Dazi, martedì nero per le Borse. L’Europa ha un mese per trattare
di Filippo SantelliROMA – I dazi di Trump, e le ritorsioni dei Paesi colpiti, mandano al tappeto le Borse mondiali. Ma nella tarda serata di ieri gli Usa cambiano ancora versione. Ora Trump ipotizza un accordo con Canada e Messico, che dovrebbe essere annunciato oggi. A dirlo è il segretario al Commercio, Howard Lutnick, che parla di compromesso.
Intanto i listini europei chiudono tutti in rosso di oltre un punto percentuale dopo l’annuncio delle tariffe da parte delle Casa Bianca: l’indice delle maggiori 600 società brucia 367 miliardi di capitalizzazione. Piazza Affari (-3,41%) e Francoforte (-3,32%), le due economie più esposte all’export verso gli Usa, sono maglie nere. Cadono però anche i mercati americani (-0,35% il Nasdaq), già in striscia negativa, cancellando i guadagni registrati dal 6 novembre, giorno dell’elezione di Trump. Tutti erano convinti che l’uomo delle tariffe avrebbe abbaiato ma non morso, che i dazi sarebbero stati più che altro uno strumento negoziale per ottenere da avversari e…
ROMA – I dazi di Trump, e le ritorsioni dei Paesi colpiti, mandano al tappeto le Borse mondiali. Ma nella tarda serata di ieri gli Usa cambiano ancora versione. Ora Trump ipotizza un accordo con Canada e Messico, che dovrebbe essere annunciato oggi. A dirlo è il segretario al Commercio, Howard Lutnick, che parla di compromesso.
Intanto i listini europei chiudono tutti in rosso di oltre un punto percentuale dopo l’annuncio delle tariffe da parte delle Casa Bianca: l’indice delle maggiori 600 società brucia 367 miliardi di capitalizzazione. Piazza Affari (-3,41%) e Francoforte (-3,32%), le due economie più esposte all’export verso gli Usa, sono maglie nere. Cadono però anche i mercati americani (-0,35% il Nasdaq), già in striscia negativa, cancellando i guadagni registrati dal 6 novembre, giorno dell’elezione di Trump. Tutti erano convinti che l’uomo delle tariffe avrebbe abbaiato ma non morso, che i dazi sarebbero stati più che altro uno strumento negoziale per ottenere da avversari e partner concessioni di vario tipo. Dopo le parole di Lutnick c’è ancora la possibilità che la guerra commerciale possa non esplodere: Messico e Canada saranno il banco di prova.
È la fine di una illusione che aveva convinto quasi tutti. Cioè che l’uomo delle tariffe avrebbe abbaiato ma non morso, che i dazi sarebbero stati più che altro uno strumento negoziale per ottenere da avversari e partner concessioni di vario tipo. E che, dal punto di vista americano, la sua ricetta di sgravi fiscali e libera impresa avrebbe più che compensato i danni del protezionismo.
Invece lunedì Trump ha mostrato di essere fedele alla sua nota strategia: prima colpire e sconcertare, poi – chissà - trattare. I dazi al 25% scattati contro i vicini Canada e Messico, compagni di un’area di libero scambio altamente integrata, sono quelli più clamorosi, anche per l’impatto che possono avere su imprese e consumatori americani. Il premier canadese Justin Trudeau, ieri ha subito varato una ritorsione, imponendo tariffe immediate del 25% su 30 miliardi di beni Usa e annunciandone altre su beni per 120 miliardi entro tre settimane.
«Gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra commerciale. Non ci tireremo indietro», ha detto. E Washington replica: «Se reagite, i nostri dazi aumenteranno». Il Messico varerà le sue controtariffe domenica, mentre lo ha già fatto la Cina, contro cui il muro doganale trumpiano è raddoppiato al 20%: Pechino imporrà dazi tra il 10 e il 15% su una serie di prodotti agroalimentari americani come la soia.
Trump colpisce i tre principali partner commerciali degli Stati Uniti, con scambi complessivi oltre i 2mila miliardi di dollari, scatenando una guerra commerciale la cui evoluzione è difficile da prevedere. Viste le premesse, sembra destinata a coinvolgere presto anche l’Europa, contro cui il presidente ha minacciato tariffe reciproche dal 2 aprile. C’è ancora tempo per trattare, ancora un mese prima che scattino. Sui listini Ue ieri hanno pagato i titoli più legati al mercato Usa: industriali e auto. In Italia i peggiori sono stati Stellantis (-10,1%), il produttore di microprocessori Stm (-8,3%), Iveco (-7,73) e Pirelli (-6). Si sono salvati i settori “difensivi” come l’energia.
Sperando di aprire una trattativa, Bruxelles ha già preparato ritorsioni e concessioni, cioè maggiori acquisti di prodotti americani. Nessuno, fuori dagli Stati Uniti, vuole l’escalation. Il problema, sintetizzato da Trudeau, è che al momento non si capisce ciò che vuole Trump: l’accusa rivolta a Messico, Canada e Cina è non aver fatto abbastanza per arrestare il flusso di oppioidi verso gli Stati Uniti.
La speranza che si fermi è più che altro legata agli effetti negativi che i dazi avranno sull’economia americana. Gli indicatori di fiducia delle imprese, che vedono le proprie catene di fornitura a rischio, mostrano crescente pessimismo. Il tonfo di Wall Street – a cui Trump è attento – potrebbe spingerlo a tirare il freno, ancor più di un’impennata dell’inflazione.
Nel frattempo gli indici di incertezza economica, peggior nemico degli investimenti, sono a livelli record. E vicino ai massimi storici risale l’oro. Una guerra commerciale prolungata avrebbe un impatto sulla crescita globale e all’Europa costerebbe un punto di Pil.