Il grande bluff dei dazi reciproci, ecco come Trump ha calcolato le sue tariffe
di Filippo SantelliROMA – La formula, che la Casa Bianca stessa ha condiviso nelle scorse ore, sembra cosa da economisti veri, con tanto di oscure variabili espresse in caratteri greci. Ma in realtà il calcolo con cui Donald Trump ha definito le tariffe reciproche annunciate ieri è molto semplice, e ha ben poco a che vedere con la sbandierata logica della reciprocità. Prendere il deficit commerciale che gli Stati Uniti hanno nei confronti di un Paese, dividerlo per le esportazioni totali dello stesso Paese verso gli Usa, e poi dividerlo ancora per due, il famoso “sconto gentile”. Un grande bluff insomma, che prende di mira semplicemente il disavanzo americano nel commercio di beni, e non eventuali barriere, tariffarie e non, fronteggiate dai prodotti americani.
ROMA – La formula, che la Casa Bianca stessa ha condiviso nelle scorse ore, sembra cosa da economisti veri, con tanto di oscure variabili espresse in caratteri greci. Ma in realtà il calcolo con cui Donald Trump ha definito le tariffe reciproche annunciate ieri è molto semplice, e ha ben poco a che vedere con la sbandierata logica della reciprocità. Prendere il deficit commerciale che gli Stati Uniti hanno nei confronti di un Paese, dividerlo per le esportazioni totali dello stesso Paese verso gli Usa, e poi dividerlo ancora per due, il famoso “sconto gentile”. Un grande bluff insomma, che prende di mira semplicemente il disavanzo americano nel commercio di beni, e non eventuali barriere, tariffarie e non, fronteggiate dai prodotti americani.
I conti non tornano
E’ questa la versione di Trump, ripetuta anche ieri mentre esponeva il famoso tabellone. Una legge del taglione tariffaria, occhio per occhio. Numeri alla mano però i conti non tornano. E così oggi, mettendosi al lavoro “al contrario” sulle cifre, gli osservatori hanno scoperto il trucco. Il 20% che si è beccata l’Europa per esempio è il risultato del suo surplus verso gli Usa, 235,6 miliardi di dollari, fratto il totale delle sue esportazioni, cioè 605,8 miliardi, che fa 0.388 (39%), al netto dello sconto per due. Stessa cosa per la Cina: deficit, 291,9 miliardi, diviso esportazioni, 433,8 miliardi, uguale 0,6728, cioè 67%, che scontato diventa 34. Il conto torna anche per tutti gli altri 60 Paesi con cui gli Stati Uniti hanno i “peggiori” disavanzi, dal Vietnam alla Corea del Sud. Mentre per quelli con cui il rapporto commerciale è quasi in parità, o positivo, e quindi farebbe sballare il conto, si applica la tariffa “base” al 10%.
Risultati paradossali
Il calcolo è paradossale nel metodo e nei risultati. Nel metodo perché considera solo il commercio di beni e non quello di servizi. E perché, ripetiamolo, non ha nulla a che fare con le effettive barriere che il Paese partner pone nei confronti dei prodotti americani. Così un Paese che applica tariffe basse, ma per altre ragioni (per esempio la sua competitività) ha un grande avanzo commerciale con gli Stati Uniti, può essere punito più di uno che ha alte tariffe ma esporta poco negli Usa. Il 20% che l’Europa fronteggia è molto superiore alle tariffe che lei applica agli Stati Uniti. E non è colpa dell’Iva, visto che il Regno Unito, che pure la prevede, è tassato al 10%. Paradosso dei paradossi: su certi Paesi, come Turchia, Marocco e Argentina, con cui la bilancia commerciale è in parità o quasi le tariffe reciproche di Trump sono più basse di quelle che i relativi Paesi applicano sugli Stati Uniti.
Un bluff in piena regola, insomma. Il cui obiettivo non è punire pratiche scorrette (chi “ci frega”, per usare le parole di Trump), ma semplicemente chi ha il maggiore surplus con gli Stati Uniti. Obiettivo che però si potrebbe anche ritorcere contro Trump, visto che ad essere più colpiti sono i Paesi da cui gli Stati Uniti sono più dipendenti.