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Chi colpiscono davvero i dazi di Trump

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La formula alla base delle tariffe reciproche è un grande bluff, perché prende di mira il semplice surplus commerciale, e comporta un conto salato per i consumatori. Anche americani
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Reciproche di nome, non di fatto. Le tariffe annunciate ieri dal presidente Usa nel Giardino delle Rose sono piene di paradossi. Il primo è il metodo con cui sono state calcolate, che non rispecchia gli ostacoli fronteggiati dalle merci americane all’estero, ma solo il deficit commerciale con i vari Paesi. «Un calcolo senza senso», dice Fabrizio Pagani, partner dello studio Vitale e ex capo della segreteria del ministro delle Finanze. Ne deriva un secondo paradosso: molti, tra cui l’Europa, vengono puniti con dazi ben superiori a quelli che impongono ai prodotti americani. Altri si “salvano”, tassati meno di quanto facciano loro. Il terzo paradosso riguarda gli effetti: secondo Trump pagheranno gli altri Paesi, in realtà saranno penalizzati di più i consumatori americani, con inflazione e meno consumi. «L’ipotesi migliore è che quel calcolo assurdo apra la strada a un negoziato, la peggiore è che i dazi siano l’architrave ideologica di questa presidenza», dice Pagani.

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Reciproche di nome, non di fatto. Le tariffe annunciate ieri dal presidente Usa nel Giardino delle Rose sono piene di paradossi. Il primo è il metodo con cui sono state calcolate, che non rispecchia gli ostacoli fronteggiati dalle merci americane all’estero, ma solo il deficit commerciale con i vari Paesi. «Un calcolo senza senso», dice Fabrizio Pagani, partner dello studio Vitale e ex capo della segreteria del ministro delle Finanze. Ne deriva un secondo paradosso: molti, tra cui l’Europa, vengono puniti con dazi ben superiori a quelli che impongono ai prodotti americani. Altri si “salvano”, tassati meno di quanto facciano loro. Il terzo paradosso riguarda gli effetti: secondo Trump pagheranno gli altri Paesi, in realtà saranno penalizzati di più i consumatori americani, con inflazione e meno consumi. «L’ipotesi migliore è che quel calcolo assurdo apra la strada a un negoziato, la peggiore è che i dazi siano l’architrave ideologica di questa presidenza», dice Pagani.

Come ha quantificato le sue percentuali Trump?

La formula, che la stessa Casa Bianca ha condiviso nelle scorse ore, sembra cosa da economisti veri. Ma in realtà il calcolo con cui Donald Trump ha definito le tariffe reciproche annunciate l’altro ieri è molto semplice, e ha ben poco a che vedere con la sbandierata logica della reciprocità. Si prende il deficit commerciale che gli Stati Uniti hanno nei confronti di un Paese, lo si divide per le importazioni totali dello stesso Paese negli Usa, e poi si applica lo “sconto gentile” dividendo per due. Esempio: il 20% che si becca l’Europa è il risultato del suo surplus verso gli Usa, 236 miliardi di dollari, diviso il totale delle esportazioni, cioè 606 miliardi, che fa 0,388; un 39% poi scontato e arrotondato.

In che senso si possono definire “reciproche”?

In un senso molto ingannevole. Trump sostiene che le sue tariffe pareggino “occhio per occhio” le barriere alzate dagli altri Paesi contro le merci americane: dazi, altri limiti alle importazioni e anche tasse come l’Iva (sebbene si applichi a tutti i prodotti senza distinzione di bandiera). C’era curiosità per capire come tutto questo sarebbe stato conteggiato, in realtà la formula magica fa altro: non colpisce chi “penalizza” i prodotti americani (chi «ci frega», per dirla con Trump) ma chi, per esempio perché molto competitivo, ha un surplus più ampio con gli States. Punisce il commercio in sé, non quello sleale. Altro bluff: il calcolo tiene conto solo dei beni e non anche dei servizi, dove gli Usa hanno ampi avanzi con il resto del mondo.

Quali sono le economie più penalizzate al mondo?

I risultati hanno del paradossale. La tariffa del 20% applicata all’Europa, per esempio, è del tutto sproporzionata rispetto al dazio medio che l’Ue impone alle merci Usa: il 2,7%. Dipende dalle barriere non tariffarie? No, e poi anche gli Stati Uniti ne hanno. Dipende dall’Iva? No, altrimenti non si capirebbe perché il Regno Unito, che pure la applica, sia tassato solo al 10%. E ancora: il Vietnam paga molto più dell’India, nonostante il livello delle sue tariffe sia più basso, perché ha un surplus più ampio. Mentre chi compra dagli Usa più di quanto venda, o poco meno, si salva con la tariffa base del 10%, anche quando ne applica una più alta. È il caso di Turchia o Argentina.

Le imposte di Washington si applicano a tutti i settori?

I dazi reciproci sono “orizzontali”, cioè riguardano tutta la merce importata negli Stati Uniti. O meglio: quasi tutta. Alcuni settori come acciaio, alluminio o automotive erano già stati oggetto di specifici pacchetti tariffari, con aliquota al 25%, che restano validi. Altri comparti, invece, come per esempio la farmaceutica, sono esentati da queste tariffe reciproche ma – dice Trump – ma saranno oggetto di intervento futuro (si capirà se più mirato, vista la delicatezza del prodotto). La tariffa base del 10% scatterà per tutti da domani, quelle specifiche per Paese mercoledì. Della lista non fanno parte Canada e Messico: per loro resta il regime “speciale” precedente, che colpisce alcuni prodotti al 25% e ne salva altri.

Chi paga la tassa in dogana e a quanto ammonta?

Al contrario di quanto lascia intendere Trump, sono gli importatori a versare materialmente alla dogana l’importo di un dazio, calcolato applicando la percentuale stabilita sul valore del bene. Dalla prossima settimana, insomma, una azienda americana che compra un macchinario italiano del valore di 10.000 dollari ne pagherà 2.000 all’Erario statunitense. L’anno scorso il valore di tutte le importazioni negli Usa è stato di 3.300 miliardi, su cui le dogane ne hanno incassati circa 83: con le nuove tariffe la somma salirà in teoria a quota 960 miliardi. Quella sulle sole merci europee passerà invece da sette miliardi di euro a 81, secondo una stima fatta ieri dalla Commissione.

Perché si teme una nuova fiammata dell’inflazione?

Di fronte a quel costo extra alla dogana le aziende avranno di fronte una scelta. Provare ad assorbirlo, riducendo i propri profitti, o più probabilmente scaricarlo sui propri clienti, trasformandolo in dolorosa inflazione per i consumatori americani. Se Apple lo facesse per intero, per esempio, il prezzo di un iPhone (assemblato in Cina o India) potrebbe arrivare a 2.300 dollari. Questo succederà soprattutto con i beni che non hanno alternative made in Usa. Ma anche se parte della produzione dovesse spostarsi negli Stati Uniti – come auspica Trump – l’azienda dovrebbe sostenere costi più alti, contribuendo così ad alzare il livello dei prezzi.

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