L’incertezza pesa più dei dazi: giù la crescita dell’Eurozona. I conti di S&P sull’effetto Trump
di Raffaele RicciardiMILANO – L’incertezza più che i dazi di Trump, circa i quali si aspettano annunci concreti il 2 aprile, pesa sulle prospettive di crescita dell’Eurozona nel breve termine. L’impulso fiscale dato dalla Germania, soprattutto, e in misura minore anche l’incremento delle spese per la difesa progettato dall’Unione europea rendono invece le previsioni per il biennio a venire meno fosche. E’ questa la diagnosi di S&P Global Ratings, che ha aggiornato le previsioni sull’Eurozona in un report significativamente intitolato “un mondo nel Limbo”. C’è dunque da aspettarsi, sintetizza il capoeconomista Emea di S&P, Sylvain Broyer, “una sofferenza nel breve periodo, ma se guardiamo oltre lo scenario non è certo splendente ma neanche così nero”.
MILANO – L’incertezza più che i dazi di Trump, circa i quali si aspettano annunci concreti il 2 aprile, pesa sulle prospettive di crescita dell’Eurozona nel breve termine. L’impulso fiscale dato dalla Germania, soprattutto, e in misura minore anche l’incremento delle spese per la difesa progettato dall’Unione europea rendono invece le previsioni per il biennio a venire meno fosche. E’ questa la diagnosi di S&P Global Ratings, che ha aggiornato le previsioni sull’Eurozona in un report significativamente intitolato “un mondo nel Limbo”. C’è dunque da aspettarsi, sintetizza il capoeconomista Emea di S&P, Sylvain Broyer, “una sofferenza nel breve periodo, ma se guardiamo oltre lo scenario non è certo splendente ma neanche così nero”.
Vediamo i numeri di dettaglio, intanto. Per quest’anno l’agenzia di rating ha tagliato dall’1,2 allo 0,9% la prospettiva di crescita dell’Eurozona. Andamento simile (sforbiciata di 0,3 punti) per l’Italia, che passa dal +0,9 al +0,6 per cento. Nel 2026 la crescita del blocco con la moneta unica è vista invece in ripresa all’1,4% (+0,1 punti) e quindi all’1,5% (+0,3) nel 2027, mentre l’Italia si ferma al +1% medio nel biennio “perché coglierà meno lo stimolo fiscale in arrivo”.
Restando alle note dolenti iniziali, l’effetto dei dazi di Trump può esser contenuto a una contrazione del Pil dell’Eurozona pari a circa il -0,1%. Ciò accadrà nello scenario base di S&P, quello con dazi Usa reciproci su tutte le merci in aggiunta al 10% su auto e farmaci e al 25% su acciaio e alluminio. In tal caso, ben maggiore sarebbe il peso dell’incertezza che emana dalla Casa Bianca sul commercio internazionale e che costa al Pil dell’Eurozona ben 0,4 punti nel biennio 2025-26. C’è da dire che mai come in questo momento le stime d’impatto sono complesse. S&P produce infatti anche altri scenari sui dazi: in quello intermedio ipotizza un aumento dei dazi al 10% (oltre a quelli già applicati al 25% su acciaio e alluminio) e ciò costerebbe al Pil dell’Eurozona un -0,2 per cento. E c’è la versione da incubo, con l’aumento dei dazi al 25% su tutte le importazioni dall’Ue, caso in cui il Pil dell’Eurozona potrebbe ridursi fino a quasi –0,6 per cento.
Essendo la politica commerciale una questione comunitaria, S&P non ha elaborato scenari di dettaglio sui singoli Paesi. “Certamente - spiega Broyer - i tre Paesi che soffrirebbero maggiormente da dazi Usa più elevati sono Germania, Italia e Irlanda. Nel caso di Germania e Italia, si tratta di economie che hanno un surplus commerciale molto elevato verso gli Stati Uniti e non hanno raggiunto l’obiettivo Nato di portare la spesa per la difesa al 2% del Pil”. Ragione per cui, “sfortunatamente se l’amministrazione Usa dovesse adottare delle misure mirate verso specifici Paesi, l’Italia sarebbe pienamente nel mirino”.
Detto dei dazi, quel che poi arriverà è l’effetto dello stimolo fiscale: ovvero l’apertura dei cordoni della borsa con i maxi-piani di spesa della Germania e della Commissione Ue, con focus sulla Difesa. Misure “che faranno girare l’output gap in positivo (la differenza tra il Prodotto effettivo e quello potenziale delle economie, ndr) a partire dal 2027”, dice l’economista. Le stime sull’effetto benefico per l’economia, da queste iniezioni fiscali, sono per altro “conservative”: purtroppo la lezione del NextGenerationEu non consente grande ottimismo. “Quattro anni fa avevamo fatto le nostre proiezioni sugli effetti” del Pnrr europeo “e ora ci troviamo sulla parte bassa della forchetta: senz’altro l’implementazione, finora, è stata modesta”, dice Broyer. Fatta questa premessa, per S&P la rottura del freno al debito tedesco e gli investimenti da mille miliardi attesi su infrastrutture e armamenti peseranno, in quattro anni, per un +2,5% cumulato sul Pil della Germania, contro il +0,6% atteso nello stesso periodo dal programma RearmEu. Un dato che mostra chiaramente quanto i destini dell’economia dell’Eurozona siano legati alla sua storica locomotiva più che alla sua necessità di riarmarsi.
Da valutare, infine, anche come si comporterà la Bce. S&P ha una visione conservativa e crede che ci sarà ancora solo un taglio al costo del denaro - tra aprile e giugno - e mette in conto ben due rialzi nella seconda metà del prossimo anno per atterrare sul 2,75% a fine 2026. Una traiettoria più “da falco” rispetto a quel che si attende il mercato, che punta ancora su due tagli. Le ragioni? "Abbiamo incorporato nelle previsioni lo stimolo fiscale tedesco ed europeo - dice Broyer - E credo che lo staff della Bce arriverà presto alla nostra conclusione, cioè che l’output gap girerà presto in positivo. Consideriamo anche il livello minimo record della disoccupazione, che la crescita dei salari non si arresterà così rapidamente come si aspettano i mercati, con una trasmissione al rialzo sull’inflazione generale, e la resilienza delle economie ai molti choc in corso: non c’è davvero ragione ad oggi per immaginare molti tagli ai tassi dalla Bce”.