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Il patto tra Trump e Big Tech: “Miliardi e zero regole per tenere dietro la Cina”

Dario Amodei, 42 anni, fondatore e amministratore delegato di Anthropic 

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Centri dati, energia, algoritmi più avanzati: giganti digitali e finanza accelerano la corsa verso l’Intelligenza artificiale superumana. Ma a Davos c’è anche chi avverte: “Sarà uno strumento potentissimo, la deregulation è pericolosa”
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DAVOS – Molte cose Trump le sta scombussolando, altre le sta accelerando. E se viaggiavano già veloci – come l’Intelligenza artificiale – l’accelerazione può diventare esponenziale. In un giorno il nuovo presidente straccia l’ordine esecutivo con cui Biden aveva provato a mettere timidi paletti per uno sviluppo sicuro degli algoritmi, poi benedice Stargate, il maxi investimento da 500 miliardi di OpenAI, Oracle e SoftBank per costruire negli Stati Uniti centri di calcolo e relative infrastrutture energetiche. La Casa Bianca apre a Big Tech una prateria verso l’AGI, l’intelligenza artificiale superumana, per fare grande e forte l’America, e Big Tech la imbocca a tutta. Del resto è per questo che l’ha votato.

La ricetta del primato

A Davos …

DAVOS – Molte cose Trump le sta scombussolando, altre le sta accelerando. E se viaggiavano già veloci – come l’Intelligenza artificiale – l’accelerazione può diventare esponenziale. In un giorno il nuovo presidente straccia l’ordine esecutivo con cui Biden aveva provato a mettere timidi paletti per uno sviluppo sicuro degli algoritmi, poi benedice Stargate, il maxi investimento da 500 miliardi di OpenAI, Oracle e SoftBank per costruire negli Stati Uniti centri di calcolo e relative infrastrutture energetiche. La Casa Bianca apre a Big Tech una prateria verso l’AGI, l’intelligenza artificiale superumana, per fare grande e forte l’America, e Big Tech la imbocca a tutta. Del resto è per questo che l’ha votato.

La ricetta del primato

A Davos l’accelerazione la senti nell’aria e nelle parole: «Sta emergendo chiaramente un nuovo modello per la crescita, all’incrocio tra potenza computazionale, energia, connettività e capitali», dice Satya Nadella, capo di Microsoft, parlando al Forum dell’elite globale. Crescita economica ma anche, nell’ottica di Trump, primato strategico e militare, se è vero che pure la guerra si combatterà tra macchine: la sfida per l’egemonia tra Stati Uniti e Cina passa da qui.

Tenere dietro la Cina

Non che lo scenario sia nuovo. Già l’amministrazione Biden aveva teorizzato la necessità di mantenere nei chip un vantaggio "più largo possibile” sulla Cina, limitando le esportazioni dei super processori Nvidia usati per addestrare i modelli più avanzati di IA. E rendendole ancora più stringenti, uno dei suoi ultimi atti, quando è emerso che in Cina quei chip arrivavano comunque per vie traverse e che gli algoritmi delle sue aziende – vedere il caso DeepSeek – stavano chiudendo il gap. Trump confermerà la stretta, nonostante le proteste di Nvidia. In compenso assicura alle aziende americane che a casa loro nessuna burocrazia si metterà di traverso.

Rischi e opportunità

Le opportunità per l’umanità sono enormi: una nuova rivoluzione industriale e scientifica, nuovi farmaci, il tempo dell’uomo liberato dal lavoro. Ma che ne è dei rischi? Gli utilizzi criminali, la proliferazione di falsi, la discriminazione, il rischio che siano le macchine a decidere? E delle regole che a fatica si stava provando a concordare a livello internazionale? Se ne occuperanno le aziende, assicurano di volerlo fare, autoregolazione. La priorità è liberare gli investimenti necessari, sempre più alti: ogni modello è più costoso del precedente, ha bisogno di più calcolo, quindi più energia. Milioni di chip, centinaia di Gigawatt, miliardi di dollari. Una partita di forza bruta, in cui i dubbi possono solo rallentare.

