I boicottaggi della Cina, giù le vendite di iPhone e stop all’acquisto di gas americano
di Filippo SantelliROMA – Mao l’aveva battezzata “guerra prolungata del popolo”. Era la strategia rivoluzionaria per sconfiggere un avversario più potente: mobilitare la popolazione in azioni di guerriglia non convenzionale coordinate dal Partito. Quasi un secolo dopo, nella guerra commerciale con gli Stati Uniti, la esegue il “nuovo Mao” Xi Jinping, mobilitando le aziende, di Stato e private, per colpire il rivale americano con un arsenale assai più vario dei semplici controdazi, e affinato negli anni proprio in previsione di quello che sta accadendo.
Divieti d’acquisto
Primo esempio: il divieto alle compagnie nazionali di comprare aerei Boeing. Secondo: il blocco alle esportazioni di terre rare. Terzo: lo stop alle importazioni di gas liquefatto american…
ROMA – Mao l’aveva battezzata “guerra prolungata del popolo”. Era la strategia rivoluzionaria per sconfiggere un avversario più potente: mobilitare la popolazione in azioni di guerriglia non convenzionale coordinate dal Partito. Quasi un secolo dopo, nella guerra commerciale con gli Stati Uniti, la esegue il “nuovo Mao” Xi Jinping, mobilitando le aziende, di Stato e private, per colpire il rivale americano con un arsenale assai più vario dei semplici controdazi, e affinato negli anni proprio in previsione di quello che sta accadendo.
Divieti d’acquisto
Primo esempio: il divieto alle compagnie nazionali di comprare aerei Boeing. Secondo: il blocco alle esportazioni di terre rare. Terzo: lo stop alle importazioni di gas liquefatto americano. Qui i dazi ci sono. Da febbraio, rispondendo alla prima ondata di tariffe Usa, Pechino ha imposto una controtassa del 15% sul Gnl, poi cresciuta al 45% all’indomani delle tariffe “reciproche”. Ma il messaggio politico è arrivato già prima che entrassero in vigore, se come scrive il Financial Times da dieci settimane le società cinesi non ne importano dagli Stati Uniti neppure una goccia. Si sa quanto gli idrocarburi americani siano nel cuore del trivellatore Trump, che chiede a tutto il mondo – Europa inclusa – di comprarli. Colpirlo lì, come peraltro aveva già fatto nel 2018, per la Cina è una risposta relativamente indolore. Il boicottaggio occidentale contro Putin le garantisce uno sconfinato flusso di metano russo a basso costo. Resta il fatto che gli importatori hanno eseguito all’istante, nonostante i contratti di lungo periodo che avevano siglato con gli Stati Uniti, alcuni fino al 2049. Una reattività che contrasta con proteste e resistenze delle imprese americane ai dazi di Trump, giusti o sbagliati che siano.
Huawei batte Apple
Oltre alle aziende poi, la Cina può all’occorrenza mobilitare il suo miliardo e 400 milioni di cittadini-consumatori, come in passato ha spesso fatto in occasione di dispute politiche, economiche o di immagine con Paesi vicini e lontani, soffiando sul fuoco dell’orgoglio nazionale. Un segnale da questo punto di vista è il deciso calo delle vendite registrato da Apple tra gennaio e marzo, scese del 9% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno facendola scivolare al quinto posto tra i marchi più venduti in Cina, dietro alle locali Xiaomi, Huawei, Oppo e Vivo, tutte in crescita nel comparto degli smartphone.
Le difficoltà della Mela, già iniziate lo scorso anno, hanno diverse ragioni. Alcune di prodotto, come il suo ritardo nell’Intelligenza artificiale. Altre contingenti, come i bonus all’acquisto introdotti dal governo solo per gli smartphone meno costosi, non certo i suoi. Ma il nazionalismo pare giocare un ruolo, specie nella sfida diretta con Huawei, primo campione cinese preso di mira da Trump e per questo molto supportato dai cittadini. Ora è risorto dalle ceneri e guida pure gli sforzi nazionali di autonoma nel campo dei chip, il tallone che gli Stati Uniti provano a colpire bloccando le esportazioni di Nvidia. A proposito, un altro esempio di coordinamento tra Partito-Stato e imprenditori è il successo di DeepSeek, che ora un gran numero di uffici statali stanno adottando a velocità supersonica.
Mostrare i muscoli
Attenzione: l’impatto per l’economia cinese del divorzio dagli States sarebbe enorme, fino a tre punti di Pil, e difficilmente un piano di stimoli interni potrebbe compensarlo. Al momento si gioca a mostrare i muscoli, la forza va verificata nei fatti. Pechino si attende una guerra prolungata e non nasconde la convinzione che un regime abbia più armi per sostenerla.