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Panetta: “Senza pace e apertura non c’è prosperità”

Il governatore della Banca d'Italia Fabio Panetta

 

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Il governatore di Bankitala e la difesa del multilateralismo: “La globalizzazione ha prodotto squilibri, bisogna contrastare le diseguaglianze”
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A quattro giorni dal ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, che con il suo America First darà un’altra scossa all’ordine globale che fu, il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta parla di globalizzazione, tema che ha toccato spesso nei suoi ultimi discorsi. Lo fa a Bologna, ospite del Centro San Domenico e della Fondazione Centesimus Annus, in un intervento che ragiona sul legame tra pace, crescita e prosperità nel mondo sempre più frammentato in cui viviamo. Un legame necessario e ancora possibile – dice il governatore – a patto da un lato di «preservare un’economia mondiale aperta agli scambi», e dall’altro di correggere gli «squilibri emersi nel tempo» della globalizzazione galoppante, che hanno alimentato tensioni, populismi e conflitti.

Nelle guerre non c’è prosperità

Non facile. Perché se c’è stata una lunga epoca, dopo la fine della Guerra Fredda, in cui integrazione economica, cooperazione e pace sono avanzate a braccetto, alimentando la convinzione che la prima gar…

A quattro giorni dal ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, che con il suo America First darà un’altra scossa all’ordine globale che fu, il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta parla di globalizzazione, tema che ha toccato spesso nei suoi ultimi discorsi. Lo fa a Bologna, ospite del Centro San Domenico e della Fondazione Centesimus Annus, in un intervento che ragiona sul legame tra pace, crescita e prosperità nel mondo sempre più frammentato in cui viviamo. Un legame necessario e ancora possibile – dice il governatore – a patto da un lato di «preservare un’economia mondiale aperta agli scambi», e dall’altro di correggere gli «squilibri emersi nel tempo» della globalizzazione galoppante, che hanno alimentato tensioni, populismi e conflitti.

Nelle guerre non c’è prosperità

Non facile. Perché se c’è stata una lunga epoca, dopo la fine della Guerra Fredda, in cui integrazione economica, cooperazione e pace sono avanzate a braccetto, alimentando la convinzione che la prima garantisse le seconde, ora la Storia sembra andare all’indietro. Il numero di conflitti nel mondo ha raggiunto i livelli più alti dalla fine della Seconda Guerra mondiale, spiega Panetta sostenuto dai dati del Peace research institute di Oslo, e lo sforzo bellico – anche quando sembra sostenere la domanda di un Paese o spingere l’innovazione – «non può generare prosperità» perché «danneggia i fattori essenziali per la crescita». A cominciare dal capitale umano.

Gli squilibri della globalizzazione

Cosa ha rotto l’illusione dell’era della globalizzazione? Di certo l’integrazione economica ha portato crescita, diffuso benessere e ridotto le diseguaglianze tra i Paesi ricchi e quelli in via di sviluppo. D’altra parte ha prodotto anche effetti indesiderati, come un impoverimento dei lavoratori non qualificati e del ceto medio, mentre in molti Paesi emergenti non è stata accompagnata dall’atteso progresso di democrazia e diritti. Autoritarismi e populismi si sono nutriti di questo fallimento: «Lo scenario evolve verso un sistema multipolare e frammentato, attraversato da nazionalismi e populismi», ha detto Panetta, «è previsto un aumento del protezionismo alimentato dalle politiche degli Usa», mentre «emergono segnali di rifiuto di principi internazionali condivisi e una visione delle regole della democrazia come fonte di inefficienza nella competizione globale».

Trump, Musk e noi

Impossibile non pensare all’asse fra Trump e il suo consigliere Musk. Quali politiche allora per la pace?, si chiede Panetta. «La priorità – risponde – è preservare un’economia mondiale aperta», perché nella frammentazione ci perdono tutti. Ma serve anche correggere gli squilibri: «Contrastare le diseguaglianze sia nei Paesi poveri che in quelli avanzati», rafforzare i sistemi di istruzione e quelli sanitari, alleviare il debito dei Paesi meno avanzati e sostenerne lo sviluppo. Gestire i flussi migratori. Dare all’economia globale una «coscienza globale» che finora le è mancata.

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