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Fisco, torna la quarta aliquota. La beffa dell’acconto Irpef

Il viceministro Leo e il ministro dell'Economia Giorgetti (ansa)

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Per lavoratori dipendenti, autonomi e pensionati si applicano le vecchie aliquote sull’acconto. Il governo: “Disallineamento temporaneo della riforma”. La Cgil: “Clamorosa ingiustizia”
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ROMA – La nuova Irpef ha tre aliquote. Ma per calcolare l’acconto di Irpef e addizionali, i lavoratori dipendenti, gli autonomi non in flat tax, i pensionati che devono fare la prossima dichiarazione dei redditi e anche quella del 2026 torneranno alle quattro aliquote del 2023. Quelle più alte esistenti prima della riforma voluta dal governo Meloni, entrata in vigore l’anno scorso.

A molti verrà così calcolato un debito che andrà a diminuire il suo eventuale credito o ad aumentare quanto deve al fisco. Per poi essere restituito l’anno prossimo. Una sorta di “prestito” dei contribuenti allo Stato che la Cgil definisce «clamorosa ingiustizia ed ennesima vessazione: la norma va corretta».

Cgil contro Mef

Il ministero dell’Economia conferma il «disallineamento», definendolo «temporaneo ed evidentemente non strutturale». E spiega: «Il problema non riguarda tutti i lavoratori dipendenti, ma solo i titolari di altri redditi». Per questi «è più probabile che risulti dovuto l’acconto, che g…

ROMA – La nuova Irpef ha tre aliquote. Ma per calcolare l’acconto di Irpef e addizionali, i lavoratori dipendenti, gli autonomi non in flat tax, i pensionati che devono fare la prossima dichiarazione dei redditi e anche quella del 2026 torneranno alle quattro aliquote del 2023. Quelle più alte esistenti prima della riforma voluta dal governo Meloni, entrata in vigore l’anno scorso.

A molti verrà così calcolato un debito che andrà a diminuire il suo eventuale credito o ad aumentare quanto deve al fisco. Per poi essere restituito l’anno prossimo. Una sorta di “prestito” dei contribuenti allo Stato che la Cgil definisce «clamorosa ingiustizia ed ennesima vessazione: la norma va corretta».

Cgil contro Mef

Il ministero dell’Economia conferma il «disallineamento», definendolo «temporaneo ed evidentemente non strutturale». E spiega: «Il problema non riguarda tutti i lavoratori dipendenti, ma solo i titolari di altri redditi». Per questi «è più probabile che risulti dovuto l’acconto, che gli stessi dovranno versare sulla base delle aliquote “vecchie” per poi recuperare in futuro le maggiori imposte versate».

Per la Cgil però non si tratta solo di lavoratori dipendenti. E neanche solo di titolari di altri redditi. Né solo di contribuenti in debito che per definizione devono versare le tasse da pagare in acconto (unica soluzione o due rate a giugno e novembre a seconda dell’ammontare se sotto o sopra i 252 euro).

L’esempio

Un esempio, fatto dal Caf del sindacato, spiega meglio la situazione. Un lavoratore dipendente che l’anno scorso ha guadagnato 41.360 euro lordi ha un’imposta lorda da 11.116 euro calcolata secondo i nuovi scaglioni (con aliquote al 23% fino a 28 mila euro, 35% tra 28 mila e 35 mila euro, 43% sopra 35 mila euro). A questa imposta lorda da 11.116 euro il contribuente sottrae le detrazioni da lavoro (750 euro) e le spese mediche (165 euro). L’imposta netta è di 10.201. Al netto delle ritenute di 10.366 euro che il suo datore ha già versato al fisco, il lavoratore è in credito di 165 euro.

Fonte:Cgil 

La norma contestata dalla Cgil prevede di rifare questo stesso calcolo applicando però l’Irpef del 2023 che aveva un’aliquota più alta al 25% tra 15 mila e 28 mila euro. Il ricalcolo ovviamente alza l’imposta lorda di circa 200 euro e la porta a 11.376. Si alza anche l’imposta netta a 10.461. Con il risultato che il contribuente risulta in debito di 95 euro. Poiché però vanta anche un credito da 165 euro, questo credito “dimagrisce” di 95 euro e diventa di soli 70 euro. L’anno prossimo riavrà indietro i 95 euro.

A cosa è servito il doppio calcolo? Il lavoratore, in credito fiscale, non dovrebbe pagare altre tasse, rispetto a quelle già versate dal suo datore: anzi dovrebbe ricevere 165 euro di rimborso. Non ha altri redditi, come sostiene il Mef. Solo spese mediche da detrarre. Eppure si trova a scalare dal suo credito un debito che però è un prestito. Lo riavrà l’anno prossimo.

Lo Stato fa cassa con anticipi non dovuti?

La norma discussa si trova nel primo decreto attuativo della riforma Meloni, il 216 del 30 dicembre 2023. L’Agenzia delle entrate, nelle sue istruzioni al 730 diffuse il 17 marzo, conferma tutto: l’acconto si calcola in base al vecchio Irpef, con aliquote più alte e detrazioni da lavoro più basse (1.880 anziché 1.995 euro). Christian Ferrari, segretario confederale Cgil, e Monica Iviglia, presidente Caaf Cgil, se la spiegano così: «Lo Stato fa cassa con anticipi non dovuti». Il Mef ribatte: «Quando la norma è stata scritta il taglio dell’Irpef era temporaneo». Per ora la “sovrattassa” rimane.

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