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La ceramica emiliana, tra i rincari del gas e la minaccia dei dazi

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Viaggio nella culla delle piastrelle fra Modena e Reggio, dove la bolletta raddoppia e il dumping indiano fa paura
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SASSUOLO – Polvere sono, ma polvere non vogliono ritornare. La polvere in questione è una miscela di argille, ceramiche, silici e caolini che qui nello stabilimento Marlit della Marazzi, così come in tante altre aziende attorno, le enormi presse schiacciano negli stampi, scaricando una forza di 500 chili su ogni centimetro quadrato. Poi quella polvere pressata entra in un forno lungo 150 metri che la cuoce a oltre milleduecento gradi: quando esce è una piastrella.

Loro, che polvere non vogliono tornare, ma continuare invece a sfornare piastrelle, sono le cento imprese e passa del distretto della ceramica. Qui a Sassuolo, tra Modena e Reggio Emilia, hanno cuore, cervello, molte braccia e ora anche una grande preoccupazione che brucia al ritmo dei rial…

SASSUOLO – Polvere sono, ma polvere non vogliono ritornare. La polvere in questione è una miscela di argille, ceramiche, silici e caolini che qui nello stabilimento Marlit della Marazzi, così come in tante altre aziende attorno, le enormi presse schiacciano negli stampi, scaricando una forza di 500 chili su ogni centimetro quadrato. Poi quella polvere pressata entra in un forno lungo 150 metri che la cuoce a oltre milleduecento gradi: quando esce è una piastrella.

Loro, che polvere non vogliono tornare, ma continuare invece a sfornare piastrelle, sono le cento imprese e passa del distretto della ceramica. Qui a Sassuolo, tra Modena e Reggio Emilia, hanno cuore, cervello, molte braccia e ora anche una grande preoccupazione che brucia al ritmo dei rialzi del gas e li lascia attoniti per le decisioni prese a Roma e a Bruxelles. “Lavoriamo con i tre elementi fondamentali: terra, fuoco e acqua; ma ormai dobbiamo fare un altro mestiere. Ogni mattina, invece di pensare alle nuove collezioni, sono a controllare le quotazioni del gas per capire quanto ci costerà fare andare gli impianti. Ma così è come giocare in Borsa, non come fare impresa”. Questo è Vittorio Borelli, vicepresidente di Confindustria Ceramica, che con la sua Fincibec fattura 75 milioni di euro “e in dodici mesi – dice – ho visto raddoppiare il prezzo del gas e la bolletta che pago in azienda: da 6 a 12 milioni di euro ogni anno”.

È la storia di tutti, in questo distretto che è davvero un simbolo della manifattura italiana e dove la piastrella è professione che sfocia nell’ossessione per prodotti che significano eccellenza tecnologica e fascia alta del mercato. C’è la maxipiastrella che regge 20 tonnellate e ci possono passare sopra i camion, quella che emula il legno fin nelle venature fatte con la stampante industriale a getto da venti colori, quella che strizza l’occhio al nobile marmo, con venature che paiono più vere del vero.

Nel 2024 da queste fabbriche sono usciti 370 milioni di metri quadrati di piastrelle: quanto 50mila campi da calcio con la ceramica al posto dell’erba. L’85% di quella produzione – oltre quarantamila campi da calcio – è finito fuori dall’Italia, carburante di una poderosa macchina da export che nel 2024 è valsa 5 miliardi sui 6 miliardi di fatturato totale del comparto. Una macchina che oggi non si capacita di come si stiano creando tutte le condizioni per bloccarla.