Data center pieni di geni

I campioni americani dell’IA non vanno tutti d’accordo, anzi. Basta vedere come Elon Musk abbia subito liquidato il progetto Stargate del concorrente Sam Altman. «I dettagli non sono chiari», riconosce Dario Amodei, fondatore e amministratore delegato di Anthropic, la startup nata come una costola scissionista ed etica di OpenAI su cui hanno investito Amazon e Google. Sulla sfida esistenziale con la Cina anche Amodei è allineato: «Dobbiamo assicurarci che non abbia accesso ai milioni di chip che serviranno per la prossima generazione di IA, o può raggiungerci e superarci: il XXI secolo rischia di non essere americano». A differenza di altri colleghi però lo preoccupano, e molto, anche i rischi (globali) di una superintelligenza made in Usa, che lui dice potrebbe nascere entro tre anni. «Molti parlano di deregulation come per altri settori, ma questo è diverso: nei nostri data center avremo decine di migliaia di geni, con la capacità di agire nel mondo reale in modo autonomo. Una singola persona potrebbe usarli per fare cose molte pericolose, il bilanciamento dei poteri può saltare».

Il Monopoly degli algoritmi

Poi però a Davos arriva Larry Fink, il capo di Blackrock, il più grande gestore di asset globali, e torna la logica bruta del capitale: «Neanche Big Tech, nonostante le sue risorse, ha i soldi per costruire le infrastrutture necessarie». La finanza e pronta a fornirglieli: insieme a Microsoft, Blackrock ha creato un fondo da 100 miliardi per investire in energia e data center. Fink usa l’immagine del Monopoly, che è tutto dire: «Una volta la casella dell’energia era la peggiore, oggi è tornata fondamentale». Ma che energia? «Nel lungo periodo rinnovabile, dobbiamo discutere di nucleare, ma nel breve negli Stati Uniti i centri dati saranno pesantemente alimentati a gas». Trivella libera, dice Trump, e per Fink sta facendo le cose giuste per «combinare tecnologia e capitali». Ha anche una suggestione per l’Europa, dove l’energia costa tantissimo: i centri dati potrebbero essere entità extraterritoriali, con un costo dell’energia più basso. Come le ambasciate dice, o le basi militari.

E l’Europa regola

Appunto: l’Europa? «Il maggiore rischio che vedo ora è che l’IA sia nelle mani di tre società americane», dice Arthur Mensch, Ceo della francese Mistral AI, forse l’unica startup europea che ha l’ambizione di essere della partita. O forse questa ambizione l’aveva, prima che diventasse una partita da decine di miliardi, e poi da centinaia. Nadella di Microsoft dice che l’Europa può competere, che è piena di talenti. La Promenade di Davos, dove quasi tutte le vetrine sono affittate da aziende tecnologiche americane, le solite note, racconta l’opposto. Nella ricetta magica della supremazia IA - potenza di calcolo, energia a basso costo, capitali - l’Europa è a corto di tutti gli ingredienti. Si è spinta più avanti di tutti sulle regole, per assicurare con il famoso AI Act – che entrerà in vigore nei prossimi mesi – uno sviluppo degli algoritmi rispettoso dei diritti fondamentali. Ma non puoi arbitrare una partita che si gioca altrove, tanto meno nell’era di Trump. Meglio essere realisti: la grande corsa dorata verso l’Intelligenza artificiale generale non è per noi. Non è l’unica, ce ne saranno infinite altre sulle specifiche applicazioni dell’IA, ma serviranno comunque infrastrutture e investimenti all’altezza, che oggi non si vedono, e regole più amiche dell’innovazione: «Regole che non si focalizzino sui modelli in sé ma sui loro usi, per assicurarci che agiscano davvero come vogliamo – dice Mensch -. Sui criteri per valutare questo penso ancora si possa trovare un accordo».

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