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Il Nobel Stiglitz: “Usa inaffidabili, con le tariffe perdono tutti. L’Ue sia più indipendente”

Joseph Stiglitz, premio Nobel per l'Economia nel 2001 

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L’economista definisce un imperativo per l’Europa avviare politiche industriali che garantiscano più autonomia possibile
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ROMA – Lo definisce «il maestro dell’imbroglio», convinto che Donald Trump «abbia calpestato ogni norma relativa al conflitto di interesse» e che il suo sodale Elon Musk sia andato anche oltre. Il Nobel americano, Joseph Stiglitz, analizza il nuovo corso degli Stati Uniti e suggerisce all’Europa di non considerarli più come «un alleato affidabile». Sui dazi «scateneranno una guerra commerciale che nessuno potrà vincere».

Quando ha scritto il suo ultimo libro, “La strada per la libertà”, Trump non era ancora stato eletto. Quella strada oggi è più impervia?

«La battaglia si è fatta più difficile, uno dei punti centrali del mio libro è che la libertà di uno può sopprimere o diminuire quella di un altro. La società deve trovare un equilibrio. Si può arrivare a soluzioni accettabili e a me sembra che la libertà di vivere sia più importante della libertà di comprarsi un kalashnikov o di non portare la mascherina quando scoppiano le pandemie».

Cosa è cambiato con Trump?

«Lui è convinto …

ROMA – Lo definisce «il maestro dell’imbroglio», convinto che Donald Trump «abbia calpestato ogni norma relativa al conflitto di interesse» e che il suo sodale Elon Musk sia andato anche oltre. Il Nobel americano, Joseph Stiglitz, analizza il nuovo corso degli Stati Uniti e suggerisce all’Europa di non considerarli più come «un alleato affidabile». Sui dazi «scateneranno una guerra commerciale che nessuno potrà vincere».

Quando ha scritto il suo ultimo libro, “La strada per la libertà”, Trump non era ancora stato eletto. Quella strada oggi è più impervia?

«La battaglia si è fatta più difficile, uno dei punti centrali del mio libro è che la libertà di uno può sopprimere o diminuire quella di un altro. La società deve trovare un equilibrio. Si può arrivare a soluzioni accettabili e a me sembra che la libertà di vivere sia più importante della libertà di comprarsi un kalashnikov o di non portare la mascherina quando scoppiano le pandemie».

Cosa è cambiato con Trump?

«Lui è convinto che la nostra libertà sia sfruttare chiunque, usare la nostra ricchezza, il nostro potere finanziario. L’ultimo esempio è la cancellazione della legge che vieta le pratiche di corruzione all’estero».

Lei sostiene che la libertà economica non coincide con il libero mercato. Perché?

«Economisti di destra come Milton Friedman affrontano il concetto di libertà economica usando parole come libero mercato. Identificano il neoliberismo con la libertà da ogni regolamentazione e anche da ogni tassazione. Pensano che il ruolo crescente del governo nel tutelare l’occupazione o proporre sistemi di welfare vada nel senso opposto. Io penso che sbaglino a 180 gradi. Non vedo emergere un populismo autoritario dove il governo ha fatto troppo, piuttosto avviene dove ha fatto poco, come negli Usa».

Trump ha avviato una forte deregulation. È un bene per l’economia?

«Lei mi parla di economia. E l’impatto sull’ambiente? Lo metterei al primo posto. Dalla deregolamentazione discende direttamente l’aumento dell’inquinamento e della CO2».

Cos’altro peggiorerà con l’alleggerimento delle regole?

«Le banche torneranno alle pratiche predatorie sui mutui e a quelle usuraie sulle carte di credito o a prendersi troppi rischi, diventare instabili e a rischio di fallimento. I grandi gruppi industriali, invece, contrasteranno la libera concorrenza. Siamo di fronte a un mondo dove nulla è più al sicuro».

Anche in settori come la salute?

«Quando compri un farmaco, vuoi che sia efficace e sicuro, non vuoi comprare, come si dice negli Usa, “l’olio di serpente”. Trump minaccia di privare la Food and Drug Administration dei suoi poteri. In passato ho sottolineato l’importanza delle leggi sulle truffe commerciali, perché l’economia non può funzionare bene se non c’è fiducia: se mi dici una bugia quando mi vendi il tuo prodotto, puoi andare sotto processo. E per me Trump è il maestro dell’imbroglio».

