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Scotti, Bankitalia: “La nostra indipendenza passa dall’euro digitale”

Chiara Scotti, 49 anni, dalla fine dello scorso anno è vice direttore generale della Banca d'Italia, dopo vent'anni di carriera alla Federal Reserve 

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La vice direttrice generale di Via Nazionale: “Sarà una moneta gratuita, accettata ovunque e rispettosa della privacy. Ora dobbiamo accelerare, non possiamo lasciare dati e pagamenti ai giganti tecnologici”
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«Non possiamo stare fermi, perché i costi e i rischi di non avere un euro digitale sarebbero alti per tutti: per i cittadini, per le aziende e per la sovranità europea». Chiara Scotti è vice direttrice generale della Banca d’Italia. Alla fine del 2023, dopo vent’anni alla Federal Reserve, il governatore Fabio Panetta l’ha chiamata nel direttorio di Via Nazionale, dove è la figura di riferimento per un progetto centrale nel futuro dell’eurozona come l’euro digitale. Nei prossimi mesi Parlamento e Consiglio Ue dovranno decidere se approvare la legge che avvierà il percorso verso l’emissione, nel frattempo Bankitalia e gli altri istituti dell’Eurosistema lavorano per definire i principi tecnici del suo funzionamento.

Perché serve un euro digitale? Già paghiamo con monete elettroniche, online e nei negozi.

«Perché il mondo dei pagamenti sta cambiando e le banche centrali devono stare al passo offrendo una moneta digitale gratuita, accettata ovunque nell’area dell’euro, semplice, inclu…

«Non possiamo stare fermi, perché i costi e i rischi di non avere un euro digitale sarebbero alti per tutti: per i cittadini, per le aziende e per la sovranità europea». Chiara Scotti è vice direttrice generale della Banca d’Italia. Alla fine del 2023, dopo vent’anni alla Federal Reserve, il governatore Fabio Panetta l’ha chiamata nel direttorio di Via Nazionale, dove è la figura di riferimento per un progetto centrale nel futuro dell’eurozona come l’euro digitale. Nei prossimi mesi Parlamento e Consiglio Ue dovranno decidere se approvare la legge che avvierà il percorso verso l’emissione, nel frattempo Bankitalia e gli altri istituti dell’Eurosistema lavorano per definire i principi tecnici del suo funzionamento.

Perché serve un euro digitale? Già paghiamo con monete elettroniche, online e nei negozi.

«Perché il mondo dei pagamenti sta cambiando e le banche centrali devono stare al passo offrendo una moneta digitale gratuita, accettata ovunque nell’area dell’euro, semplice, inclusiva e nel rispetto della privacy, che affianchi ma non sostituisca il contante».

Non ci si potrebbe arrivare con una soluzione di mercato?

«Le istituzioni europee tentano di promuovere l’integrazione dei pagamenti da 25 anni ma la situazione è addirittura peggiorata per un problema di fondo: siamo una delle pochissime aree monetarie al mondo frammentata in tanti Paesi. La maggior parte delle soluzioni di pagamento digitale è circoscritta ai confini nazionali, ben 13 dei 20 Paesi dipendono da operatori non europei, con poche grandi multinazionali che usano i nostri dati a fini commerciali e sfruttano rendite di posizione per chiedere commissioni sempre più elevate alle imprese. Questi costi finiscono per ricadere sui cittadini. Vogliamo offrire una soluzione che il mercato non ha trovato e riuscirci prima che grandi aziende tecnologiche, magari puntando su “stablecoin” proprietarie (asset digitali dal valore stabile legato a quello di una moneta tradizionale, ndr) sfruttino questa condizione indebolendo ulteriormente l’autonomia strategica europea».

Insomma le Banche centrali temono che la diffusione delle cripto e la forza di Big Tech erodano la loro sovranità monetaria?

«Il tema della sovranità è uno di quelli per cui vogliamo l’euro digitale. Ma vorrei essere chiara: le monete digitali di banca centrale e le cripto non si possono confrontare, sono prodotti diversi dal punto di vista tecnico e per lo scopo che si prefiggono. Le une non sono fatte per ridurre le altre e un’ulteriore espansione del mondo delle cripto non avrà impatti sul nostro progetto. L’euro digitale è diverso anche dalle stablecoin, perché il suo valore è intrinsecamente garantito, come quello delle banconote che circolano oggi, mentre una stablecoin potrebbe offrire garanzie di stabilità solo se fosse coperta al 100% da una singola valuta fiat sottostante».

Trump ha detto che sarà il primo criptopresidente. Regole più amichevoli accelereranno l’adozione delle cripto o faranno esplodere i rischi?

«Vedremo, al momento non si è neppure insediato. L’approccio regolatorio europeo è chiaro, con la normativa Micar che avrà piena applicazione dal prossimo anno. Negli Stati Uniti c’è più incertezza, questo aiuta gli speculatori».

