Nella campagna elettorale, Donald Trump accettava donazioni in Bitcoin. Sulla piattaforma Gemini, per esempio, un contributo di 45,47 dollari poteva essere convertito in 0,09098367 Bitcoin. «Io sarò un crypto-presidente», arringava il tycoon i giovani manager della Silicon Valley. E annunciava la creazione di una “riserva di sicurezza” in Bitcoin, come quella d’oro o valuta. Con una così trionfale grancassa, pur nella più totale mancanza di dettagli operativi (una riforma del genere ha bisogno di un’approvazione del Congresso tutt’altro che scontata) le quotazioni della regina delle criptovalute sono schizzate dopo le elezioni fino a 94.760 dollari il 22 novembre (sfiorando i 100mila durante la giornata), quasi il 60% in più rispetto all’inizio dell’anno e l’85% sui 15mila del dicembre 2022.
Il traino di Trump
Nei giorni successivi è sceso un po’, fino agli 87mila del giovedì del Thanksgiving, il giorno del Ringraziamento. L’ondata di entusiasmo si spiega anche con l’ammissione di …
Nella campagna elettorale, Donald Trump accettava donazioni in Bitcoin. Sulla piattaforma Gemini, per esempio, un contributo di 45,47 dollari poteva essere convertito in 0,09098367 Bitcoin. «Io sarò un crypto-presidente», arringava il tycoon i giovani manager della Silicon Valley. E annunciava la creazione di una “riserva di sicurezza” in Bitcoin, come quella d’oro o valuta. Con una così trionfale grancassa, pur nella più totale mancanza di dettagli operativi (una riforma del genere ha bisogno di un’approvazione del Congresso tutt’altro che scontata) le quotazioni della regina delle criptovalute sono schizzate dopo le elezioni fino a 94.760 dollari il 22 novembre (sfiorando i 100mila durante la giornata), quasi il 60% in più rispetto all’inizio dell’anno e l’85% sui 15mila del dicembre 2022.
Il traino di Trump
Nei giorni successivi è sceso un po’, fino agli 87mila del giovedì del Thanksgiving, il giorno del Ringraziamento. L’ondata di entusiasmo si spiega anche con l’ammissione di Trump a fine settembre di aver rilevato con i figli Donald Jr, Eric e Barron la startup World Liberty Financial, specializzata in finanza decentralizzata, che ha appena lanciato la sua cryptocurrency chiamata $WLFI. Altrettanto ha fatto il solito Elon Musk che naturalmente ha chiamato la sua “valuta” Dogecoin (Doge = Department of Government Efficiency, il suo incarico).
In tutta quest’euforia, a poco valgono gli ammonimenti degli economisti più prestigiosi: “Betting on dystopia”, scommettere su un incubo, scrive Kenneth Rogoff di Harvard: «È come comprare un biglietto della lotteria. Qualcuno vince, ma quanti?» “Il grande imbroglio”, taglia corto Nouriel Roubini. E Daron Acemoglu, che il 10 dicembre riceverà il premio Nobel per l’economia, spiega: «Le criptovalute mancano di una stabile fondazione istituzionale che convinca il pubblico ad avere fiducia e a creare un vero sistema dei pagamenti». Su questo ha insistito Federico Cornelli, commissario della Consob, che pochi giorni fa in occasione di un convegno ha descritto il fenomeno come un mercato altamente speculativo, privo di fondamenta solide: «Non hanno un debitore sottostante: se un giorno dovesse scoppiare la bolla, nessuno venga a chiedere risarcimenti». Le banche centrali non stanno a guardare. Il 94% di esse sta preparando una valuta digitale. Anche se nessuna ammette che sarebbe “la risposta ai Bitcoin”, si tratta di inserirsi in un mercato, «che è qui per restare», come assicura Jim O’Neill, già capo economista di Goldman Sachs. Ma servono altri criteri e ben altre garanzie.
La Cina digitale
La prima a provarci è la Cina, dove in via sperimentale in una decina di città circola già lo yuan digitale. Ma non si è fatta cogliere impreparata neanche la Bce, che nell’ottobre 2020 – quando il Covid aveva generato la ritrosia a toccare il contante – avviò con un documento programmatico l’operazione, coordinata da Fabio Panetta, allora membro del board, che tuttora da governatore della Banca d’Italia funge da pivot per il progetto europeo. Allora, lo spiegò così: «Questa nuova forma di moneta di banca centrale dovrà offrire ai cittadini i medesimi servizi dell’euro, ossia l’accesso gratuito a un mezzo di pagamento di facile utilizzo, accettato da tutti e affidabile». L’euro digitale è cruciale in diversi scenari: «Qualora i cittadini divenissero riluttanti a usare il contante, o eventi estremi – pandemia, calamità naturali – rendessero inutilizzabili altri mezzi di pagamento. Consente inoltre di fronteggiare il pericolo che strumenti di pagamento digitali emessi da soggetti esterni possano rimpiazzare gli attuali mezzi di pagamento, sollevando problemi normativi e rischi per la stabilità finanziaria e la sovranità economica e monetaria dell’Europa». Sta di fatto che Bitcoin e Co. finanziano colossali traffici illeciti in tutto il mondo. Né i loschi figuri che vi si aggirano hanno scrupoli a truffarsi tra di loro: un sito che in italiano si può leggere in due modi, Kryptocasinos.com, calcola che gli utilizzatori di criptovalute hanno perso nel 2024 finora 1,2 miliardi di dollari per imbrogli vari.
Come difendersi dagli hacker
Difendersi da hacker, ciarlatani e farabutti è obiettivo centrale, così come la tutela della privacy. In Bce e Bankitalia in questi anni il lavoro preparatorio non ha avuto soste, accompagnato dalle esortazioni della stessa numero uno dell’Eurotower, Christine Lagarde, affinché si arrivi alla sospirata unione bancaria e all’unione del mercato dei capitali, che renderebbe l’introduzione dell’euro digitale più solida e utile (si supererebbe l’impaccio di trovare un bancomat all’estero che non pretenda commissioni folli, e poi tutto sarebbe più fluido nelle transazioni commerciali). Chiara Scotti, vice direttrice generale di Via Nazionale che segue il progetto, ha fatto il 20 novembre il punto all’università di Firenze. Intanto ha ribadito che chiunque, anche chi non ha un conto in banca (sono decine di milioni in tutta Europa) può aprirsi in qualsiasi istituto un “mini-conto” in euro digitali, anche poche migliaia di euro ricaricabili, senza nessuna spesa. Basterà uno smartphone e una app. La banca poi farà riferimento alla Banca centrale europea che contabilizza tutto con un sistema blockchain dedicato. «L’euro digitale – ha chiarito Scotti – offrirebbe funzionalità sia online che offline». Quando non c’è copertura web, continua a funzionare. Ma soprattutto l’euro digitale «non sarebbe da nessun punto di vista una criptoattività». A differenza dei Bitcoin e altre, un euro continuerà sempre e solamente a valere un euro. I tempi? Serviranno ancora due o tre anni. Ora è nata la “pioneer partnership” per testare opzioni tecniche nella piattaforma dell’Eurosistema, aperta a commercianti, società fintech, esperti, università. La Banca d’Italia, inutile dirlo, è candidata a svolgere le funzioni di Digital Euro Service Platform.