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Skype, perché è andata male: per Microsoft e per l'Europa tech

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Gli errori strategici e manageriali sono stati numerosi, nel corso delle varie acquisizioni che hanno riguardato l'azienda estone. E il suo flop - un po' come per quello di Nokia - è stato un passo falso anche per le ambizioni tecnologiche dell'intero continente europeo. Un problema che emerge soprattutto in questi ultimi mesi di confronto serrato tra Europa e Stati Uniti
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Vent’anni fa, quattro chiamate internazionali su dieci passavano da Skype. Com’è stato possibile sprecare questo patrimonio e arrivare nel 2025 a chiudere quel miracolo di business e di tecnologia che era l’azienda (ora la chiameremmo startup) nata in Estonia? Il declino di Skype, fino all’esito fatale di maggio 2025, può sorprendere; ma non è storia rara. È anzi capitato spesso che un’azienda innovatrice si sia ritrovata, nel giro di qualche anno, nelle scomode vesti di un dinosauro. E tante mega acquisizioni tech – come quella di Skype da parte di Microsoft per 8,5 miliardi di dollari nel 2011 – sono fallite, nel corso della storia.

Bene riflettere sul crollo di Skype, però, perché contiene in nuce più di una lezione su errori strategici e manageriali in ambito tecnologico. Con conseguenze molto negative soprattutto per noi europei.

Errori di visione

Per cominciare, c’è il peccato originale dell’innovatore: avere una grande intuizione e fermarsi lì, senza capire che il mondo nel fra…

Vent’anni fa, quattro chiamate internazionali su dieci passavano da Skype. Com’è stato possibile sprecare questo patrimonio e arrivare nel 2025 a chiudere quel miracolo di business e di tecnologia che era l’azienda (ora la chiameremmo startup) nata in Estonia? Il declino di Skype, fino all’esito fatale di maggio 2025, può sorprendere; ma non è storia rara. È anzi capitato spesso che un’azienda innovatrice si sia ritrovata, nel giro di qualche anno, nelle scomode vesti di un dinosauro. E tante mega acquisizioni tech – come quella di Skype da parte di Microsoft per 8,5 miliardi di dollari nel 2011 – sono fallite, nel corso della storia.

Bene riflettere sul crollo di Skype, però, perché contiene in nuce più di una lezione su errori strategici e manageriali in ambito tecnologico. Con conseguenze molto negative soprattutto per noi europei.

Errori di visione

Per cominciare, c’è il peccato originale dell’innovatore: avere una grande intuizione e fermarsi lì, senza capire che il mondo nel frattempo è cambiato. È capitato a Nokia, ignara della rivoluzione touchscreen e smartphone. Skype invece ha perso il treno degli smartphone.

In un’intervista del 2005 per Repubblica, il fondatore Niklas Zennström spiccava una certa ostinata miopia nei confronti del mobile. Skype non ha inventato le telefonate su internet, ma le aveva rese facili e alla portata di tutti, con una tecnologia basata su risorse informatiche condivise (“peer to peer”) degli stessi utenti.

Su computer, però. Quando gli si chiedeva “e il cellulare?”, il fondatore continuava a dire che la tecnologia non era pronta, internet mobile era lento e costoso, “le persone non vogliono telefonare via internet dal cellulare”. Un po’ come Nokia e Rim (Blackberry), secondo cui l’iPhone non sarebbe mai stato di massa perché consumava troppa batteria e rendeva scomodo digitare.

Skype su cellulare era poi arrivato, un po’ in ritardo; ma funzionava male. Ed era in generale troppo complicato aggiungere un nuovo utente. Whatsapp, con la sua immediatezza degli account utente legati al numero cellulare, ha sbaragliato tutto.

Errori manageriali

La sorte di Skype è stata poi segnata anche da acquisizioni poco produttive.

