Occupati più “over”, pensioni più lontane: come sarà il lavoro nel 2025
di Valentina ConteLa protesta dei lavoratori del tessile
L’occupazione sale ancora, ma rallenta. Le crisi industriali avanzano. Si riaffaccia la precarietà. Mentre le regole previdenziali si confermano più rigide. Tutti al lavoro. E con stipendi più bassi della media Ue e Ocse. Benvenuti nel 2025, anno di più lavoro (povero) e meno pensioni.
Il quadro non rassicura. Poteva andare peggio, certo. Ma forse ci si aspettava di più da questa lunga cavalcata dell’occupazione che ha portato l’Italia a toccare record mai visti, seppur pallidi nel confronto con l’Europa dove siamo quasi sempre ultimi o penultimi: tasso di occupazione e disoccupazione, rispettivamente, più alto e più basso della nostra storia, 62,5% (ma quello delle donne è ancora troppo indietro: 53,6%) e 5,8%. A preoccupare è però quel 33,6% di inattivi, 12 milioni e mezzo di persone in età di lavoro di fatto ferme. Da qualche mese gli inattivi crescono più degli occupati.
L’occupazione sale ancora, ma rallenta. Le crisi industriali avanzano. Si riaffaccia la precarietà. Mentre le regole previdenziali si confermano più rigide. Tutti al lavoro. E con stipendi più bassi della media Ue e Ocse. Benvenuti nel 2025, anno di più lavoro (povero) e meno pensioni.
Il quadro non rassicura. Poteva andare peggio, certo. Ma forse ci si aspettava di più da questa lunga cavalcata dell’occupazione che ha portato l’Italia a toccare record mai visti, seppur pallidi nel confronto con l’Europa dove siamo quasi sempre ultimi o penultimi: tasso di occupazione e disoccupazione, rispettivamente, più alto e più basso della nostra storia, 62,5% (ma quello delle donne è ancora troppo indietro: 53,6%) e 5,8%. A preoccupare è però quel 33,6% di inattivi, 12 milioni e mezzo di persone in età di lavoro di fatto ferme. Da qualche mese gli inattivi crescono più degli occupati.
Ecco la fotografia Istat della nostra occupazione con 24 milioni e 92 mila occupati nel mese di ottobre: 18,9 milioni di lavoratori dipendenti e 5,1 milioni di autonomi, in crescita. Tra i dipendenti quelli stabili sono 16,2 milioni (449 mila in più dell’anno prima) e quelli a termine 2,7 milioni (212 mila in meno dell’anno prima). Tutto bene? Non proprio. Intanto la crescita annuale degli occupati è fortemente trainata dagli over 50: ben 306 mila su 363 mila sono in questa fascia d’età, significa l’84% della maggiore occupazione. Di questi 53 mila sono over 64. A dimostrazione che in parte funziona la stretta sulle pensioni. In parte c’è chi continua a lavorare anche dopo la pensione.
Se guardiamo ai dati Inps sull’attivazione dei contratti, aggiornati a settembre di quest’anno, notiamo che è in corso un rallentamento. In totale, le assunzioni al netto delle cessazioni nei primi tre trimestri sono sul livello del pre-Covid, il 2019, e cioè un milione e 193 mila contratti. Ma la composizione interna di questo numero racconta un’altra storia: le assunzioni a tempo indeterminato calano di 71 mila (-7%), le trasformazioni a tempo indeterminato scendono di altre 25 mila (-4%), mentre le assunzioni a tempo nelle varie forme precarie di contratti salgono di oltre mezzo milione, 512 mila (+11%). Aumentano anche le cessazioni: del 3% quelle di contratti stabili e del 9,5% le altre, segnale di forte turnover specie delle posizioni più precarie.
Il peso della spesa previdenziale sul Pil
Inps segnala un rallentamento anche rispetto al 2023 in tutte le tipologie di contratti, specie quelle trainate dalle decontribuzioni - giovani (-58%), donne (-19%), Sud (-27%) - per il loro venir meno nel corso dell’anno. Sale l’incidenza del part-time tra le assunzioni a termine (38%), mentre risulta stabile tra i contratti a tempo indeterminato (32%). I licenziamenti per natura economica sono in forte calo rispetto al 2019: 260 mila contro 353 mila, ma anche questi crescono rispetto al 2023 quando se ne segnalavano 243 mila nei primi tre trimestri. Le “grandi dimissioni” mostrano una qualche frenata: dal record di 945 mila tra gennaio e settembre 2022, siamo passati a 936 mila nello stesso periodo del 2023 e 911 mila nei primi nove mesi 2024. Numeri comunque che impressionano ancora se si pensa che nel 2019 eravamo a 736 mila. Impensierisce anche la tendenza della cassa integrazione. I beneficiari di cig a settembre erano 345 mila contro i 217 mila dell’anno prima con una media di 39 ore ciascuno. Segnala Inps: «La media mobile a 12 mesi è tornata sopra le 300 mila unità dopo 21 mesi».
«Il rallentamento nel mercato del lavoro c’è, senza dubbio», commenta Francesco Seghezzi, presidente di Fondazione Adapt. «Nel 2025 continuerà la polarizzazione tra chi verrà impattato dalla cassa integrazione, soprattutto nella manifattura, e le aziende dei servizi che assumono. Continuerà la crescita degli inattivi, perché l’Istat dopo tre mesi di cig considera quei lavoratori inattivi. D’altro canto il travaso da occupati a inattivi è iniziato già da qualche mese. Il grande punto di domanda viene dai servizi. Bisognerà capire se rallenteranno anche loro, probabilmente sì perché registreranno un impatto dalla crisi della manifattura in calo da 21 mesi. Oltre al Pil, un conto lo pagherà anche l’occupazione italiana. L’impatto demografico è qui per rimanere. Continueremo a vedere lo svuotamento delle fasce di lavoratori più giovani e lo spostamento verso le fasce mature. Mentre la coda della legge Fornero che porta molti occupati over 50 si sta esaurendo. Di sicuro la forza lavoro a fine 2025 sarà più vecchia di oggi».
Le strette sulle pensioni d’altro canto sono state tutte riconfermate dal governo Meloni. Oramai le tre forme di flessibilità in uscita – Quota 103, Ape sociale, Opzione donna – sono tutte penalizzate da innalzamenti dell’età, ricalcoli contributivi, finestre di uscita lunghissime. «Se qualcuno si aspetta di andare via prima sarà deluso, non c’è nessuna via anticipata in più rispetto al 2024 e quelle che restano sono di fatto azzerate come Opzione donna o meno convenienti come le altre», riflette Ezio Cigna, responsabile politiche previdenziali della Cgil. «Le pensioni del 2025 saranno anche più povere perché a parità di montante contributivo il coefficiente di trasformazione che trasforma l’ultimo stipendio in pensione si abbassa sul 2024 perché la speranza di vita torna a crescere dopo il Covid. Le minime poi salgono solo di 1,8 euro al mese nonostante le promesse della destra di portarle a mille euro. L’età di uscita dei dipendenti pubblici si alza da 65 a 67 anni per molti, alcuni anche 70 anni. L’indicizzazione migliora, ma l’inflazione persa con i tagli degli ultimi due anni resterà a vita e non sarà più recuperabile». Tutti al lavoro o quasi. È la nuova filosofia di un governo eletto invece per abolire la legge Fornero.