Tesla e i suoi segreti, viaggio nella gigafactory di Musk che divide i tedeschi
dalla nostra inviata Tonia MastrobuoniUna veduta dello stabilimento Tesla di Grünheide (Berlino), l’unica gigafactory di Musk in Europa
(reuters)Grünheide - Alla gigafactory di Tesla, l’unica in Europa, una delle più grandi al mondo, l’omertà regna sovrana. Altro che il ‘free speech’ predicato dal suo padrone, Elon Musk. Altro che la ‘libertà di parola’ propagandata dai plutocrati della Silicon Valley. Ufficialmente, gli operai della Tesla tacciono, il sindacato tace, e i partiti che governano questo fazzoletto di terra a sudest di Berlino, a partire dalla Spd di Olaf Scholz, tacciono.
Sono tutti terrorizzati da Elon, in questa regione dove ottant’anni fa i nazisti scavarono le trincee più profonde contro i sovietici che stavano conquistando la capitale. E dove ai tempi della Ddr si insediò una delle più fitte comunità di spie della Stasi. A Grünheide, cercare di rompere il mur…
Grünheide - Alla gigafactory di Tesla, l’unica in Europa, una delle più grandi al mondo, l’omertà regna sovrana. Altro che il ‘free speech’ predicato dal suo padrone, Elon Musk. Altro che la ‘libertà di parola’ propagandata dai plutocrati della Silicon Valley. Ufficialmente, gli operai della Tesla tacciono, il sindacato tace, e i partiti che governano questo fazzoletto di terra a sudest di Berlino, a partire dalla Spd di Olaf Scholz, tacciono.
Sono tutti terrorizzati da Elon, in questa regione dove ottant’anni fa i nazisti scavarono le trincee più profonde contro i sovietici che stavano conquistando la capitale. E dove ai tempi della Ddr si insediò una delle più fitte comunità di spie della Stasi. A Grünheide, cercare di rompere il muro di silenzio della gigafactory dopo il ‘caso Musk-Weidel’, dopo il sostegno sfegatato dell’uomo più ricco del mondo al partito più reietto d’Europa, è un’impresa titanica. Ma forse è già uno spaccato del futuro distopico che ci aspetta, della supremazia globale dei tecno-oligarchi.
La produzione della Tesla Model Y nella gigafactory di Grünheide
Tra i pochi che parlano apertamente, e continuano a esprimere la loro contrarietà all’impianto scavato tra i boschi del Brandeburgo, c’è proprio l’Afd. Il partito tedesco più coccolato da Musk continua a essere contrario alla gigafactory. Neanche l’endorsement ad Alice Weidel ha cambiato di una virgola la posizione della parlamentare del Brandeburgo Kathi Muxel. "Sono contraria alla fabbrica della Tesla”, ci rivela la politica locale dell’ultradestra. L’impianto, sostiene, “si trova in un’area protetta, ricca di falde acquifere, compromette enormi aree del bosco e usa materiali chimici molto inquinanti”. Ci sono già stati, ricorda Muxel, “degli incidenti”. E insomma, il partito che dovrà “salvare la Germania”, secondo il patron di Tesla, dovrà essere convinto intanto ad accettare che le sue macchine elettriche vengano prodotte qui.
La sede del sindacato IgMetall nella stazione di Fangschleuse, dove arrivano gli operai che lavorano in fabbrica
Alla stazione di Fangschleuse, i treni in arrivo da Berlino e dalla Polonia si riempiono per i cambi di turno: nel primo pomeriggio per gli operai, alle cinque per i dirigenti. Camminano a testa bassa, veloci, per ripararsi dal freddo. E dell’azienda, oppure di Musk, non vogliono proprio parlare. Una sola tuta blu accetta di rispondere alle nostre domande, ma quando è sicuro di essere lontano dai colleghi e dietro rigorosa promessa di mantenerne l’anonimato. Dentro la fabbrica, sussurra, “non si parla d’altro che di Musk. E un sacco di colleghi sono d’accordo con il suo sostegno all’Afd. Altri, però, no. Ma tutti, proprio, tutti, hanno paura dei ‘Tesla-Fanboys’”, aggiunge. I Tesla-Fanboys sono i colleghi che fanno i delatori, che vanno a raccontare ogni parola, ogni commento negativo su Musk e su Tesla ai capi. “C’è una Angstkultur, una ‘cultura della paura’, dentro l’azienda, alimentata anzitutto dagli operai più zelanti e dai dirigenti”.
