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I Porsche verso l’addio alle quote Volkswagen

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La famiglia, proprietaria assieme ai Piëch, valuta un disimpegno dal gruppo. E Audi annuncia il taglio di 7.500 posti in Germania
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BERLINO – Tira una brutta aria dalle parti dell’industria dell’auto tedesca: ieri Audi ha annunciato che cancellerà 7.500 posti di lavoro entro il 2029. A dicembre era stata Volkswagen a fare da apripista nell’ondata di ristrutturazioni, strappando ai sindacati un’intesa su 35mila esuberi in tutto il gruppo. E Wolfsburg aveva intitolato il piano per il drastico ridimensionamento degli stabilimenti, senza ironia, “Futuro Vw”. Ma ora un’indiscrezione getta un’ombra ancora più cupa sull’avvenire del gruppo fondato quasi un secolo fa da Ferdinand Porsche.

Dopo i crolli di quasi un terzo del fatturato registrati da due marchi core come Vw e Porsche, persino i proprietari sembrano nutrire qualche dubbio sul futuro dell’azienda nata negli…

BERLINO – Tira una brutta aria dalle parti dell’industria dell’auto tedesca: ieri Audi ha annunciato che cancellerà 7.500 posti di lavoro entro il 2029. A dicembre era stata Volkswagen a fare da apripista nell’ondata di ristrutturazioni, strappando ai sindacati un’intesa su 35mila esuberi in tutto il gruppo. E Wolfsburg aveva intitolato il piano per il drastico ridimensionamento degli stabilimenti, senza ironia, “Futuro Vw”. Ma ora un’indiscrezione getta un’ombra ancora più cupa sull’avvenire del gruppo fondato quasi un secolo fa da Ferdinand Porsche.

Dopo i crolli di quasi un terzo del fatturato registrati da due marchi core come Vw e Porsche, persino i proprietari sembrano nutrire qualche dubbio sul futuro dell’azienda nata negli anni della dittatura nazista come “macchina del popolo”. Negli stessi giorni della pioggia di numeri rossi per l’automotive è uscita oltretutto la notizia che il gigante della difesa Rheinmetall ha superato il maggiore colosso automobilistico europeo, in termini di capitalizzazione in Borsa. E che l’azienda di Düsseldorf potrebbe salvare almeno uno stabilimento Vw in dismissione, quello di Osnabrück. Insomma, secondo alcuni quotidiani tedeschi, le famiglie che controllano il gruppo, Piëch e Porsche, “cominciano a essere irrequiete”.

Il declassamento di Moody’s

Peraltro, l’ennesima tegola piovuta ieri su Vw rischia di rovinarne ulteriormente l’umore: l’agenzia Moody’s ha declassato il rating del gruppo da A3 a Baa1. In soldoni, si passa dalla valutazione di un investimento “sicuro a condizione che nessun evento imprevisto influenzi l’economia generale o il settore”, a quella di uno “mediamente buono”, che potrebbe risultare anche più esposto, nel caso di un peggioramento del quadro complessivo.

I miliardari Porsche e Piëch starebbero pensando dunque di ridurre la loro quota nel gruppo, scendendo sotto la soglia di controllo. A resistere alla volontà di disimpegno di alcuni membri importanti delle famiglie, secondo Bild, sarebbero paradossalmente gli eredi più giovani. Se fosse confermata la notizia che vogliono cedere la quota di controllo, sarebbe comunque una notizia clamorosa nella lunga storia del produttore della Golf e del Maggiolone.

Il futuro del gruppo

Al momento i discendenti di Ferdinand Porsche possono contare attraverso la holding di famiglia sul 53% di diritti di voto, anche se posseggono solo il 31,9% delle azioni Vw. E negli scenari rivelati dalla stampa tedesca avrebbero intenzione di scendere al 50 o addirittura al 45%. Un portavoce, per ora, puntualizza che “non ci sono ragionamenti concreti su un’eventuale cessione di azioni Vw”. Ma ammette anche che la composizione del portafoglio di investimento viene costantemente riesaminata e che si sta riflettendo “in tutte le direzioni”. Intanto l’azienda tenta il rilancio in Cina, dove negli ultimi anni ha faticato a mantenere le sue quote a causa del rapidissimo sviluppo del mercato elettrico domestico.

L’auto made in Germany

Nel suo libro “Kaput” (PostEditori), che offre una disamina lucida e implacabile sulla crisi del modello tedesco, il direttore di Eurointelligence ed ex commentatore del Financial Times, Wolfgang Münchau, traccia un bilancio drammatico del futuro dell’auto made in Germany: mentre Pechino negli ultimi anni metteva a segno una crescita galoppante nel mercato delle auto “pulite”, “la Germania si è addormentata al volante”, scrive. E ora il colosso di Wolfsburg tenta un recupero lanciando sul mercato cinese undici modelli specifici per il mercato del Dragone: sei elettrici, due ibridi, uno a combustione tradizionale e due modelli Erev, che vantano oltre al motore elettrico un piccolo motore a scoppio.

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