Canada, Messico e Ue: ecco dove colpirà il protezionismo degli Usa di Trump
di Eugenio OccorsioROMA — Dalle minacce si passa ai fatti. Messico e Canada saranno le prime vittime: dal 1° febbraio scatteranno dazi fino al 25% sulle importazioni dai due Paesi negli Usa. Il Canada trema per le sue esportazioni di prodotti petroliferi, auto e componenti, turbine e altre parti di motori. Il Messico vede in pericolo le vendite di perle, auto prodotte dalle aziende cinesi delocalizzate, acciaio, materiale rotabile, pietre preziose. Poi sarà la volta della Cina: Trump parlava di dazi del 60% ma ieri ha alzato la posta al 100% se Pechino non consente la vendita del 50% di TikTok a un’azienda americana, il che non risolverà l’ampio contenzioso aperto.
In parallelo è scoppiata la guerra al multilateralismo: fra i primi executive order firmati dopo l’insediamento, l’uscita dagli accordi di Parigi sul clima e dall’Organizzazione mondiale della Sanità, ma soprattutto dagli accordi faticosamente negoziati in sede Ocse sulla tassazione per le multinazionali, che comprendono lo stop ai profi…
ROMA — Dalle minacce si passa ai fatti. Messico e Canada saranno le prime vittime: dal 1° febbraio scatteranno dazi fino al 25% sulle importazioni dai due Paesi negli Usa. Il Canada trema per le sue esportazioni di prodotti petroliferi, auto e componenti, turbine e altre parti di motori. Il Messico vede in pericolo le vendite di perle, auto prodotte dalle aziende cinesi delocalizzate, acciaio, materiale rotabile, pietre preziose. Poi sarà la volta della Cina: Trump parlava di dazi del 60% ma ieri ha alzato la posta al 100% se Pechino non consente la vendita del 50% di TikTok a un’azienda americana, il che non risolverà l’ampio contenzioso aperto.
In parallelo è scoppiata la guerra al multilateralismo: fra i primi executive order firmati dopo l’insediamento, l’uscita dagli accordi di Parigi sul clima e dall’Organizzazione mondiale della Sanità, ma soprattutto dagli accordi faticosamente negoziati in sede Ocse sulla tassazione per le multinazionali, che comprendono lo stop ai profitti realizzati in un Paese e le tasse pagate in qualche paradiso fiscale. «Anni di lavoro messi in discussione», ha commentato sconsolato Paolo Gentiloni. Aggiungendo un commento sulla guerra commerciale: «Se Giorgia Meloni usa i suoi buoni rapporti per evitarla va bene, ma bisogna stare attenti perché se i contrasti diventano robusti, fra mediatori e vasi di coccio la distanza è poca». Per l’Europa, la condizione posta da Trump è l’acquisto di ulteriori quantitativi di gas, di cui peraltro gli Stati Uniti sono già uno dei primi fornitori (dopo la Norvegia e prima dei Paesi del Golfo) con 45 miliardi di metri cubi l’anno su un totale di consumo europeo di 320 miliardi. In caso contrario, partirà la prima tornata di “tariffs” al 10%, a cui — come avvenne nel 2018 — sicuramente Bruxelles risponderà. Allora, l’Europa in ritorsione all’attacco di Trump su tessili, lusso e alimentari mise nel mirino le icone del Made in Usa: le Harley-Davidson, il Bourbon, i Levi’s. In realtà si rimase su acciaio e alluminio, ma i rapporti commerciali restarono tesi. Oggi l’Unione Europea, con Gran Bretagna e Giappone, gode della clausola FTA (Free Trade Agreement), reinstallata da Biden. Una sorta di immunità per gli alleati le cui condizioni sono comparabili con quelle di Messico e Canada che rientrano nella categoria USMCA (Us-Mexico-Canada Agreement).
Gli Stati Uniti importano per il 38,3% da Paesi FTA, il 13,6% dalla Cina e il restante 48% da altre aree con varie discipline. Le tariffe FTA in vigore sono minime: 0,2% per le auto (importate per 235,7 miliardi nel 2023 e poco meno l’anno scorso), idem per elettronica (126,6 miliardi) e meccanica (139,7): l’incremento sarebbe quindi del 9,8%, e arriverebbe al 9,9% per i prodotti chimici (oggi tassati allo 0,1%) e al 9,4% per le calzature. Per i prodotti tessili oggi si paga l’1,7%. La vera stangata sarebbe per la Cina, che oggi paga il 16% in media di dazi ma dovrebbe arrivare al 60%. Trump «valuta» un ulteriore10% come ritorsione per il flusso di fentanyl, l’eroina sintetica che ha invaso gli Usa.
Del resto, annunci minacciosi sono arrivati anche con la precedente amministrazione: nel maggio 2024, Biden assicurò che sarebbero stati tassati al 100% i veicolielettrici cinesi, al 50% le celle solari, al 25% le batterie con i minerali critici per l’elettronica. Si restò alle parole, salvo pochi casi. Anche la prima guerra commerciale Usa-Cina conobbe una tregua il 15 gennaio 2020, quando Trump e Xi Jinping firmarono l’accordo “Phase 1”, al quale altre iniziative comuni dovevano seguire. Il Covid bloccò tutto, dopodiché le relazioni tornarono a complicarsi con l’attacco russo all’Ucraina (febbraio 2022) con il sostanziale appoggio di Pechino.
Gli Usa comprano dalla Cina il 40% delle calzature sportive, il 25% dei prodotti elettronici, il 18,4% della meccanica. Il totale delle forniture cinesi è stato nel 2023, secondo il database delle Nazioni Unite, di 448,1 miliardi di dollari e di poco meno per il 2024. Il disavanzo a favore di Pechino supera i 220 miliardi: cifre che da sole danno l’idea della partita che è appena iniziata.