MILANO – Dando fondo al suo animo mercantile, la Svizzera non intende replicare, con delle contromisure, ai dazi annunciati da Donald Trump nei confronti dei prodotti Made in Switzerland. Dazi che sono del 31%, quindi ben al di là di quel 20% che colpisce l’Unione Europea.
Perché la Svizzera ha dazi più alti dell’Unione
Il motivo di questa differenza va individuato nel fatto che gli Stati Uniti sono di gran lunga la nazione in cui le industrie della Confederazione elvetica esportano di più. Inoltre, elemento non indifferente, correndo la Svizzera da sola, visto che non fa parte dell’Unione Europea ma solo dell’Associazione Europea di Libero Scambio, si ritrova nelle condizioni della pecora che, essendosi allontanata dal gregge, diventa facile preda del lupo.
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MILANO – Dando fondo al suo animo mercantile, la Svizzera non intende replicare, con delle contromisure, ai dazi annunciati da Donald Trump nei confronti dei prodotti Made in Switzerland. Dazi che sono del 31%, quindi ben al di là di quel 20% che colpisce l’Unione Europea.
Perché la Svizzera ha dazi più alti dell’Unione
Il motivo di questa differenza va individuato nel fatto che gli Stati Uniti sono di gran lunga la nazione in cui le industrie della Confederazione elvetica esportano di più. Inoltre, elemento non indifferente, correndo la Svizzera da sola, visto che non fa parte dell’Unione Europea ma solo dell’Associazione Europea di Libero Scambio, si ritrova nelle condizioni della pecora che, essendosi allontanata dal gregge, diventa facile preda del lupo.
Trump spiega quel 31% di dazi sulle importazioni svizzere accusando Berna di imporre dazi del 61% sui prodotti Made in Usa. Chi ha cercato di capire come il tycoon sia arrivato a questa percentuale si è, tuttavia, arreso, ritenendola incomprensibile.
La Confederazione non intende replicare
Dal canto suo il Consiglio Federale, ovvero il governo di Berna, contrariamente a Bruxelles, non intende replicare con delle rappresaglie commerciali, nonostante le preoccupazioni di Economiesuisse, la Confindustria locale. “La Svizzera ha buone carte da giocare”, ha rassicurato la ministra delle Finanze, Karin Keller-Sutter. “Mostreremo il nostro valore aggiunto”, ha poi detto.
Da non dimenticare, inoltre, che in Svizzera il principale partito politico è l’Udc (Unione Democratica di Centro), antesignano dei sovranisti europei, il cui fondatore, il multimiliardario Christoph Blocher, ha designato come propria erede la figlia Magdalena, secondo la quale un personaggio come Trump andrebbe bene anche per la Svizzera. Il Governo elvetico, insomma, con il 30% di sovranisti in Parlamento, è costretto a camminare sulle uova nella sua politica economica verso gli Stati Uniti. Oltretutto non deve rendere conto a Bruxelles come quello italiano.
Così Parmelin tenterà di convincere Washington
La soluzione esente da ritorsioni, per ammorbidire la Casa Bianca, l’hanno rivelata sabato i quotidiani del gruppo editoriale Tamedia, guidati dall’autorevole Tages Anzeiger di Zurigo. Il ministro dell’Economia, Guy Parmelin, starebbe valutando un’offerta “esplosiva” di parecchi miliardi di dollari, da proporre all’amministrazione Trump. Un’offerta che prevede importanti incentivi alle industrie svizzere, perché investano negli Stati Uniti.
D’altronde, sia pure ancora sotto l’amministrazione Biden, Berna aveva privilegiato, per la propria aviazione militare, gli F35 della Lockeed Martin al posto dei caccia di produzione europea, facendo infuriare Macron, che si era visto sfumare un contratto per i Rafale di Dassault, ma accattivandosi Washington.
Un’ultima carta da giocare
Last but not least, dal 1978 la Svizzera rappresenta gli interessi americani in Iran e ora che Trump è tornato a premere sugli Ayatollah, anche se nega di voler negoziare tramite intermediari, l’esperienza di Berna con il regime di Teheran può tornargli utile. La cautela elvetica nel replicare ai dazi è, quindi, comprensibile. Certo, se le cose dovessero precipitare, per l’insipienza di Trump, come ha sostenuto Francis Fukuyama su Repubblica, la Svizzera potrebbe sempre abbandonare il proprio plurisecolare isolazionismo e ripararsi all’ombra dell’Ue.