Tesla, il socio storico si ribella a Musk: “Deve andarsene, qualcuno deve occuparsi della società”
di Massimo BasileNEW YORK – “Il problema non è il suo impegno nel governo, ma dove spende il suo tempo. E quello non è a Tesla”. Uno degli azionisti della multinazionale di veicoli elettrici, Ross Gerber, ha chiesto ufficialmente all’amministratore delegato Elon Musk di farsi da parte per non compromettere il futuro dell’azienda. Gerber, 44 anni, non è uno degli azionisti maggiori - a fine febbraio era titolare di 262.352 azioni, su 3.2 miliardi totali di Tesla - ma è a capo di un gruppo da oltre cento milioni di dollari, Gerber Kawasai Wealth Management, e soprattutto uno storico sostenitore di Musk. Il gelo dell’azionista riflette le perplessità degli investitori, preoccupati dalla commistione pericolosa tra governo Trump, campagne a favore dell’estrema destra, invasioni di campo nella politica di altri Paesi, e tutto questo in mezzo a un periodo che ha visto i titoli Tesla crollare, e i veicoli venire presi di mira da contestatori.
NEW YORK – “Il problema non è il suo impegno nel governo, ma dove spende il suo tempo. E quello non è a Tesla”. Uno degli azionisti della multinazionale di veicoli elettrici, Ross Gerber, ha chiesto ufficialmente all’amministratore delegato Elon Musk di farsi da parte per non compromettere il futuro dell’azienda. Gerber, 44 anni, non è uno degli azionisti maggiori - a fine febbraio era titolare di 262.352 azioni, su 3.2 miliardi totali di Tesla - ma è a capo di un gruppo da oltre cento milioni di dollari, Gerber Kawasai Wealth Management, e soprattutto uno storico sostenitore di Musk. Il gelo dell’azionista riflette le perplessità degli investitori, preoccupati dalla commistione pericolosa tra governo Trump, campagne a favore dell’estrema destra, invasioni di campo nella politica di altri Paesi, e tutto questo in mezzo a un periodo che ha visto i titoli Tesla crollare, e i veicoli venire presi di mira da contestatori.
Negli Stati Uniti ormai le chiamano le “Swastikar”, per identificarle come il brand nazista. In due mesi Musk è inciampato in una serie di errori, dal saluto nazista fatto il giorno dell’insediamento di Donald Trump, al post rilanciato e poi cancellato su X in cui un utente sosteneva che Adolf Hitler (oltre a Stalin e Mao) non era stato responsabile della morte di milioni di ebrei ma che la colpa fosse stata dei lavoratori pubblici. Il miliardario sudafricano da due mesi ha avviato una campagna di tagli della spesa pubblica e di licenziamenti di massa che ha provocato la rabbia nel Paese.
In un’intervista all’inglese Sky News, Gerber non ha usato mezzi termini: “Penso che Tesla abbia bisogno di un nuovo amministratore delegato, e da oggi comincerò a sostenerlo pubblicamente. E’ tempo che qualcuno si occupi di guidare la compagnia. Gli affari sono trascurati da troppo tempo”. “Ci sono - ha aggiunto - troppe cose importanti da fare. O Elon torna e fa il Ceo, lasciando gli altri incarichi, o si concentra sul governo e continua a fare quello che sta facendo ma trovando un’altra guida”.
La scorsa settimana il titolo Tesla aveva perso il 50 per cento del suo valore rispetto alla valutazione di dicembre. Le vendite in Germania sono crollate di oltre il 40 per cento. A Londra sono uscite campagne pubblicitarie che invitano a non comprare le Tesla. L’idea di Donald Trump di trasformare la Casa Bianca in concessionaria esla non ha spinto le vendite. E’ stato un flop l’appello lanciato in tv dal segretario al Commercio Howard Lutnick a comprare titoli della corporation.”Tesla - ha scritto su X Gerber - ha venduto solo 47 mila Cybertruck, e questo non va bene, visto che avrebbe dovuto venderne 250 mila in un anno”. La guerra dei dazi lanciata da Trump al mondo ha aggiunto ansia al settore.
Secondo il Financial Times, le case automobilistiche straniere stanno accelerando le esportazioni in Usa di veicoli e componenti chiave prima che scattino le nuove tariffe sulle importazioni volute dalla Casa Bianca. I dazi del 25 per cento entreranno in vigore il 2 aprile e colpiranno in particolare Canada e Messico, ma anche l’Unione Europea. I sudcoreani Hyundai e Kia stanno accelerando le esportazioni. Lo stesso sta facendo un produttore tedesco, di cui il quotidiano britannico non ha indicato il nome. A febbraio le esportazioni di auto dall’Europa verso gli Stati Uniti sono cresciute del 22 per cento. Dal Giappone del 14 per cento. Dalla Corea del Sud del 15. Tutti, tranne Musk, appaiono in fibrillazione, concentrati sul non perdere preziose fette di mercato.