Da Empoli (I-Com): “DeepSeek un efficiente copiatore, ma la distanza dagli Usa è ancora tanta”
di Filippo SantelliStefano Da Empoli, presidente del think tank I-Com e docente di Economia politica
ROMA — «Un copiatore efficiente», dice di DeepSeek Stefano Da Empoli, presidente del think tank Istituto per la competitività, docente di economia politica e autore di saggi sull’intelligenza artificiale. «Non bisogna né sottovalutare né enfatizzare troppo quanto successo».
La semisconosciuta IA cinese in grado di rivaleggiare con i grandi americani non l’ha stupita?
«Sicuramente sì, perché gran parte degli osservatori si aspettava un distacco ben maggiore tra modelli americani e quelli cinesi».
Ma?
«A parte gli elementi non del tutto chiari, visto che i costi reali potrebbero essere superiori a quelli dichiarati, DeepSeek ha potuto realizzare i suoi modelli grazie a investimenti e innovazioni realizzati prima dalle aziende americane. Hanno mostrato di saper fare i cinesi, cioè ottimizzare processi inventati da altri».
ROMA — «Un copiatore efficiente», dice di DeepSeek Stefano Da Empoli, presidente del think tank Istituto per la competitività, docente di economia politica e autore di saggi sull’intelligenza artificiale. «Non bisogna né sottovalutare né enfatizzare troppo quanto successo».
La semisconosciuta IA cinese in grado di rivaleggiare con i grandi americani non l’ha stupita?
«Sicuramente sì, perché gran parte degli osservatori si aspettava un distacco ben maggiore tra modelli americani e quelli cinesi».
Ma?
«A parte gli elementi non del tutto chiari, visto che i costi reali potrebbero essere superiori a quelli dichiarati, DeepSeek ha potuto realizzare i suoi modelli grazie a investimenti e innovazioni realizzati prima dalle aziende americane. Hanno mostrato di saper fare i cinesi, cioè ottimizzare processi inventati da altri».
Alcuni sostengono che questo apra una via “low-cost” all’IA, rispetto a quella degli investimenti stratosferici seguita da Big Tech per costruire potenza di calcolo e modelli sempre più grandi. Da qui il tonfo di Borsa.
«È una possibile interpretazione. Io però ho molti dubbi, non solo perché i valori di Borsa erano drogati. Da economista so che se il prezzo diminuisce aumenta la domanda, bilanciando così la maggiore efficienza. Che d’altra parte è positiva per moderare alcuni timori esagerati sul consumo energetico dell’IA. Tutto questo ci riporta più vicini a una normalità, ma non è una svolta radicale».
I mastodontici centri dati che sta costruendo Big Tech serviranno ancora?
«Sì perché l’avanzamento tecnologico lo fanno loro, spendendo decine di miliardi. Certo, la concorrenza maggiore pone un problema per chi investe. La curiosità è capire come i grandi cercheranno di proteggere i loro modelli».
L’approccio open source di DeepSeek può essere una via per rientrare in partita anche per l’Ue?
«L’open source può consentire a chi è indietro di recuperare il passo, il problema dell’Europa è che manca un ecosistema dell’innovazione che invece in Cina c’è, e permette alle DeepSeek di crescere veloci».
Non può esistere una DeepSeek europea?
«Difficile. Il caso più vicino è la francese Mistral, che però nasce un po’ “in vitro” e dopo il primo rapido salto ha perso terreno. Strade semplici per recuperare non ci sono, ma dobbiamo demoralizzarci il giusto: oltre ai grandi modelli ci saranno le tante applicazioni di settore dell’IA».
Di fronte a questi sviluppi rapidissimi, le regole dell’AI Act che l’Europa si è data non sembrano ancora più ingessate?
«In parte sì, ora ci dobbiamo concentrare su una buona attuazione. A fare la differenza è comunque altro: una vera unione dei capitali, la possibilità per le startup di operare in tutta Europa con un unico regime giuridico».