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Ma quanto è opaco il Golden power

Una filiale del Banco Bpm a Milano. Dopo l'offerta di Unicredit il governo ha evocato l'esercizio del Golden power (reuters)

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Usato o soprattutto evocato, il potere speciale nato per difendere la sicurezza nazionale viene sempre più piegato a logiche dirigiste. L’allarme di imprese e giuristi su costi e incertezze: una riforma è necessaria e improbabile
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Lo ha evocato il ministro delle Finanze Giorgetti dopo l’offerta di Unicredit su Banco Bpm. Lo ha ipotizzato il ministro delle Imprese Urso di fronte agli esuberi di Beko. Lo ha brandito la premier Meloni in Parlamento, accusando le opposizioni di non averlo usato quando è nata Stellantis. Evocare il golden power, i poteri speciali sugli investimenti esteri di cui il governo dispone a garanzia della sicurezza nazionale, sta diventando risposta buona per ogni circostanza, crisi industriale, operazione sgradita. E l’inflazione preoccupa molti, tra giuristi e soggetti di mercato, perché se da un lato il numero di esercizi effettivi — governo Meloni incluso — resta limitato, dall’altro gli interventi appaiono sempre più arbitrari per perimetro e motivazioni.

Nell’incertezza…

Lo ha evocato il ministro delle Finanze Giorgetti dopo l’offerta di Unicredit su Banco Bpm. Lo ha ipotizzato il ministro delle Imprese Urso di fronte agli esuberi di Beko. Lo ha brandito la premier Meloni in Parlamento, accusando le opposizioni di non averlo usato quando è nata Stellantis. Evocare il golden power, i poteri speciali sugli investimenti esteri di cui il governo dispone a garanzia della sicurezza nazionale, sta diventando risposta buona per ogni circostanza, crisi industriale, operazione sgradita. E l’inflazione preoccupa molti, tra giuristi e soggetti di mercato, perché se da un lato il numero di esercizi effettivi — governo Meloni incluso — resta limitato, dall’altro gli interventi appaiono sempre più arbitrari per perimetro e motivazioni.

Nell’incertezza un fiume di notifiche

Che manchi chiarezza emerge dai dati quasi definitivi sul 2024 resi noti dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Mantovano e da un’analisi dell’Osservatorio golden power. Al 31 ottobre le aziende avevano notificato al governo 661 operazioni, che per fine anno potrebbero superare il dato già enorme — due al giorno — del 2023. «C’è un debordamento che deriva dalla forte incertezza applicativa rispetto a una norma stratificata da vari decreti legge e che rischia di diventare nella prassi una disposizione pigliatutto, con costi materiali e immateriali per le imprese», dice l’avvocato Michele Carpagnano, partner di Dentons e direttore scientifico dell’Osservatorio. All’originario controllo sugli investimenti nella difesa si è aggiunto il 5G, poi un ventaglio di settori definiti strategici, dall’energia all’alimentare. Spesso però non sarebbe necessario notificare, lo mostra il numero basso di operazioni che il governo assoggetta poi a condizioni (27 nel 2024) o veti (2).

Gli italiani stranieri

Questi numeri sono stabili da qualche anno e segnalano una continenza da parte degli esecutivi. Ma conforta meno l’analisi qualitativa dei singoli casi, come i due veti del 2024. Il primo riguarda una collaborazione tra la startup varesina Manta, che sviluppa mini aerei elettrici, e il gruppo Shenyang: un classico, da Draghi in poi le aziende cinesi sono nel mirino. Il secondo invece è un inedito, lo stop alla vendita di Fbm Hudson Italia, azienda di apparecchiature per l’Oil&Gas di proprietà di un gruppo malese, a due acquirenti tricolori, Bm Carpenterie e Officine Piccoli. Investitori italiani bloccati come quelli esteri, ossimoro legittimato dal fatto che i poteri speciali sono stati allargati dai soli soggetti extra Ue a quelli europei, e per non esporsi a infrazioni comunitarie questo ha incluso anche gli italiani. Così anche nell’affare tutto italiano Unicredit-Bpm il golden power è in teoria possibile.

Sicurezza o politiche industriali?

Perché la vendita di Fbm è stata bloccata? Nessun decreto è pubblico, ma l’ipotesi è che gli acquirenti non siano stati giudicati abbastanza solidi da garantire il futuro dell’azienda. Valutazione che esula dalla logica di sicurezza: «Assistiamo a una deformazione dei poteri speciali sia comunicativa che nell’esercizio», dice l’avvocato Luca Picotti, collaboratore dell’Osservatorio e autore del libro La legge del più forte. «Lo si vede usato o evocato con una logica di politica industriale o tutela dell’occupazione, che hanno però altri strumenti». Nella stessa direzione va l’evocazione dei poteri, che probabilmente resterà tale, nel piano di ristrutturazione della multinazionale turca Beko. E l’ipotesi, finora non applicata, di imporre delle condizioni anche nel caso di investimenti greenfield, per aprire nuovi stabilimenti produttivi in Italia.

Il bestiario dei poteri dorati

Nel bestiario del golden power di strani animali ne sono entrati diversi: l’applicazione estensiva quando di mezzo ci sono dei dati, anche se raccolti da lavatrici o pneumatici; prescrizioni ripetute sulla stessa operazione, Tim-Kkr; entrate a gamba tesa nella governance, come su Pirelli, o nella gestione societaria, come il divieto a Cedacri di usare un prestito con pegno azionario per distribuire dividendi. Divieto che il Tar ha confermato, con un’apertura di campo al governo che — in attesa del Consiglio di Stato e della Corte europea — ha lasciato molti perplessi.

Proposte di riforma

«Va mantenuto lo strumento nei binari dello Stato di diritto, consapevoli dei rischi», ha detto Roberto Chieppa, presidente di sezione del Consiglio di Stato ed ex segretario generale di Palazzo Chigi. E il rischio che i limiti della discrezionalità politica saltino inquieta il mercato. A un convegno organizzato da Mediobanca, l’ad Alberto Nagel ha chiesto di garantire «prevedibilità e trasparenza» per non «generare incertezza e costi per gli investitori stranieri». Sia Assonime, associazione delle quotate, che l’Osservatorio golden power hanno presentato ipotesi di riforma in buona parte coincidenti: sistematizzare, definire meglio settori e investitori coinvolti, escludendo quelli europei, rafforzare la revisione da parte della giustizia amministrativa, dare trasparenza ai decreti di esercizio che oggi non vengono pubblicati.

Sovranisti e dirigisti

Il sottosegretario Mantovano si è detto consapevole di «limiti e costi», ma ha fatto presenti anche i costi «del non intervento». Difficile che il governo si avventuri in una riforma, anche perché al suo interno e nella maggioranza c’è un’anima molto dirigista, prima ancora che sovranista, nel rapporto tra politica e mercato. È quella che si è espressa nel discusso Disegno di legge capitali ed emerge nell’abuso, per ora soprattutto verbale, di golden power.

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