool era passata nel 2022 a una joint venture tra la turca Arcelik, che possiede anche il marchio Beko, e la stessa Whirpool al 25%, con rassicurazioni di un rilancio per gli stabilimenti italiani; infine, nel 2022 il governo aveva imposto a chi acquisiva alcune prescrizioni, esercitando il “golden power”.

Condizioni che secondo il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, garantivano l’occupazione. «Ma il decreto che le stabilisce non si può vedere – dice Barbara Tibaldi della segreteria nazionale Fiom-Cgil -. Ci dicono per motivi di riservatezza, ma da quello che capiamo il governo ha fatto solo prescrizioni su eventuali spostamenti di produzione all’interno dell’Europa che potrebbero determinare problemi di occupazione. Clausole inutili se l’azienda, come ci ha annunciato, vuole sostituire i prodotti che fa in Italia con altri fatti in un paese extraeuropeo come la Turchia». Sul tema promette un’interrogazione anche il leader di Azione, Carlo Calenda.

Inoltre, aggiunge Tibaldi, «la strategia delineata da Beko è un preludio alla chiusura di tutto. Non esiste un grande polo che può produrre solo elettrodomestici per cucina, senza avere quelli per il freddo e per il lavaggio». «Più che un piano industriale – dice Nobis – il loro è un piano commerciale: rinunciano in partenza a qualsiasi ipotesi di rilancio».

La produttività

Meno estreme, ma con segnali di difficoltà, le altre situazioni. La svedese Electrolux ha una presenza diffusa in Italia, con cinque stabilimenti e circa 4.500 dipendenti. In queste fabbriche l’azienda ha investito circa 500 milioni nell’ultimo biennio, talvolta anche con accordi innovativi come quello fatto con i sindacati nello stabilimento di Solaro, in provincia di Milano, dove è stato possibile aumentare la produttività di una linea per lavastoviglie da 90 a 108 pezzi l’ora (il 20% in più) introducendo nuove tecnologie e ristudiando l’ergonomia delle posizioni di lavoro.

Un successo di relazioni industriali, che si scontra però con la realtà del mercato. Così, il mese scorso, dopo l’accordo per circa 400 uscite volontarie, i sindacati hanno firmato un’intesa con la multinazionale che introduce contratti di solidarietà con riduzioni di orario fino al 65%. Si evitano i licenziamenti e si prende tempo.

In casa Candy, che sei anni fa è passata alla multinazionale cinese Haier, le relazioni sindacali sono storicamente distese. La nuova proprietà ha mantenuto la tradizione e ha spostato il suo quartier generale europeo dalla Francia a Brugherio. Eppure, non basta essere in mano al colosso asiatico per trovarsi al riparo.

Gli esuberi

Nel 2024, infatti, Candy ha dichiarato prima 30 esuberi su 270 operai e poi, per la prima volta in tempi recenti, ha avviato le procedure di licenziamento collettivo per 83 impiegati sui circa 900 totali. Non una soluzione traumatica – gli incentivi sono buoni e le professionalità possono trovare altri impieghi senza troppe difficoltà – ma è un segno del rallentamento.

«Qui avevamo nove linee produttive, mentre ora ne rimangono meno di due – spiega Pietro Occhiuto, segretario Fiom-Cgil della Brianza – e il rischio che vediamo è che in futuro a Brugherio non ci sia più la produzione, ma solo altre attività del gruppo». E nel prossimo incontro con i rappresentanti dei lavoratori, in Assolombarda, il gruppo definirà quali sono i piani per il futuro.

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