Quando Donald Trump si è presentato con una enorme lavagna colorata davanti alle telecamere nel giardino della Casa Bianca, le cancellerie del mondo hanno trattenuto il fiato e aguzzato la vista per individuare il nome del proprio Paese. A ogni riga corrispondevano due percentuali, quella individuata da Washington sulle presunte barriere commerciali imposte alle merci Usa, e la nuova tariffa “reciproca” che sarebbe stata imposta. La soglia minima è stata fissata al 10%, e riguarda Paesi come Regno Unito, Argentina, Turchia, Brasile. Poi a salire tutti gli altri.
Il numero che interessa l’Italia è sotto la voce “Unione europea”, ed è del 20%. Riguarderà gran parte di quei 65 miliardi di euro che “vendiamo” Oltreoceano, con un impa…
Quando Donald Trump si è presentato con una enorme lavagna colorata davanti alle telecamere nel giardino della Casa Bianca, le cancellerie del mondo hanno trattenuto il fiato e aguzzato la vista per individuare il nome del proprio Paese. A ogni riga corrispondevano due percentuali, quella individuata da Washington sulle presunte barriere commerciali imposte alle merci Usa, e la nuova tariffa “reciproca” che sarebbe stata imposta. La soglia minima è stata fissata al 10%, e riguarda Paesi come Regno Unito, Argentina, Turchia, Brasile. Poi a salire tutti gli altri.
Il numero che interessa l’Italia è sotto la voce “Unione europea”, ed è del 20%. Riguarderà gran parte di quei 65 miliardi di euro che “vendiamo” Oltreoceano, con un impatto alle dogane – secondo uno studio Teha Group Ambrosetti – di 14 miliardi di euro, Una notizia che ha pesato come un macigno la settimana scorsa sulle Borse, che hanno bruciato 2.500 miliardi di dollari prima ancora del crollo di venerdì. Il 20% verrà imposto su tutte le merci, a parte quelle già appesantite da altre misure recentemente prese su acciaio, alluminio, auto e componenti di ricambio. E poi ci sono altri settori, come quello farmaceutico, che vale 11 miliardi di export italiano negli Stati Uniti e che - ammette Farmindustria - ancora non sa se sono destinatari della nuova tariffa. Agli effetti diretti si aggiungeranno quelli indiretti: i prodotti italiani diventeranno più cari sugli scaffali americani, e verrà amplificato l’Italian sounding a beneficio dei concorrenti sleali. Tra dubbi e incognite, e una confusione forse voluta dalle parti dello Studio Ovale, le aziende iniziano a fare i conti con le nuove misure protezionistiche.
Pharma e mezzi di trasporto: i settori italiani più esposti agli Stati Uniti
Agroalimentare
Gli Stati Uniti sono il secondo Paese di destinazione per l’agroalimentare italiano. Nel 2024 sono stati esportati Oltreoceano prodotti per un valore di 7,8 miliardi di euro, tra cibo e bevande. A guidare la classifica dei più venduti c’è il vino, con un valore di 1,94 miliardi, davanti all’olio con 940 milioni, alla pasta con 670 milioni, poi formaggi (490 milioni), dolci (460), passate e confetture (450). I dazi, come da elaborazione Coldiretti su dati Istat, causeranno una contrazione degli affari di 3 miliardi. Le perdite, dicono le stime, dipendono sia dalla riduzione delle vendite sia dalla mancata crescita.
Le regioni più penalizzate saranno Toscana (-500 milioni), Lombardia (-450), Emilia-Romagna (-420), Veneto e Campania (rispettivamente -330 e -300 milioni). Male anche Piemonte (-160 milioni), Lazio (-140 milioni), Trentino (-80), Puglia e Friuli-Venezia Giulia (entrambe a -70 milioni). L’impatto maggiore è sui formaggi italiani per circa 300 milioni, di circa 390 milioni sul vino, che rischia di perdere importanti quote di mercato a vantaggio dei concorrenti argentini e cileni. Duecento milioni per l’olio.
