Mr Nvidia promette nuovi chip a Pechino, ma l’embargo di Trump questa volta fa male
di Filippo SantelliJensen Huang, fondatore e amministratore delegato di Nvida
ROMA – Quel che resta della globalizzazione è un volo aereo sopra l’Oceano Pacifico. A bordo Jensen Huang, fondatore e capo di Nvidia, l’azienda che realizza i super chip decisivi nella corsa all’Intelligenza artificiale. Poche ore dopo lo stop della Casa Bianca alla vendita dei suoi gioielli in Cina, Huang decolla dagli Stati Uniti verso Pechino. Sono i due Paesi rivali in mezzo a cui finora ha tenuto Nvidia in equilibrio, rendendola la società più ricca al mondo, 3.500 miliardi di dollari. Ma ora stanno divorziando e ogni equilibrismo pare impossibile. Atterrato in Cina – per una volta in abito, senza giacca in pelle da rockstar – Huang prova a salvare il salvabile, incontra il vicepremier He Lifeng e poi i clienti, i big dell’IA come Alibaba, Tencent, DeepSeek. Dice che Nvidia «spera» - già, spera - «di continuare a cooperare» e che la Cina «è un mercato molto importante».
ROMA – Quel che resta della globalizzazione è un volo aereo sopra l’Oceano Pacifico. A bordo Jensen Huang, fondatore e capo di Nvidia, l’azienda che realizza i super chip decisivi nella corsa all’Intelligenza artificiale. Poche ore dopo lo stop della Casa Bianca alla vendita dei suoi gioielli in Cina, Huang decolla dagli Stati Uniti verso Pechino. Sono i due Paesi rivali in mezzo a cui finora ha tenuto Nvidia in equilibrio, rendendola la società più ricca al mondo, 3.500 miliardi di dollari. Ma ora stanno divorziando e ogni equilibrismo pare impossibile. Atterrato in Cina – per una volta in abito, senza giacca in pelle da rockstar – Huang prova a salvare il salvabile, incontra il vicepremier He Lifeng e poi i clienti, i big dell’IA come Alibaba, Tencent, DeepSeek. Dice che Nvidia «spera» - già, spera - «di continuare a cooperare» e che la Cina «è un mercato molto importante».
La stretta di Trump
Più o meno vale il 10% delle vendite di Nvidia. Ma la stretta di Trump è un colpo che va oltre i 5,5 miliardi di dollari di danno già a bilancio, il 10% perso in Borsa in due sedute o i mille miliardi di capitalizzazione bruciati da inizio anno. È un colpo all’idea che un’industria strategica come i microchip, la prima a globalizzarsi, possa in qualche modo restare neutrale mentre la sfida tra le superpotenze frattura tutto. Finora Nvidia ce l’aveva fatta, dribblando con le capacità ingegneristiche i blocchi politici. Quando Biden due anni fa ha introdotto le prime restrizioni all’export dei suoi H100, il top di gamma, ha creato il meno potente H800 per il mercato cinese. E quando anche questa è stata bloccata, ecco il fratellino H20, comunque superiore alla concorrenza. La speranza di Huang era che Trump, per distrazione o convinzione, fermasse l’escalation. Ce l’ha messa tutta: ha speso un milione di dollari per una cena a Mar-a-Lago, gli ha promesso 500 miliardi di investimenti per produrre i processori negli Stati Uniti, anziché nella natia Taiwan. E invece la stretta sugli H20 è arrivata, senza neppure una chiamata di preavviso.
Fermare la rimonta cinese
Qualcuno a Washington deve essere riuscito a spiegare a Trump lo scenario: l’embargo tech di Biden non è sufficiente, la Cina sta recuperando, forse è addirittura avanti. Il fenomeno DeepSeek, IA capace di rivaleggiare con quelle americane, grazie a tanta abilità ma anche una quantità di chip Nvidia che non doveva avere, ha fatto suonare l’allarme. Gli H20 non sono così performanti per addestrare un’IA, ma per la successiva inferenza, sempre più centrale, vanno benone. Per quest’anno i big cinesi del settore ne avevano ordinati un milione e mezzo di pezzi, 16 miliardi di dollari, abbastanza per svariati supercomputer. Per dare una chance alla strategia di contenimento del Dragone - negargli la potenza di calcolo che ancora non è in grado di prodursi in casa - bisognava chiudere la falla. Subito.
Un nuovo chip per la Cina
Pare che ai cinesi Huang abbia promesso di rimediare con un nuovo chip, abbassando ancora le prestazioni sotto il livello vietato. Ma Washington lo permetterà? «Jensen è un amico, il suo viaggio in Cina non mi preoccupa», ha detto ieri Trump. Huang potrebbe spiegargli che negare del tutto i processori americani darebbe ancora più spinta agli sforzi di autarchia dei concorrenti cinesi: Huawei è uno, massimo due anni indietro, e in rimonta. Non solo: se la Cina rispondesse negando le sue terre rare, l’intera filiera del silicio potrebbe bloccarsi.
Minimizzare i danni
Non sono argomenti privi di rilevanza. Ma Trump ha deciso di raddoppiare sulla linea dell’embargo. Certo, c’è sempre la possibilità che rimetta tutto sul tavolo di un grande “deal” con Xi Jinping, mescolando le cose più strategiche come i chip alle più futili. Ma le sue ultime parole – «o con noi o con la Cina» - e per una volta anche le sue azioni mandano un segnale diverso, di divorzio. Le stime dell’Fmi, che preannuncia una sostanziale revisione al ribasso della crescita globale, ma senza recessione, potrebbero confortarlo.
Se dunque Nvidia è «la più grande posta negoziale tra Stati Uniti e Cina» (Wall Street Journal), il primo obiettivo è non restare schiacciati in mezzo. Evitare ritorsioni a Pechino, che contro la società ha già aperto una delle sue indagini antitrust a orologeria. E disinnescare a Washington un’ulteriore e ancora più potente stretta, approvata da Biden poche ore prima di lasciare e ora in attesa del parere di Trump. È la regola sulla “diffusione dell’IA”, che limiterebbe la vendita di chip non solo ai Paesi rivali ma anche a tutti quelli neutrali, per evitare che da lì finiscano in Cina. L’America First lascia comunque un’epoca doro davanti a Nvidia, visti gli ordini miliardari dei colossi dell’IA a stelle e strisce. Ma un po’ meno splendente, se dovesse vietarle tutto il resto del mondo.