Dollaro verso la parità con l’euro sui timori d’inflazione. Soffrono i titoli di Stato Usa e Ue
di Carlotta ScozzariKUDRYAVTSEV / AFP
MILANO — Un dollaro forte e sempre più vicino alla parità con l’euro, come nel 2022, abbinato a una corsa dei rendimenti delle obbligazioni statali, statunitensi ma anche europee. Due fenomeni con un unico filo conduttore: i timori di nuova inflazione, che modificano gli itinerari delle banche centrali, dall’anno scorso impegnate a ridurre i tassi d’interesse.
Venerdì dagli Stati Uniti sono arrivati dati che testimoniano un mercato del lavoro forte. Questo consente alla Fed di concentrarsi meno sull’allentamento monetario e più su un’inflazione persistente (in attesa dei nuovi dati di domani) che potrebbe ulteriormente alzare la testa con i dazi del neo presidente Donald Trump.
Ecco perché i mercati si sono affrettati a rivedere al ribasso le…
MILANO — Un dollaro forte e sempre più vicino alla parità con l’euro, come nel 2022, abbinato a una corsa dei rendimenti delle obbligazioni statali, statunitensi ma anche europee. Due fenomeni con un unico filo conduttore: i timori di nuova inflazione, che modificano gli itinerari delle banche centrali, dall’anno scorso impegnate a ridurre i tassi d’interesse.
Venerdì dagli Stati Uniti sono arrivati dati che testimoniano un mercato del lavoro forte. Questo consente alla Fed di concentrarsi meno sull’allentamento monetario e più su un’inflazione persistente (in attesa dei nuovi dati di domani) che potrebbe ulteriormente alzare la testa con i dazi del neo presidente Donald Trump.
Ecco perché i mercati si sono affrettati a rivedere al ribasso le aspettative sui tagli dei tassi per il 2025: in autunno si attendevano tre riduzioni e oggi al massimo due (ma c’è chi ne prevede zero). Da qui, in primo luogo, il rafforzamento del dollaro sui massimi degli ultimi due anni rispetto alle principali valute mondiali, compreso l’euro (il cambio ieri mattina è sceso sotto 1,02).
L’aspettativa di tassi d’interesse più alti delle attese oltreoceano ha poi spinto al rialzo, con annesso calo dei prezzi, i rendimenti dei Treasury americani a dieci anni, in area 4,8%, ai massimi dall’ottobre 2023.
Un movimento che ha coinvolto anche i titoli di Stato europei, i cui ritorni hanno riportato le lancette a giugno-luglio. I rendimenti dei Btp decennali sono cresciuti al 3,82% e quelli degli omologhi Bund tedeschi al 2,61%, limitando così l’aumento dello spread a 121 punti.
Poi c’è il Regno Unito, dove i ritorni sui Gilt (4,86% il decennale) sono arretrati al 2008, sui timori di un pericoloso cocktail a base di inflazione, debito elevato e stagnazione economica.
I rendimenti europei, oltre a situazioni politiche specifiche e a un’inflazione tenace, cavalcano la paura di un “remake” del film del 2022. Allora, lo sfasamento sui tassi tra banche centrali aveva spinto il dollaro sulla parità con l’euro.
Tuttavia, in piena crisi energetica per la guerra in Ucraina, si erano avvertiti più gli svantaggi di pagare le materie prime in dollari, importando di fatto inflazione, che i benefici collegati alle esportazioni. Oggi che il gas è tornato a rappresentare un problema per l’Europa si teme che la storia possa ripetersi, proprio mentre gli Stati Uniti sono diventati i primi fornitori di Gnl (gas naturale liquefatto) dell’Ue.
Così i mercati scommettono che, se effettivamente la Fed rallenterà il passo della riduzione dei tassi, anche la Bce sarà costretta a rivedere i suoi programmi. Proprio ieri, il capoeconomista della Bce, Philip Lane, ha ribadito che l’attenzione principale di Francoforte è all’inflazione.
Gli esperti aggiungono poi che anche l’intensa attività prevista a gennaio sul mercato primario delle obbligazioni statali contribuisce a mettere le quotazioni sotto pressione. Ieri il Tesoro ha assegnato in asta Btp a tre e a sette anni un totale di 5,75 miliardi, con rendimenti lordi in aumento rispettivamente al 2,85% e al 3,49 per cento.