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Pnrr, troppi ritardi. Giorgetti chiederà all’Ue il rinvio di un anno

Giancarlo Giorgetti, ministro dell'Economia (ansa)

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La Ragioneria ha individuato 19 misure a forte rischio: oltre alla revisione degli obiettivi servirà una deroga al 2027
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ROMA - Il Pnrr arranca. Accumula ritardi. Ha un passo così lento da mettere a rischio 19 misure. E ora il governo chiederà all’Europa di poter andare oltre il 2026.

Ecco l’affanno messo nero su bianco dalla Ragioneria generale dello Stato: la spesa è ora pari a circa 63,5 miliardi. Poco più della metà dei 122 miliardi incassati con le sei rate.

Le conseguenze sono pesanti: per quanto nell’ultimo anno abbia dimostrato una crescita apprezzabile - scrivono i tecnici del Mef - l’andamento della spesa non consente di garantire il completo assorbimento entro la scadenza del 2026. Per questo appare difficilmente ipotizzabile spendere i restanti 131 miliardi di euro in poco più di un anno e mezzo.

ROMA - Il Pnrr arranca. Accumula ritardi. Ha un passo così lento da mettere a rischio 19 misure. E ora il governo chiederà all’Europa di poter andare oltre il 2026.

Ecco l’affanno messo nero su bianco dalla Ragioneria generale dello Stato: la spesa è ora pari a circa 63,5 miliardi. Poco più della metà dei 122 miliardi incassati con le sei rate.

Le conseguenze sono pesanti: per quanto nell’ultimo anno abbia dimostrato una crescita apprezzabile - scrivono i tecnici del Mef - l’andamento della spesa non consente di garantire il completo assorbimento entro la scadenza del 2026. Per questo appare difficilmente ipotizzabile spendere i restanti 131 miliardi di euro in poco più di un anno e mezzo.

Il quadro è complesso. Al rischio di non conseguire diversi obiettivi legati alle ultime quattro rate del Piano nazionale di ripresa e resilienza (in tutto 72,3 miliardi) si legano effetti sulla finanza pubblica che vengono definiti potenzialmente molto negativi.

Per questo il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha deciso di rompere gli indugi. Chiederà di prorogare la scadenza del Piano di un anno, al 2027. Già diverse volte nei mesi scorsi non aveva avuto paura di porre la questione di un rinvio.

Lo rifarà alla riunione dell’Ecofin informale che si terrà l’11 e il 12 aprile a Varsavia. Ai colleghi delle Finanze chiederà più tempo insieme alla massima flessibilità nel ricollocamento dei fondi.

Il secondo punto fa riferimento alla necessità, sottolineata dalla stessa Ragioneria, di apportare alcune revisioni al Piano. Sono collocate all’interno di tre azioni.

La prima: adeguare gli obiettivi da realizzare entro l’anno prossimo, riportandoli a una misura effettivamente conseguibile. Per farlo si ricorrerà a strumenti finanziari che consentano l’utilizzo delle risorse oltre la scadenza attuale.

La seconda indicazione ha a che fare con i tagli: le misure che presentano scarsa attrattività o tiraggio potranno contare su meno risorse rispetto a quelle attuali. Infine - è la terza linea d’azione - bisognerà riprogrammare le risorse liberate dal ridimensionamento di queste misure per rafforzare altri investimenti del Pnrr che hanno una capacità di assorbimento entro il 2026.

Di fatto un travaso di soldi dai progetti irrealizzabili entro la deadline a quelli che stanno rispettando la tabella di marcia.

La revisione è imposta dai ritardi nell’attuazione e nella spesa che, ripete la Ragioneria, sono difficilmente colmabili entro il 2026 o comunque non recuperabili senza modifiche sostanziali agli obiettivi finali.

Le cause fanno riferimento a tre casistiche. La scarsa attrattività caratterizza i crediti d’imposta di Transizione 5.0, gli aiuti alle imprese che investono nel digitale, oltre che nell’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili e formazione del personale.

Le procedure di accesso alle agevolazioni risultano farraginose, ma il vulnus è legato anche ai vincoli della normativa europea. In questa categoria rientrano anche gli alloggi universitari e il piano per gli asili nido, che registra un basso interesse al Sud.

I ritardi nella realizzazione dei collegamenti ferroviari dell’alta velocità e delle le reti idriche, così come quelli degli interventi contro il dissesto idrogeologico, sono legati alla complessità degli interventi e ai tempi di realizzazione molto lunghi che riguardano la fase di aggiudicazione degli appalti e l’esecuzione.

L’inflazione, in particolare quella energetica, ma anche la difficoltà di reperire le materie prime, frenano gli investimenti in agricoltura (frantoi e trattori).

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