ROMA – Fecondità al minimo storico: 1,18 figli per donna. Non c’è da stupirsi. Cosa pensavamo che sarebbe successo? L’Italia è un Paese a bassa fecondità da decenni. Dal 1977 siamo sotto il livello di sostituzione, 2,1 figli per donna, nel 1995 siamo arrivati a 1,19 . La domanda è: cosa abbiamo fatto in tutti questi anni per permettere ai giovani di realizzare il desiderio di maternità e paternità? Perché le indagini Istat sono chiare: i giovani, in maggioranza, vogliono due figli, ma il desiderio non si traduce in realtà. Questo è il problema. Gli ostacoli andrebbero rimossi. Certo, ci sono anche i giovani che non desiderano avere figli, e devono essere liberi di farlo.
La verità è che non abbiamo fatto abbastanza, soprattutto per le donne. Abbiamo mai preso sul serio le difficolt…
ROMA – Fecondità al minimo storico: 1,18 figli per donna. Non c’è da stupirsi. Cosa pensavamo che sarebbe successo? L’Italia è un Paese a bassa fecondità da decenni. Dal 1977 siamo sotto il livello di sostituzione, 2,1 figli per donna, nel 1995 siamo arrivati a 1,19 . La domanda è: cosa abbiamo fatto in tutti questi anni per permettere ai giovani di realizzare il desiderio di maternità e paternità? Perché le indagini Istat sono chiare: i giovani, in maggioranza, vogliono due figli, ma il desiderio non si traduce in realtà. Questo è il problema. Gli ostacoli andrebbero rimossi. Certo, ci sono anche i giovani che non desiderano avere figli, e devono essere liberi di farlo.
La verità è che non abbiamo fatto abbastanza, soprattutto per le donne. Abbiamo mai preso sul serio le difficoltà che le donne affrontano nel conciliare lavoro e tempi di vita e nella condivisione delle responsabilità genitoriali? La “child penality” è ancora una piaga: il 20% delle madri lascia il lavoro alla nascita del figlio, le madri sono costrette a sacrificare lavoro, carriera e reddito se hanno figli. E i servizi educativi per la prima infanzia? Siamo fermi. Eppure la premier nel suo programma elettorale aveva inserito 100% di bimbi al nido. Non possiamo continuare con frammenti di misure, bonus una volta ogni tanto e per chi già va al nido, senza veri investimenti.
Serve una svolta a tutto campo, sui congedi parentali maggiormente retribuiti per tutti i mesi, sui congedi di paternità paritari, su asili nido per tutti i bambini, su servizi per anziani e disabili. Ma da quanti anni le donne li hanno chiesti? Tanti, ma le priorità non sono state mai queste, né donne, né giovani. Ma l’incertezza per il futuro è un aspetto che condiziona molto la scelta e il momento in cui avere un figlio e induce al rinvio. E poi il rinvio può diventare rinuncia. Ed è evidente che il lavoro dei giovani, condizionato dalla precarietà, è un altro elemento che contribuisce a rinviare progetti di vita.
Una notizia positiva emerge dai dati. La speranza di vita è aumentata di cinque mesi in un anno. Ora siamo a 83,4 anni. Un dato da apprezzare, perché ci sono voluti quattro anni per tornare ai livelli pre-pandemia. E dobbiamo essere grati anche al nostro Servizio Sanitario Nazionale che, nonostante le difficoltà, ha garantito un accesso universale alle cure e il superamento della pandemia. Teniamocelo stretto, perché resta un pilastro fondamentale del benessere collettivo, anche se fortemente stressato. Che fine hanno fatto tutti quei progetti fantastici che avevamo disegnato all’indomani della pandemia? Per ora, purtroppo, sembrano ridimensionati, e la percentuale di spesa sanitaria sul Pil destinata alla diminuzione.
Attenzione, le tendenze demografiche lasciano segni, solchi nella realtà del Paese. Se non si interviene a raddrizzarle la situazione è destinata a peggiorare anche in termini economici. Aumento della speranza di vita e calo delle nascite porteranno ad un incremento della popolazione anziana che dovrà ricevere le pensioni e a una diminuzione di quella in età lavorativa, che con i suoi contributi pagherà le pensioni degli anziani. Anche se le nascite ricominceranno a crescere, ciò non sarebbe sufficiente a riequilibrare la situazione, perché gli effetti di aumento della popolazione in età lavorativa si vedrebbero a distanza di 25-30 anni.
Piuttosto che pensare all’Albania, dotiamoci di una strategia che punti ad un aumento graduale e armonioso del numero di immigrati, attraverso modelli di immigrazione diffusa, con l’attenzione alla integrazione nelle comunità locali e diversificazione dei luoghi di residenza. Si può fare bene, se lo si vuole.