Settori nuovi come l’Intelligenza artificiale però non si possono deregolamentare.

«Non si può perché non c’era, ma servono regole perché funzioni in modo sicuro ed etico».

Come si contrastano colossi come le Big Tech?

«Abbiamo una grande esperienza di lotta alle pratiche anti-competitive e ai monopoli, con più di 100 anni di successi sia negli Stati Uniti che in Europa, che hanno funzionato, non dico al 100 per cento, ma hanno funzionato. Credo che ci siano molte strade per fare in modo che non adottino tutti i comportamenti negativi».

Trump ha pensato bene di introdurre nuove regole sui mercati, i dazi. Che ne pensa?

«I mercati senza regole hanno aumentato la polarizzazione e le disuguaglianze sul piano sociale e politico, ma la risposta a questi problemi non è certo quella di Trump. È importante lo stato di diritto, anche a livello internazionale. Quando firmi un accordo internazionale, deve significare qualcosa o no? I dazi creeranno il caos sui mercati globali, faranno aumentare i prezzi e scateneranno guerre commerciali che neanche gli Stati Uniti possono vincere».

Ha promesso dazi per tutti.

«Il fatto che Trump attacchi anche i nostri amici, come gli altri, desta preoccupazione. Abbiamo già fatto un regalone alla Cina in termini di influenza geopolitica: ora è considerata più incline degli Stati Uniti a rispettare l’ordinamento internazionale».

L’ha avvantaggiata anche sulla transizione green?

«Trump forse non si rende conto che nel momento in cui attacca la transizione verde, non fa altro che regalare vantaggi tecnologici alla Cina. Ora le auto elettriche cinesi sono considerate migliori delle Tesla sotto tanti profili e non solo per il fatto che costano meno».

Come si deve porre l’Europa?

«Questo comporta grandi sfide e grandi problemi, perché per l’Unione europea non è più possibile considerare gli Stati Uniti come un alleato fidato, al pari della Cina. Lo vediamo per esempio nella creazione di una forza di difesa comune. Sarebbe più opportuno, anzi è un imperativo, dare il via a politiche industriali che le consentano di rendersi più indipendente».

Cosa pensa del fatto che un imprenditore come Elon Musk, con molti interessi in diverse aziende, abbia tanto potere nell’amministrazione statunitense?

«La figura e il ruolo di Musk sono molto inquietanti ed è un’altra dimostrazione della mia tesi che le disuguaglianze economiche generano le disuguaglianze politiche. Ci sono ricchissimi che fanno gli interessi dei ricchi, specie i propri. E il ruolo di Musk dimostra una mancanza di rispetto di norme che esistono da più di un secolo, soprattutto quelle sul conflitto di interessi».

In che modo?

«Se fai parte del governo, devi ricevere solo il tuo compenso pubblico. Trump ha violato queste leggi e Musk è andato oltre per il tipo di coinvolgimento, perché è una persona esterna. Avevamo stabilito che un funzionario governativo non può essere proprietario di cespiti o trarre profitto dalle proprie attività, i suoi capitali e il suo patrimonio devono essere congelati. Viene da stropicciarsi gli occhi perché uno pensa di stravedere. Siamo disposti a metterci sotto i tacchi qualsiasi legge e ciò non sembra preoccupare non dico Trump, ma neanche tutti i repubblicani».

Il Doge farà bene?

«No, non penso. Esistono sprechi sia nel settore pubblico che in quello privato, ma l’approccio del Doge non è da uso del bisturi, bensì dell’accetta. Avevamo Us Aid, un programma di aiuti umanitari soprattutto nei confronti dell’Africa, con ottimi motivi sia di natura geopolitica che geoeconomica».

Perché è stata fatta fuori?

«Ho l’impressione che non si sia cercato di andare a trovare gli imbrogli e le frodi: Musk ha voluto colpire il sostegno che gli Stati Uniti hanno sempre dato alla lotta all’apartheid in Sud Africa, perché quella è la mentalità da cui proviene. Non possiamo saperlo con certezza, ma penserei che si tratti di questo, di un pregiudizio».

A cosa punta allora il Doge?

«Al potere di stanziamento che è nelle mani del Congresso, ma la Corte costituzionale ha già stabilito che il potere esecutivo deve fare applicare le leggi così come vengono promulgate».

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