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Google contro l’Antitrust Usa: “Vendere Chrome è un rimedio eccessivo”

Il campus di Google a Mountain View, in California

 

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Il gigante di Internet ha presentato le sue difese al giudice Mehta, chiamato a decidere sull’accusa di pratiche anticoncorrenziali mossa dal governo Usa
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NEW YORK – Costringerci a vendere Chrome sarebbe una punizione eccessiva, un rimedio sproporzionato rispetto all’accusa di aver adottato pratiche anticompetitive per promuoverlo. Un provvedimento draconiano, che non solo sarebbe in contrasto con lo spirito della legge, ma avrebbe anche un effetto raggelante sugli investimenti necessari a fare innovazione nel futuro. Così si è difesa Google nel documento consegnato venerdì sera in tribunale, rivelato da Bloomberg, per rispondere al procedimento di cui è protagonista.

Il dipartimento della Giustizia Usa e diversi Stati hanno accusato la compagnia di Mountain View di aver usato una condotta contraria alla corretta competizione per promuovere il suo programma per navigare in Internet. Tra le altre cose,…

NEW YORK – Costringerci a vendere Chrome sarebbe una punizione eccessiva, un rimedio sproporzionato rispetto all’accusa di aver adottato pratiche anticompetitive per promuoverlo. Un provvedimento draconiano, che non solo sarebbe in contrasto con lo spirito della legge, ma avrebbe anche un effetto raggelante sugli investimenti necessari a fare innovazione nel futuro. Così si è difesa Google nel documento consegnato venerdì sera in tribunale, rivelato da Bloomberg, per rispondere al procedimento di cui è protagonista.

Il dipartimento della Giustizia Usa e diversi Stati hanno accusato la compagnia di Mountain View di aver usato una condotta contraria alla corretta competizione per promuovere il suo programma per navigare in Internet. Tra le altre cose, ha pagato Apple affinché installasse automaticamente il browser nei suoi prodotti, e monopolizzato tanto il mercato delle ricerche online quanto quello della pubblicità. Quindi i querelanti hanno chiesto al giudice Amit Mehta di ordinare ad Alphabet – ovvero la holding di Google – la vendita di Chrome più una serie di correttivi per favorire la competizione.

Il magistrato ha riconosciuto che le azioni del gigante del web erano illegali, in particolare i pagamenti in favore di Apple e di altri operatori del settore perché Mountain View fosse il fornitore esclusivo del browser. Perciò ha messo in calendario ad aprile un procedimento per discutere i rimedi, promettendo di emettere la sentenza definitiva entro il prossimo agosto.

Google ha già annunciato che farà comunque ricorso, ma non può avviarlo prima che il caso sia concluso nel primo grado di giudizio. Quindi venerdì ha presentato la sua risposta, nel tentativo di influenzare le scelte di Mehta: "I rimedi estremi sono scoraggiati dai tribunali, devono essere dello stesso tipo o classe delle violazioni”. Lee-Anne Mulholland, vicepresidente per le questioni normative della società, ha scritto in un blog che la decisione del giudice dovrebbe consentire ai browser concorrenti “di avere la libertà di concludere affari con qualunque motore di ricerca ritengano sia migliore per i loro utenti”.

Poi, secondo Bloomberg, ha spiegato che la proposta di Google consentirebbe comunque all’azienda di dividere le entrate con i browser concorrenti, ma permetterebbe anche più impostazioni predefinite su piattaforme diverse. Inoltre darebbe ai produttori di dispositivi la possibilità di precaricare più motori di ricerca, senza richiedere loro di includere Chrome, se desiderano usare altre app Google.

Mulholland ha concluso così: "Se il dipartimento della Giustizia avesse ritenuto che gli investimenti di Google in Chrome, o il nostro sviluppo dell’intelligenza artificiale, o il modo in cui eseguiamo la scansione del web o sviluppiamo i nostri algoritmi, fossero del tutto anticoncorrenziali, avrebbe potuto perseguire tali casi. Non è stato così”. La parola ora passa a Mehta.

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