La verità è che la drastica svolta a destra di Musk dell’ultimo anno sta già danneggiando il marchio: le vendite, in Germania, calano. E anche questo, aggiunge l’operaio, “è un tema tabù”. L’anno scorso, secondo i dati dell’Autorità federale dei trasporti (Kba), le immatricolazioni di Tesla in Germania sono crollate del 41% a 31 mila veicoli. E il marchio è scivolato dalla prima alla terza posizione, superato da Vw e Bmw.
Per Martin Fassnacht, professore dell’Università di Düsseldorf, è chiaro che "la pessima reputazione di Musk danneggia Tesla”, ha detto alla rivista Ingenieur. “Prima Tesla era un marchio cool, lo smartphone su quattro ruote. Adesso le persone non vogliono più essere associate a Elon Musk”. A Berlino, Colonia e altrove si cominciano a vedere Tesla con l’adesivo “Tesla hui, Elon pfui!” (Viva Tesla, che schifo Elon).
Il sindacato dei metalmeccanici Ig Metall, il più potente d’Europa, riemerso da poco da un epico braccio di ferro con Volkswagen, qui è in enorme difficoltà. Musk non vuole i sindacati in azienda, è a Grünheide è scoppiato un vero e proprio scontro culturale tra la tradizione iperlibertaria americana e quella renana della cogestione, della partecipazione del sindacato ai vertici e alle decisioni più importanti delle aziende.
I controlli sulle auto da parte di André Thierig, plant manager di Tesla a Grünheide
Alle ultime elezioni del consiglio di fabbrica, Ig Metall è riuscita a far eleggere 16 consiglieri, ma le otto liste dei sindacati ‘gialli’, filoaziendalisti, ne hanno espresse 23: la maggioranza. E la capa del consiglio di fabbrica che hanno eletto, Michaela Schmitz, teorizza apertamente che "ciò di cui non abbiamo bisogno è un sindacato”. Per lei, Ig Metall è “un intralcio al lavoro”. Schmitz non vuole sentir parlare di come migliorare le condizioni delle tute blu. Eppure, secondo un’indagine di Ig Metall, gli operai Tesla si sentono all’80% sovraccarichi di lavoro e il 60% torna a casa lamentando dolori.
Ognuno dei sedici rappresentanti di Ig Metall, ci racconta un sindacalista, sempre a microfoni spenti, “è stato minacciato a un certo punto di licenziamento”. E la pressione su chi vuole tutelare i diritti dei lavoratori è gigantesca. Ufficialmente, Ig Metall non vuole parlare con noi né del caso Musk, né degli insulti a Olaf Scholz, definito “un idiota”, né dell’endorsement all’Afd.
A Grünheide, il sindacato più temuto della Germania è in trincea. Ma lo è anche la Spd del Brandeburgo, il partito del governatore Dietmar Woidke, che ha vinto le elezioni di settembre in una sfida all’ultimo voto proprio contro l’Afd. Il portavoce del ministro dell’Economia regionale, Daniel Keller, non ha nulla da dire contro gli insulti di Musk al ‘suo’ cancelliere e il sostegno all’Afd. Forse teme che l’umorale patron di Tesla possa chiudere la fabbrica che dà lavoro a 12 mila persone? Chissà. Solo la politica locale della Spd Pamela Eichmann accetta di esprimersi sul bullismo di Musk: “Difficile”, si limita a commentare.
A pochi passi dalla fabbrica, affacciata sul Möllensee, c’è ancora la villetta bianca di uno dei più importanti dissidenti della Ddr, Robert Havemann. Partigiano antinazista, poi oppositore del regime di Ulbricht e Honecker, fu costretto nel 1976 a chiudersi in casa e a interrompere qualsiasi contatto con l’esterno per tre anni. Continuò a sfidare il regime, a scrivere, a contrabbandare le sue idee fuori dalla sua prigione dorata. Rompere il silenzio restò un gesto necessario per Robert Havemann. Oggi, una lezione dimenticata.