ROMA — Il tesoretto della discordia. Spuntano 100 milioni di coperture in più sul prossimo anno e altrettanti sul 2026. Un finale davvero a sorpresa per la terza manovra del governo Meloni. Manovra di fatto chiusa. Questa mattina sarà votata la fiducia alla Camera. A seguire il voto su articoli ed emendamenti. E quello finale in serata con diretta tv. Poi il passaggio al Senato, poco più di una formalità. Nulla cambierà, i giochi sono fatti.
A lasciare tutti esterrefatti è però quel tesoretto, la “sovracopertura”. Un’eccedenza talmente inedita che nessuno ricorda precedenti negli ultimi quarant’anni. Di solito anzi si presenta l’esigenza opposta: trovare coperture in corsa per norme non finanziate o finanziate in parte e per questo a rischio stralcio. Quest’anno invece viene fuori l’avanzo. E coglie tutti di sorpresa.
Il malumore alla Camera
L’opposizione prova a rintuzzare il governo, anche se la polemica vira presto su altro, sulla «sciatteria istituzionale» di un esecutivo assen…
ROMA — Il tesoretto della discordia. Spuntano 100 milioni di coperture in più sul prossimo anno e altrettanti sul 2026. Un finale davvero a sorpresa per la terza manovra del governo Meloni. Manovra di fatto chiusa. Questa mattina sarà votata la fiducia alla Camera. A seguire il voto su articoli ed emendamenti. E quello finale in serata con diretta tv. Poi il passaggio al Senato, poco più di una formalità. Nulla cambierà, i giochi sono fatti.
A lasciare tutti esterrefatti è però quel tesoretto, la “sovracopertura”. Un’eccedenza talmente inedita che nessuno ricorda precedenti negli ultimi quarant’anni. Di solito anzi si presenta l’esigenza opposta: trovare coperture in corsa per norme non finanziate o finanziate in parte e per questo a rischio stralcio. Quest’anno invece viene fuori l’avanzo. E coglie tutti di sorpresa.
Il malumore alla Camera
L’opposizione prova a rintuzzare il governo, anche se la polemica vira presto su altro, sulla «sciatteria istituzionale» di un esecutivo assente all’apertura della seduta in Aula ieri alle 8 del mattino. Il vicepresidente di Avs alla Camera Marco Grimaldi lamenta subito che «con altri 100 milioni si stabilizzavano 3 mila ricercatori anziché 300», accusando il governo di «espedienti». Il malumore si gonfia però pure tra le fila della maggioranza e dello stesso esecutivo. I toni si alzano tra i deputati, soprattutto di Fratelli d’Italia, che si sono visti respinti emendamenti su emendamenti perché la coperta era corta e non c’erano soldi. «Allucinante», commentano molti reduci dalla maratona notturna di votazioni.
La stretta sulle pensioni
Il più deluso è il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon che mal ha digerito i caveat della Ragioneria sulla sua misura bandiera, quella per i giovani e meno giovani che hanno iniziato a lavorare dopo il 1996: il cumulo tra pensione pubblica e privata per uscire a 64 anni. I paletti inseriti a forza, per far tornare i conti, rendono quella una misura da ricchi. Aumentano gli anni di contribuzione da 20 a 25 e poi 30 dal 2030. Alzano il valore soglia per l’uscita, già inasprito l’anno scorso da 2,8 a 3 volte l’assegno sociale. Ora portato a 3,2 volte dal 2030. Significa poter contare su una pensione di 1.710 euro. Frutto di un lavoro ben retribuito e continuo. L’esatto contrario di quanto succede in Italia.
La Ragioneria nel mirino
La Ragioneria finisce dunque di nuovo nel mirino. Ma quest’anno non c’è il capro espiatorio Biagio Mazzotta su cui scaricare le colpe. La nuova guardiana dei conti, Daria Perrotta, gode della protezione del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che l’ha promossa. Eppure la sua gestione della manovra non pare impeccabile. A partire da quegli emendamenti del governo diventati proposte dei relatori e per questo privati di relazione tecnica. Ancora non si sa ad esempio quante imprese beneficeranno del taglio dell’Ires, quanto vale (400 o 500 milioni?) e chi lo copre (tutto le banche?).
Fino alla sorpresa finale. L’avanzo da 200 milioni in due anni che finirà nel bilancio dello Stato. Pochi se rapportati a una manovra da 30 miliardi. Tanti se consideriamo che maggioranza e opposizione avevano un budget per le modifiche alla manovra risicatissimo: appena 120 milioni. Senz’altro non una bella figura.