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Il Nobel Engle: “Negli Usa la recessione è inevitabile. Il contagio toccherà tutto il mondo”

Robert Engle

 

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L’economista americano: “I mercati hanno capito che aumenterà l’inflazione e Powell sarà costretto a rialzare i tassi”
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ROMA – Non è cambiato niente: malgrado il parziale armistizio di mercoledì, la guerra commerciale scatenata da Trump continua a infuriare. Il risultato non potrà che essere una recessione, che comincerà in America e si estenderà con penalizzazioni variabili al resto del mondo». È sfiduciato, Robert Engle. L’economista della New York University - dove ha fondato il “Volatility Institute” con filiazioni a Shanghai e prossimamente ad Abu Dhabi - ha vinto il premio Nobel nel 2003 per i suoi metodi di analisi delle serie storiche dei mercati e le sue analisi della volatilità.

«Troppi fattori concomitanti si stanno addensando sui mercati, tutti provocati dalle scelte sconsiderate di un uomo solo. La situazione è terribile: si è innescato un circuito…

ROMA – Non è cambiato niente: malgrado il parziale armistizio di mercoledì, la guerra commerciale scatenata da Trump continua a infuriare. Il risultato non potrà che essere una recessione, che comincerà in America e si estenderà con penalizzazioni variabili al resto del mondo». È sfiduciato, Robert Engle. L’economista della New York University - dove ha fondato il “Volatility Institute” con filiazioni a Shanghai e prossimamente ad Abu Dhabi - ha vinto il premio Nobel nel 2003 per i suoi metodi di analisi delle serie storiche dei mercati e le sue analisi della volatilità.

«Troppi fattori concomitanti si stanno addensando sui mercati, tutti provocati dalle scelte sconsiderate di un uomo solo. La situazione è terribile: si è innescato un circuito vizioso che riguarda l’intera economia».

Quali sono gli elementi di crisi in ordine di gravità?
«I mercati hanno percepito che i dazi portano inflazione. La Fed, che già prevede il 4% quest’anno, non potrà fare altro che rialzare i tassi ufficiali interrompendo il già lento e problematico percorso al ribasso. Ciò comporterà una spinta al rialzo dell’intera architettura degli interessi, come prova la salita dei tassi sui Treasury bonds con la speculare caduta delle quotazioni. Così sale il costo del già immane debito degli Stati Uniti, che ha appena superato il 100% del Pil ovvero 29mila miliardi. È sempre più forte la disaffezione degli investitori per i titoli del Tesoro: la crisi di fiducia negli Stati Uniti dovuta alle illogiche e imprevedibili decisioni dell’amministrazione, accelera la fuga da questo che era un bene rifugio per eccellenza».

Una tempesta perfetta. Concatenata con la crisi del dollaro, che ha toccato i minimi da tre anni verso l’euro e le altre principali valute. Trump che ne pensa?
«Ecco l’ennesimo argomento di incertezza: da un lato è soddisfatto perché così facilita le esportazioni e la riduzione del disavanzo commerciale da cui è ossessionato, ma questo cozza contro l’altra sua ossessione per la forza dell’America e della valuta. Di tutti questi fattori di crisi non è facile identificare il più grave. Di sicuro il gruppo al comando a Washington non è in grado di gestire l’economia americana e quindi mondiale».

Il dollaro perderà il ruolo di valuta-guida?
«Grazie a Trump è probabile. La Cina sta lavorando con pari aggressività a questo scopo, magari utilizzando la moneta digitale. Trump non si rende conto dei rischi che fa correre al Paese. Si affida improvvidamente a Musk per i tagli al bilancio, ma il debito continua a correre ed è sempre più difficile finanziarlo. Il Congressional Budget Office lo proietta al 156% nel 2055, ma dice che se Trump darà corso ai tagli alle tasse promessi bisognerà aggiungere 47 punti percentuali».

Quali possibilità ci sono perché l’amministrazione cambi rotta?
«La speranza è che si ingrossi la schiera, per ora esigua ma non inesistente, dei repubblicani moderati al Congresso, per reindirizzare la politica economica. Il guaio è che molte conseguenze sono già irrimediabili».

La recessione?
«Peggio ancora, stagflazione, con una forte componente inflattiva. E non vedo come l’Europa possa evitare il contagio. Sempre che scaduti i 90 giorni non riprenda il rimpallo delle ritorsioni come con la Cina: in tal caso le conseguenze saranno peggiori».

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