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L’Opa di Bpm su Anima, il ‘buco’ da 370 milioni e i timori di Orcel: perché l’offerta è più bassa

La sede del Banco Bpm in piazza Meda a Milano 

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La scalata di Unicredit al Banco si intreccia con quella dell’istituto guidato da Castagna al gruppo che si occupa di risparmio gestito: ecco i nodi delle due operazioni
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MILANO – C’è un ‘caso Anima’ nella battaglia bancaria su più fronti – anche politico – che Unicredit ha avviato per inglobare Banco Bpm. La società di fondi, che gestisce oltre 200 miliardi di euro di risparmio italiano, è a sua volta sotto attacco, perché la banca guidata da Giuseppe Castagna, prima azionista con il 22,5%, ha lanciato un’Opa da 1,6 miliardi il 6 novembre sul resto delle quote.

Ieri è stato depositato in Consob il documento di offerta, assieme alle altre istanze autorizzative alla Banca d’Italia e all’Antitrust. Sempre ieri, nel comunicato che respingeva l’Offerta pubblica di scambio lanciata lunedì da Unicredit, Banco Bpm ha fatto sapere che “resta focalizzata nell'esecuzione dell'offerta su Anima”, malgrado dal blitz di Unicredit sia scattata la passivity rule, che impone “forti limitazioni alla flessibilità strategica del management Banco Bpm, in particolare sulle condizioni dell’Opa promossa su Anima e al recente investimento nel capitale sociale di Monte dei Pasc…

MILANO – C’è un ‘caso Anima’ nella battaglia bancaria su più fronti – anche politico – che Unicredit ha avviato per inglobare Banco Bpm. La società di fondi, che gestisce oltre 200 miliardi di euro di risparmio italiano, è a sua volta sotto attacco, perché la banca guidata da Giuseppe Castagna, prima azionista con il 22,5%, ha lanciato un’Opa da 1,6 miliardi il 6 novembre sul resto delle quote.

Ieri è stato depositato in Consob il documento di offerta, assieme alle altre istanze autorizzative alla Banca d’Italia e all’Antitrust. Sempre ieri, nel comunicato che respingeva l’Offerta pubblica di scambio lanciata lunedì da Unicredit, Banco Bpm ha fatto sapere che “resta focalizzata nell'esecuzione dell'offerta su Anima”, malgrado dal blitz di Unicredit sia scattata la passivity rule, che impone “forti limitazioni alla flessibilità strategica del management Banco Bpm, in particolare sulle condizioni dell’Opa promossa su Anima e al recente investimento nel capitale sociale di Monte dei Paschi, determinando un quadro di elevata incertezza”.

Gli occhi della vigilanza sull’Opa

Nelle prossime settimane toccherà alle autorità valutare l’Opa di Anima: e su questo ganglio si concentreranno gli occhi degli operatori, ai fini della valutazione delle varie operazioni intrecciate. Andrea Orcel, lo scalatore a capo di Unicredit, nella presentazione dell’Opa ha puntato il dito sul fatto che a Banco Bpm possa essere chiesto di aggiungere capitale ad Anima: e che potrebbe toccare alla sua banca pagarlo, una volta che avrà inglobato Banco Bpm (e quindi Anima, se l’Opa sulla Sgr va a segno).

Orcel si è infatti detto fiducioso l’Ops di Unicredit sui milanesi sarà approvata dalla vigilanza Bce, per il fatto che avrà un impatto di capitale primario “Cet1” stimato in soli 70 punti base (circa 370 milioni di euro sui 52,5 miliardi di Cet1 di Unicredit a giugno 2024). Lo stesso Orcel, però, ha aggiunto che se il progetto di Banco Bpm su Anima non fosse approvato dalla vigilanza così com’è, il costo di capitale per Unicredit potrebbe raddoppiare, fino a 140 punti base circa. Cosa significa? Secondo vari operatori – ieri ne ha scritto Intermonte – Orcel intende che Banco Bpm possa avere sfruttato in modo troppo aggressivo il Danish compromise, che la cornice di Basilea 3 ha da poco rafforzato e consente alle entità assicurative di comprare società bancarie o del risparmio con sconti patrimoniali, perché non si deducono dal capitale alcune voci come avviamento, attivi intangibili, attività fiscali differite (Dta).

Lo strano giro del capitale “danese” e “senese”

Bisogna riavvolgere l’agenda di novembre per capire meglio. Il 6 novembre Banco Bpm, annunciando l’Opa su Anima, aveva usato come veicolo proprio una controllata assicurativa, Banco Bpm Vita. E aveva notato che il Danish compromise garantiva un forte sconto patrimoniale, limitando a 30 punti base l’utilizzo del capitale a fronte di un’offerta per cassa da 1,6 miliardi in Borsa.

Ma in parallelo, pochi giorni dopo, alla terza vendita di azioni Mps del Tesoro spuntava anche Anima tra i compratori, con investimento di 219 milioni – sempre cash – per rilevare un 3% della banca senese (oltre all’1% già posseduto); azioni che virtualmente la Sgr porta in dote a Banco Bpm (che potrebbe a sua volta portarle a Orcel, malgrado ancora lunedì si sia detto “non interessato a Mps”).

Questa asimmetria tra lo ‘sconto danese’, per cui Banco Bpm non ha quasi impiegato capitale su Anima, e ‘l’obolo senese’, che ha visto Anima versare 219 milioni al Tesoro per Mps, è cosa che potrebbe fare storcere il naso alla Vigilanza. Almeno così ritiene Orcel, che già nella conference call sui conti Unicredit del terzo trimestre aveva giudicato come una valida misura il Danish compromise, a patto che non se ne facesse un uso troppo aggressivo. Tra l’altro lo stesso Banco Bpm ha messo per iscritto che potrebbe ritirare l’Opa in caso di mancato ottenimento del “compromesso danese”.

Se la Vigilanza, nelle prossime settimane, chiedesse a Banco Bpm di rimpolpare l’offerta su Anima a Banco Bpm, quei 70 punti base in più (circa 370 milioni) potrebbe doverli sborsare Orcel nel 2025, come capo del futuro polo. Anche per questo, si racconta dalle parti di Piazza Gae Aulenti, l’Ops su Banco Bpm è stata finora molto stitica sul premio riconosciuto agli azionisti di Giuseppe Castagna (solo uno 0,5% sui prezzi di venerdì). E anche per questo Orcel lunedì ha avvisato i rivali: "L'operazione su Anima serve a proteggere gli accordi di distribuzione e credo sia una buona idea, ma se Banco Bpm vuole alzare l'offerta dovrà convocare l'assemblea". Non solo il cda, perché così vuole la passivity rule.

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