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Dopo la tregua americana sui chip, Xi Jinping cerca alleati in Asia

Il presidente cinese Xi Jinping e l'ex presdente americano Biden nel loro incontro del 2023 in California

 (reuters)

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Pechino chiede senza successo agli Usa di abolire le barriere e tornare al dialogo. Il tour diplomatico del presidente parte dal Vietnam, poi Cambogia e Malesia
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ROMA – La Cina prova a interpretare l’ultima marcia indietro di Trump sui dazi come un vero ripensamento. E ad indicargli una strada per invertire l’escalation commerciale. Le esenzioni su smartphone, computer, chip e altri prodotti elettronici annunciate sabato da Washington sono «un piccolo passo per correggere le sue errate pratiche multilaterali», ha commentato ieri il ministro del Commercio di Pechino. Aggiungendo però che serve «un grande passo», cioè «abolire del tutto le tariffe reciproche e tornare al giusto metodo di risolvere le differenze attraverso rispetto reciproco e dialogo tra uguali». Molta dell’elettronica esclusa sabato dalle tariffe è prodotta in Cina, da aziende locali ma anche americane come Apple: con tariffe al 145% il colpo sarebbe stato enorme. Secondo alcune stime le esenzioni salvano circa un quarto delle esportazioni cinesi negli Stati Uniti, per un valore di oltre 100 miliardi di dollari.

ROMA – La Cina prova a interpretare l’ultima marcia indietro di Trump sui dazi come un vero ripensamento. E ad indicargli una strada per invertire l’escalation commerciale. Le esenzioni su smartphone, computer, chip e altri prodotti elettronici annunciate sabato da Washington sono «un piccolo passo per correggere le sue errate pratiche multilaterali», ha commentato ieri il ministro del Commercio di Pechino. Aggiungendo però che serve «un grande passo», cioè «abolire del tutto le tariffe reciproche e tornare al giusto metodo di risolvere le differenze attraverso rispetto reciproco e dialogo tra uguali». Molta dell’elettronica esclusa sabato dalle tariffe è prodotta in Cina, da aziende locali ma anche americane come Apple: con tariffe al 145% il colpo sarebbe stato enorme. Secondo alcune stime le esenzioni salvano circa un quarto delle esportazioni cinesi negli Stati Uniti, per un valore di oltre 100 miliardi di dollari.

La risposta cinese è significativa, sia nella forma che nella sostanza. Nella forma perché il ministero del Commercio ha colto la palla al balzo, uscendo dai tradizionali canali di comunicazione di regime e pubblicando una serie di “domande e risposte” sul proprio sito. E nella sostanza perché, pur ribadendo la resistenza a oltranza, configura un picco passetto verso la Casa Bianca: per premere il pulsante reset Pechino chiede a Trump di eliminare solo le tariffe reciproche, a cui ha replicato dazio su dazio, e non il precedente 20% applicato come punizione per la mancata collaborazione nell’arginare il traffico di oppioidi.

La replica cinese si basa in ogni caso su un presupposto molto ballerino: cioè che lo stop di Trump segnali davvero un cambio di strategia rispetto al divorzio economico dalla Cina. La versione ufficiale della Casa Bianca infatti è che l’esenzione sui beni elettronici sia solo temporanea, in attesa di mettere a punto uno specifico pacchetto settoriale, simile a quelli che hanno colpito l’auto o l’acciaio. Ieri lo ha ribadito il segretario al Commercio Lutnick, spiegando che il pacchetto potrebbe arrivare «entro un mese o due», e che è ferma volontà dell’amministrazione riportare negli Stati Uniti le produzioni tecnologiche scappate negli anni verso l’Asia. Anche se è improbabile che i dazi su smartphone e chip alla fine siano al livello monstre di quelli reciproci.

In ogni caso, memore del primo assalto commerciale di Trump, Pechino è convinta che i tempi per aprire un eventuale negoziato, e a maggior ragione per chiuderlo, saranno lunghi. Ritiene di avere gli strumenti interni, sia economici che politici, per gestire meglio dell’avversario gli effetti negativi dell’escalation. E la mini apertura di ieri conferma uno dei pilastri della sua strategia di resistenza, cioè mostrarsi ferma ma anche moderata e responsabile: immagine da giocare all’interno, per presentarsi come aggredita, e all’esterno come difensore della globalizzazione e del multilateralismo presi a picconate dal bullo americano.

Quanto sia importante questo fronte internazionale è evidente dall’agenda del gran capo Xi Jinping e di tutta la leadership, impegnati in una vera e propria offensiva diplomatica. La scorsa settimana il presidente cinese ha teso un ramoscello d’ulivo al premier spagnolo Sanchez, perché tutta Europa intenda. Mentre ai vicini asiatici lo recapiterà a domicilio, con una visita di Stato, la prima dell’anno, che inizierà oggi e farà tappa in Vietnam, Cambogia e Malesia. Obiettivo ottimistico e di lungo periodo: consolidare la sfera di influenza cinese in Asia. Obiettivo minimo e urgente: assicurarsi di non essere isolata e circondata da Trump, cosa che renderebbe la resistenza assai più ardua.

Il Sudest asiatico è una geografia chiave per Pechino. Il “giardino di casa” con cui negli ultimi anni, proprio in chiave di autonomia “regionale”, la Cina ha stretto sempre di più i rapporti economici. Dal 2018, anno della prima offensiva commerciale di Trump, la quota di esportazioni verso gli Usa è progressivamente scesa, mentre saliva quella verso l’area Asean, ora la più alta in assoluto. Molte aziende cinesi hanno stabilito in quei Paesi basi produttive, anche per aggirare eventuali dazi Usa, investendo e creando posti di lavoro.

Il viaggio di Xi è stato preceduto da una sessione di Partito sulla “diplomazia di vicinato”. E non a caso il leader farà tappa in due Paesi come Vietnam e Cambogia che sarebbero colpiti in maniera durissime dalle tariffe reciproche di Trump, rispettivamente al 46 e al 49%. Ma se l’idea era arruolarli in un fronte antitrumpiano la pausa di tre mesi concessa dalla Casa Bianca a tutto il mondo, Pechino esclusa, cambia lo scenario. Nessuno ha applicato ritorsioni, molti si sono precipitati a chiamare per prenotare un negoziato. E il timore è che a quel tavolo negoziale sia Washington ad arruolarli nel contenimento della Repubblica Popolare, chiedendo di limitare investimenti e triangolazioni di merci cinesi.

Del resto il rapporto dei Paesi asiatici con l’ingombrante vicino non è facile. La sua crescente potenza fa paura, anche quando mostra la faccia gentile. E spaventa l’eccesso di capacità produttiva contestato anche da Stati Uniti ed Europa, che respinto alla dogana americana potrebbe inondare di esportazioni il resto del mondo, sviluppato e in via di sviluppo.

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