Auto e moto
Dalla mezzanotte del 3 aprile sono entrati in vigore i dazi specifici sulle auto importate dall’estero negli Stati Uniti. Si tratta di una barriera tariffaria ad hoc del 25%, che in questa prima fase riguarda solo il prodotto finito. Dal 3 maggio dovrebbero poi diventare efficaci quelli sui motori e la componentistica. Dei circa 65 miliardi di euro di export negli Usa, il 12,3% del valore è costituito da mezzi di trasporto. L’Italia non è tra i maggiori esportatori del settore, ma il mercato a stelle e strisce nel 2024 è valso 3,4 miliardi euro, e quello della componentistica 1,3 miliardi. Quest’ultimo soprattutto soffrirà anche un effetto indiretto, considerando che a subire il contraccolpo saranno anche aziende e case automobilistiche che acquistano da noi quelle componenti per poi venderle negli Usa.
Tra le prime reazioni, Ferrari ha annunciato un aumento dei prezzi delle vetture del 10% e Stellantis la sospensione delle attività negli stabilimenti di Canada e Messico. Preoccupati anche i rappresentanti di Ancma, i costruttori delle due ruote, che temono di essere stritolati dalla guerra commerciale. Su moto e veicoli, l’Italia ha un surplus con gli Stati Uniti che rischia di esporre le nostre aziende, capaci di generare un fatturato di 10 miliardi e impiegare 36 mila lavoratori.
Meccanica
Tra le 3.300 aziende individuate dall’Istat come più vulnerabili agli effetti della guerra commerciale scatenata da Trump, ci sono anche quelle della meccanica. Macchinari e apparecchi industriali insieme nel 2024 hanno raggiunto un volume di 12,5 miliardi, più dei veicoli che, tra trasporto su strada e no, si fermano a 7 miliardi. Il settore assorbe circa il 20% dell’export italiano verso gli Stati Uniti. Il Centro studi di Unimpresa ha elaborato una simulazione dell’impatto delle nuove tariffe sui produttori di macchine utensili, ossia i migliori robot al mondo per packaging, confezioni tessili e calzoleria, per lavorare la plastica, la ceramica, la gomma o il legno.
Secondo il documento, i dazi potrebbero ridurre le vendite fino al 16% già nel 2025, per una perdita di valore di 2 miliardi di euro. Nel giro di 3 anni, entro il 2028, la perdita potenziale potrebbe salire fino a 5,8 miliardi di euro. Le circa 4.500 aziende del settore, che impiegano 180 mila persone, vedranno anche un aumento dei costi per l’importazione di componenti dagli Usa, se i negoziati dell’Ue non portassero alcun risultato.
Moda e abbigliamento
Secondo il Centro studi Confindustria, il mercato di destinazione statunitense per il manifatturiero italiano pesa fino al 7% della produzione totale. Una fetta consistente del made in Italy esportato, fino all’8,6%, è costituito da prodotti tessili, di abbigliamento, pelli e accessori. Pur con una contrazione del mercato globale delle vendite nel 2024, secondo Cassa depositi e prestiti la moda genera il 5% del Pil italiano, circa 75 miliardi di euro, dando lavoro a 1,2 milioni di lavoratori. Un campanello d’allarme per la moda italiana. Gli Stati Uniti sono il terzo cliente, in valore, dopo Francia e Germania.
I dazi potrebbero avere un effetto diretto sulle vendite Oltreoceano, e incidere negativamente sui consumi. Dalla sua però il settore del lusso ha una certa elasticità e impermeabilizzazione a queste scosse. Sia perché il consumatore tipo del prodotto ha generalmente più disponibilità, sia perché l’aumento del costo delle materie prime e della filiera viene assorbito almeno in parte prima di formare il prezzo finale. D’altra parte, per Confindustria, vi sarà una contrazione delle esportazioni pari almeno al 2,6%.