Alla Casalgrande Padana, il cavaliere del lavoro Franco Manfredini, "sono entrato in azienda alla fondazione, nel 1961, ero il primo dipendente”, e oggi presidente di un gruppo che fa 300 milioni di fatturato “con cinque stabilimenti tutti qui”, spiega la situazione che come vicepresidente di Confindustria Ceramica, responsabile per l’energia, vede complicarsi ogni giorno di più: “La nostra è un’industria gasivora, perché utilizza molto gas e anche perché non può farne a meno; tecnologie alternative per far andare i forni per ora non se ne vedono, se non allo stato sperimentale. A febbraio dello scorso anno un Mwh di gas costava poco più di 27 euro. Adesso lo paghiamo 50, quasi il doppio. E a questo si aggiunge il fatto che in Italia il prezzo dell’elettricità è agganciato a quello del gas, con valori vicini ai 140 euro per Mwh e che il prezzo del gas sul mercato all’ingrosso italiano è maggiore di quello della piattaforma europea Ttf. Siamo penalizzati anche rispetto ai concorrenti europei”.

Nemmeno i timori per i dazi di Trump bruciano quanto la fiammata del gas: il mercato Usa consuma 300 milioni di metri quadrati l’anno, le aziende americane ne producono solo 100 milioni; non ci sono supremazie da difendere a colpi di tariffe. Sulla carta, ci sarebbero anche rimedi per riportare la bolletta verso lidi meno perigliosi: ad esempio la gas release, meccanismo che prevede prezzi agevolati per i settori energivori sul gas estratto in Italia o nella disponibilità delle riserve nazionali.

“Peccato – dice Manfredini – che da tre anni manchino i decreti attuativi perché la norma possa avere effetto". Tra i crucci dell’industria, spiega Graziano Verdi, a capo della Italcer e presidente dei produttori europei di piastrelle, ci sono anche le scelte della stessa Europa: “Il sistema Ets, che tassa le quote di emissione di CO2, penalizza un settore come il nostro, che ha già ridotto tantissimo le emissioni ed è di fatto un’imposta sulla produzione che si aggiunge ai sovrapprezzi che già paghiamo per l’energia che compriamo, anche quella decarbonizzata. A Bruxelles, invece di promuovere i migliori, ci penalizzano con regole che apriranno il mercato a chi produce utilizzando il carbone. Non ce ne capacitiamo”.

Tra la via Emilia e l’Est dei produttori asiatici si respira infatti un’aria pesantissima. “I dazi imposti dall’Ue sulle piastrelle cinesi al 30% che durano da oltre un decennio – spiega Manfredini – sono una misura contro il loro dumping. Ma adesso guardiamo con preoccupazione ai prodotti indiani, tassati in media solo al 7,9%, che stanno invadendo il mercato europeo”.

“Così l’Ue ci spinge alla deindustrializzazione – taglia corto Borelli – In questa situazione è sempre più difficile continuare a investire”. Proprio lo “sciopero” degli investimenti, anticamera del declino, è il rischio che si corre nel medio periodo. Per scongiurarlo, la lista delle richieste è lunga: una deroga che spinga avanti di 5 anni il taglio delle quote gratuite previsto dal sistema Ets, i famosi decreti attuativi per la gas release, misure come quelle prese nell’ultimo Decreto Bollette, che però ha lasciato fuori settori come ceramica e vetro. Ma al di là dei palliativi, si capisce che qui – dove l’industria manifatturiera, le strategie dell’Ue e decenni di scelte mancate in Italia si ritrovano faccia a faccia – quello che servirebbe e che non c’è è proprio una politica industriale.

A novembre dello scorso anno zero cassa integrazione; a dicembre la cassa ordinaria ha riguardato oltre 1.550 dipendenti e la straordinaria oltre 700, sui 19mila del comparto. Qualche stabilimento si è fermato per settimane dopo Natale. Non è, non ancora, crisi conclamata. Ma le voci di Sassuolo chiedono che ci si pensi prima. Senza innescare una crisi modello automotive.

L’impennata dei costi, del resto, sta già creando qualche tensione tra aziende e lavoratori. "Quattro mesi fa abbiamo firmato il contratto di categoria – racconta Simone Cavalieri, che è segretario regionale della Filctem-Cgil – ma per avere il recupero dell’inflazione abbiamo dovuto spalmare il contratto su quattro anni invece che su tre e soprattutto fare uno sciopero generale del settore il 14 maggio scorso. Erano almeno vent’anni che i lavoratori di Sassuolo non scioperavano”.

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