Ha detto che comprare un bitcoin è come comprare una fiche al casinò. Ma con il bitcoin a 100 mila dollari stanno vincendo tutti.

«L’attuale, apparente, successo delle criptoattività sottintende un fraintendimento: il loro valore non si basa su qualcosa di intrinseco, ma sull’entusiasmo degli investitori che oggi non sono disposti a vendere perché il prezzo continua a salire. Il problema arriva con tutta la sua violenza quando qualcosa incrina questa fiducia e la corsa al rialzo si inverte. Ognuno può investire i propri risparmi come vuole, l’importante è che sia consapevole dei rischi: è compito di una Banca centrale dire che non è tutto oro quello che luccica».

Tornando all’euro digitale, un sistema a pagamento a costo zero non manderà fuori mercato gli operatori privati?

«L’equilibrio tra pubblico e privato sarà tutelato dalla legislazione a cui stanno lavorando Parlamento e Consiglio. La gratuità riguarderà solo i singoli cittadini per azioni basilari come fare acquisti o dare un euro digitale a un’altra persona, non vuol dire che tutti i servizi saranno gratuiti. Le banche incorreranno nei costi connessi con la distribuzione, a fronte dei quali è prevista una compensazione e l’opzione di offrire servizi aggiuntivi a pagamento. Ai commercianti verranno applicate commissioni sui pagamenti, che saranno pari o inferiori a quelle attualmente applicate. Il nostro obiettivo è costruire un sistema economicamente sostenibile per tutti, con l’Eurosistema che sosterrà i propri costi».

Resta il nodo della soglia di moneta che potremmo avere nei nostri portafogli. Circolano cifre diverse, da centinaia di euro a 3 mila: le banche la vorrebbero bassa, temono di veder svuotati i conti correnti, ma un’eccessiva prudenza rischia di uccidere lo strumento in culla. Qual è il punto di equilibrio?

«Saremo prudenti senza aver bisogno di limitare l’adozione dell’euro digitale. Da un lato faremo tutto il necessario per evitare effetti indesiderati sul sistema bancario, e siamo in costante contatto con gli operatori per elaborare un metodo condiviso per definire le soglie. Dall’altro stiamo sviluppando dei servizi di waterfall (a cascata, ndr) che permetteranno di pagare un bene anche oltre l’ammontare di euro digitale detenibile, trasferendo in modo istantaneo da un conto corrente al wallet la somma necessaria alla transazione».

Una delle preoccupazioni più diffuse riguarda la privacy. Pagare con l’euro digitale ci renderà più tracciabili rispetto al contante?

«Preservare la privacy dei cittadini è uno degli obiettivi più importanti. Per i pagamenti online la banca centrale non sarà in grado di collegare direttamente le operazioni a soggetti specifici o di risalire all’identità di un utente sulla base dei pagamenti, un livello di privacy pari se non superiore a quello offerto dagli altri metodi di pagamento digitali. Non è però un livello di anonimato pari al contante. Fare quel passo in più è possibile grazie alla capacità dell’euro digitale di funzionare anche offline, con un semplice “tap” tra due dispositivi dove solo l’ordinante e il beneficiario sarebbero a conoscenza delle informazioni personali».

Alla frontiera delle tecnologie finanziarie si sperimenta molto sulla programmabilità dei pagamenti, ma l’euro digitale non sarà programmabile. Questo ne limiterà la portata innovativa?

«Bisogna distinguere tra programmabilità della moneta e dei pagamenti. La prima si verifica quando si decide che la moneta non può essere usata per specifiche transazioni, ad esempio per comprare un certo prodotto, la seconda verifica quando un pagamento può essere eseguito al realizzarsi di un evento, ad esempio il primo giorno di ogni mese. L’euro digitale non sarà mai una moneta programmabile perché l’Eurosistema non vuole in alcun modo limitare la libertà dei cittadini di spendere il proprio denaro dove, come e quando vogliono. Stiamo invece lavorando insieme al mercato affinché i pagamenti in euro digitale siano programmabili».

Entro un anno Parlamento e Consiglio dovrebbero decidere se procedere, e i dubbi non sono pochi. Avremo davvero l’euro digitale entro il 2028?

«Prima è necessario che venga varato il quadro legislativo, poi servirà un tempo ragionevole per finalizzare l’infrastruttura e preparare distribuzione ed accettazione. È necessario l’impegno di tutti, la data dipenderà da ciò che faremo. Ma se non ci riusciremo i rischi e costi saranno ben superiori alle preoccupazioni che alcuni oggi avanzano e che possiamo risolvere, in termini di maggiori commissioni, minore privacy e libertà di scelta per i cittadini, rendite di posizione sfruttate dalle multinazionali tecnologiche, maggiore dipendenza da operatori non europei nella gestione della nostra moneta unica».

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