Meta, via al processo antitrust negli Usa. Zuckerberg rischia di dovere vendere Instagram
di Filippo SantelliL'amministratore delegato di Meta Mark Zuckerberg
(reuters)ROMA – L’impero dei social network che oggi va sotto il nome di Meta, e il suo imperatore Mark Zuckerberg, vanno alla sbarra. Inizia oggi a Washington il grande processo antitrust tra il governo americano, per la precisione la Federal trade commission (Ftc), e il colosso del web. Una contesa dalle implicazioni profonde, in cui la corte dovrà stabilire se – come sostiene la Ftc dopo un’investigazione durata sei anni - l’allora Facebook abbia violato le leggi sulla concorrenza acquistando prima Instagram (2012, per un miliardo di dollari) e poi Whatsapp (2014, 19 miliardi), e se eventualmente la trinità delle reti sociali vada sciolta. Quello contro Meta è il terzo dei grandi casi antitrust intentati da vari organi del governo americano contro Big Tech ad arrivare a processo, dopo i due contro Google e prima di quelli contro Apple a Amazon. E la sua evoluzione darà indicazioni sull’attitudine di Donald Trump e della sua amministrazione nei confronti dei colossi del digitale.
ROMA – L’impero dei social network che oggi va sotto il nome di Meta, e il suo imperatore Mark Zuckerberg, vanno alla sbarra. Inizia oggi a Washington il grande processo antitrust tra il governo americano, per la precisione la Federal trade commission (Ftc), e il colosso del web. Una contesa dalle implicazioni profonde, in cui la corte dovrà stabilire se – come sostiene la Ftc dopo un’investigazione durata sei anni - l’allora Facebook abbia violato le leggi sulla concorrenza acquistando prima Instagram (2012, per un miliardo di dollari) e poi Whatsapp (2014, 19 miliardi), e se eventualmente la trinità delle reti sociali vada sciolta. Quello contro Meta è il terzo dei grandi casi antitrust intentati da vari organi del governo americano contro Big Tech ad arrivare a processo, dopo i due contro Google e prima di quelli contro Apple a Amazon. E la sua evoluzione darà indicazioni sull’attitudine di Donald Trump e della sua amministrazione nei confronti dei colossi del digitale.
Le mail di Zuckerberg
Al centro del processo, che potrebbe durare tra le sei e le sette settimane, ci sarà lui, Mark Zuckerberg, atteso a una testimonianza fiume di sette ore. Risponderà della varie mail interne finite nel fascicolo dell’accusa in cui esponeva ai collaboratori la volontà di “usare le acquisizioni per costruire attorno alla società un fossato competitivo”, spiegava che “comprare è meglio che competere” e che Instagram era la vera minaccia, nella fase in cui gli utenti si stavano spostando dai pc agli smartphone. Per la Ftc tutto questo prova una strategia definita “comprare o bruciare”, che ha puntato ad acquisire i concorrenti in rampa di lancio (Instagram aveva 30 milioni di utenti, Whatsapp 450 milioni) o metterli fuori mercato, cosa che alla lunga avrebbe limitato la competizione e danneggiato i consumatori. Meta replica che la sua crescita è semplicemente frutto di innovazione e legittima aggressività. All’epoca, del resto, le acquisizioni furono vagliate e approvate: tornare indietro dopo oltre dieci anni – avverte – renderebbe ogni acquisizione negli Stati Uniti “non definitiva”.
La rete sociale
Che per molti anni l’Antitrust abbia sonnacchiato, lasciando che nel mondo digitale si creassero dei colossi tentacolari, è evidente a tutti. Così come il progressivo peggioramento dell’esperienza degli utenti sui social, vedere il numero crescente di pubblicità propinate a chi scrolla. Tutto questo però in un processo antitrust va dimostrato, o respinto, a rigore di legge, ed è su questo campo che si sfideranno i super team legali schierati dal governo e dalla società. Secondo molti l’accusa ha una strada in salita. Prima di tutto deve dimostrare che Meta esercita un monopolio, provando a definire il relativo mercato dei social. Che dalla sua, la società proverà ad allargare a dismisura, citando le varie TikTok, YouTube o LinkedIn per mostrare un’abbondanza di concorrenti. In seconda battuta andrà dimostrato che le acquisizioni si sono davvero tradotte in un danno per la concorrenti e per i consumatori, per nulla facile visto che il mondo in cui Facebook, Instagram e WhatsApp sono entità separate e rivali non esiste più.
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Nelle sue dichiarazioni iniziali l'avvocato della FTC Daniel Matheson ha affermato che Meta ha sfruttato la sua posizione per generare enormi profitti, anche se la soddisfazione dei consumatori è diminuita, e acquistando le due startup ha “eretto un fossato” per proteggere i propri interessi. "Questo caso è una raccolta eterogenea di teorie della Ftc in conflitto con i fatti e in contrasto con la legge," ha replicato Mark Hansen, avvocato principale di Meta. “La Ftc vuole farvi credere che questo caso riguardi esclusivamente la condivisione tra amici e familiari, ma i fatti sono diversi”.
Da che parte sta Trump?
Oltre che nella corte però, la battaglia si gioca anche fuori, come mostra il recente – fallito - tentativo di Zuckerberg di bloccare il processo con una visita alla residenza di Trump a Mar-a-Lago. Serve un po’ di storia, perché questo e gli altri casi contro Big Tech furono avviati proprio da Trump durante la sua prima amministrazione, quando riteneva che i colossi digitali fossero alleati dei democratici. Biden però non li ha fermati, anzi li ha accelerati, affidando il dossier alla paladina della concorrenza Lina Khan, fautrice della disgregazione di Big Tech. Dopo il ritorno di Trump, come molti dei suoi fratelli tech, Zuckerberg ha messo in scena un imbarazzante riallineamento politico Maga, attaccando la “censura” europea e indebolendo la moderazione dei contenuti. Tutto questo aveva alimentato le speculazioni su un possibile accordo extra giudiziale che avrebbe evitato a lui e Meta il processo. Finora però non è arrivato e la posizione di Trump non è chiara. Al Congresso l’ostilità verso Big Tech è bipartisan mentre Andrew Ferguson, nominato dal presidente a capo della Ftc, ha detto che non intende “alzare il piede dall’acceleratore”. Può essere che il presidente voglia usare i processi per tenere Big Tech al guinzaglio, e che un grande accordo le salvi in un secondo tempo (come fece Bush con Microsoft all’inizio degli anni Zero, nell’ultimo grande processo antitrust americano).
Big Tech e l’Europa alla finestra
Fatto sta che Facebook va alla sbarra e il dibattito sarà seguito con attenzione da tutti gli altri campioni tecnologici sotto accusa o sotto indagine. Di processi in corso Google ne ha addirittura due: nel primo è stata giudicata colpevole di monopolio illegittimo nei servizi di ricerca e la prossima settimana inizierà il mini dibattimento sui “rimedi”, tra cui il più estremo (come nel caso di Meta) potrebbe essere uno spezzatino, con l’obbligo ad esempio di vendere Instagram o WhatsApp nel secondo, sul presunto monopolio nella pubblicità, si attende a breve la sentenza. Mentre i casi contro Apple e il suo ecosistema chiuso e quello contro il dominio di Amazon nel commercio online dovrebbero arrivare in aula il prossimo anno. Ma sulla corte di Washington sarà sintonizzata anche l’Europa, lei che negli ultimi anni ha ingaggiato con i colossi digitali americani un’aspra battaglia di regole e ora li indica come possibile oggetto della ritorsione contro i dazi di Trump.