A spiegarlo è Enrico Noseda, già country manager di Skype in Italia: “Pur sperimentando continuamente nuovi servizi e pagamento o accessibili in modalità freemium, per anni l’unica fonte di ricavi costante di Skype sono rimaste le tariffe applicate sulle chiamate verso i numeri fissi e i cellulari, a una frazione del costo applicato dagli operatori tradizionali”. “In questo contesto – dice Noseda, è stata proprio la decisione di aumentare i costi e accelerare la crescita dei ricavi che ha portato, nel giro di pochissimo tempo, alle prime difficoltà: i successivi proprietari dell’azienda hanno lavorato per trasformare un prodotto rivoluzionario in crescita esponenziale in uno strumento di guadagno immediato, senza riuscire a valorizzare nel lungo termine l’enorme vantaggio tecnologico e di customer base accumulato sugli altri competitor”.

Le acquisizioni sono state tormentate, per altro.

“Venduta a eBay nel 2005 in quella che rappresentò la più grande acquisizione nel post “dot-com bubble”, a Silverlake Partners, Index Ventures e Andreessen Horowitz nel 2009 e infine a Microsoft nel 2011 per 8,5 miliardi di dollari, la società è andata incontro a un continuo e irreversibile declino”, dice Noseda. “I repentini passaggi di proprietà nell’arco di pochi anni, con un orizzonte strategico via via più limitato ai risultati di breve periodo, ne hanno frustrato le ambizioni di crescita esponenziale e i processi di innovazione continua”.

Vari esperti notano alcuni errori tattici, inoltre. Dopo l'acquisizione, Microsoft ha imposto diversi redesign e integrazioni (ad esempio con Outlook e Windows 10) che hanno reso Skype meno intuitivo e più lento, meno funzionale.

Poi, quando Microsoft ha lanciato Teams nel 2017, vi ha investito moltissimo, trascurando Skype for Business e poi dismettendolo. Ha così creato confusione tra gli utenti e una progressiva erosione del marchio Skype, che è diventato irrilevante in ambito professionale.

Altre acquisizioni fallite

Altri esempi di acquisizioni andate male, con errori simili: Yahoo ha comprato Tumblr nel 2013 per 1,1 miliardi, ma non ha saputo monetizzare la piattaforma né mantenerne la community. Dopo vari tentativi falliti (inclusa la rimozione dei contenuti “sessuali”), ha rivenduto Tumblr nel 2019 per meno di 3 milioni.

Microsoft ha nel carniere un’altra acquisizione di dubbia efficacia: Nokia nel 2013, per 7,2 miliardi, per poi uscire dal business dei produttori di smartphone nel 2017.

Nel 2015, Microsoft ha svalutato 7,6 miliardi, più di quanto pagato per Nokia. L’unico effetto duraturo è l’esperienza maturata con l’hardware, che ha influenzato la linea dei computer Surface – ma questo è un effetto collaterale, non l’obiettivo originale.

Ma questo è un mercato molto difficile, lo sa anche Google: ha comprato Motorola Mobility – altra gloria tramontata – nel 2011 per 12,5 miliardi e poi l’ha rivenduta tre anni dopo a Lenovo per 2,91 miliardi (anche se Google ha conseguito il vantaggio duraturo di portarsi a casa brevetti Motorola in ambito mobile).

Un flop anche per l'Europa

L’amarezza di Noseda riguarda non solo Skype, ma anche le mancate ambizioni tech dell’Europa. “Se fosse rimasta europea, Skype avrebbe potuto ragionevolmente aspirare a diventare la prima, vera Big Tech del continente, con un impatto significativo sui tempi e le modalità di sviluppo dell’intero ecosistema”, dice. Che sia stata un'occasione mancata lo vediamo soprattutto in questi tempi, quando l'Ue parla di sovranità tecnologica da conquistare per il Continente; a maggior ragione da quando c'è Donald Trump al potere negli Usa.

Qualche impatto positivo c’è stato comunque, spiega Noseda: sono oltre 900 le startup create da ex dipendenti Skype. E c’è un’eredità anche da Nokia, adesso uno dei tre grandi player globali nelle reti 5G, insieme a Ericsson (svedese) e Huawei.

Magra consolazione, se si pensa a quegli anni lì di inizio millennio, quando noi europei svettavamo, giganti tra giganti, nell’olimpo tecnologico mondiale.

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