Economia

Pechino si smarca dagli Usa

Pechino si smarca dagli Usa
Sui dazi reciproci c’è una tregua, il mercato crede a un accordo. Ma intanto la Cina cerca nuovi partner in America Latina

L'ascolto è riservato agli abbonati premium

3 minuti di lettura

E ora? Raggiunta una temporanea e parziale tregua di novanta giorni nella guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, che cosa il mondo deve aspettarsi dalle due economie più importanti del pianeta? Che piani hanno in mente Pechino e Washington affinché questa pausa di tre mesi non sia soltanto un primo accordo destinato ad essere stracciato, ma invece un primo mattoncino importante per arrivare ad una vera de-escalation in una battaglia a colpi di dazi, contro-dazi e ritorsioni che fa malissimo a entrambe?

i rapporti commerciali

L’accordo

Dopo i colloqui a Ginevra, in Svizzera, del 10 e 11 maggio tra il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng, Stati Uniti e Cina hanno deciso di abbassare drasticamente i dazi reciproci per i prossimi 90 giorni. Washington porta le tariffe sui prodotti cinesi dal 145% al 30% e Pechino quelle sulle importazioni statunitensi dal 125% al 10%. La Cina inoltre ha annunciato che “sospenderà o annullerà” anche le misure non tariffarie adottate nei confronti degli Stati Uniti, compreso il controllo delle esportazioni di alcuni minerali critici.

I mercati in questi giorni stanno reagendo tutto sommato bene, anche se la storia insegna che potrebbe volerci molto tempo per raggiungere un accordo dettagliato. Ammesso che sia possibile: il primo mandato di Donald Trump e la guerra commerciale del 2018 ce lo ricordano.

La tregua temporanea fa tirare un sospiro di sollievo alle aziende di entrambi i Paesi. La Cina, almeno pubblicamente, canta sicuramente vittoria. La linea di Xi Jinping di tenere testa a Donald Trump e non piegarsi sta pagando. Pechino prima dei colloqui aveva chiesto una rimozione totale dei dazi: ci sono andati molto vicini. Hu Xijin, ex direttore del tabloid nazionalista Global Times, ha scritto sul suo account Weibo (l’X cinese) che la Cina «non ha ceduto di un millimetro sui propri principi. Penso che questa svolta sia proprio il risultato del coraggio della Cina nel combattere».

«È un accordo senz’altro molto positivo per la Cina. Non tanto per gli Stati Uniti, perché non risolve i problemi che Trump voleva risolvere. Gli Usa non potranno ora ritornare ai livelli di dazi che esistevano prima. E Pechino sa che Washington ora non potrà più usare i dazi come minaccia», spiega ad Affari&Finanza Alicia Garcia Herrero, capo economista per l’Asia di Natixis. «Dal punto di vista degli Stati Uniti, la decisione di allentare la tensione riflette le preoccupazioni relative agli effetti inflazionistici dei dazi e alle interruzioni della catena di approvvigionamento. Per la Cina, questo accordo riduce la pressione sull’occupazione nel settore manifatturiero e sulla sovraccapacità produttiva».

Cosa succede dopo la tregua

Che cosa dobbiamo aspettarci finita la tregua di 90 giorni? «Che i dazi rimangano al massimo del 30%, addirittura la Cina potrebbe riuscire a farseli ridurre. Il problema, piuttosto è per gli altri: per l’Europa, per la Corea del Sud, per il Giappone, per Taiwan. La Cina è riuscita ad ottenere molto, il che farà sì che gli Stati Uniti vogliano ancora avere degli introiti tramite i dazi da altri Paesi. Washington manterrà un livello di dazi per l’Europa simile o superiore a quello che ha accordato al Regno Unito. Per noi europei il fatto che la Cina sia riuscita a ottenere questo accordo è un problema. Se i dazi americani nei confronti dei cinesi si abbassano ancora di più, la competitività dell’Europa per il mercato americano si riduce. Questo danneggia gli interessi delle ditte europee». Per la Cina, dunque, è andata molto bene, commenta l’economista. «Anche se la sua economia non se la passa però bene. È vero che i dazi ora sono più bassi, ma le aziende non si fidano. Penso che la crescita della Cina quest’anno sarà inferiore al 5%: forse il 4% o addirittura il 3,5%». «Speriamo che entrambe le parti continuino a dialogare per risolvere le divergenze ed evitare l’adozione di misure che potrebbero interrompere il commercio globale e causare danni collaterali a chi si trova nel mezzo del fuoco incrociato», commenta la Camera di Commercio europea in Cina.

Le alternative di Pechino

Il mercato americano per i cinesi resta fondamentale, ma Pechino si muove — e di certo non da ora — verso alternative più allettanti. Per contrastare Trump Pechino ha mandato in questi mesi i suoi diplomatici migliori in giro per tutto il mondo in una campagna di “charme offensive” e denunciare il “bullismo” degli Stati Uniti. Xi stesso ha visitato Vietnam, Malaysia e Cambogia ad aprile, sta provando a ricucire con l’Europa preparandosi a ricevere a luglio il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, e martedì scorso ha riunito nella capitale cinese i leader dei Paesi latinoamericani e caraibici. «Il bullismo e l’egemonia portano solo all’autoisolamento». Xi non ha menzionato direttamente gli Usa, ma il messaggio era chiaro. Far vedere che è Pechino la potenza su cui si può contare, e non Washington. E fare fronte comune per opporsi alle «prepotenze» statunitensi. Un’opera di corteggiamento che sta riuscendo. Xi ha firmato infatti 20 accordi col presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva (in settori quali lo sviluppo strategico, la scienza e la tecnologia, l’agricoltura, l’economia digitale, la finanza, i media). Pechino ha dedicato anni, sin dal primo mandato di Trump, a ridurre la propria dipendenza dagli Stati Uniti per le importazioni chiave, acquistando più prodotti agricoli da partner nei mercati emergenti proprio come il Brasile. Il governo brasiliano ha anche annunciato che le aziende cinesi investiranno 27 miliardi di real in Brasile, inclusi 6 miliardi del gruppo automobilistico cinese Great Wall Motors e l’acquisto di una miniera di rame nello stato nord-orientale brasiliano di Alagoas da parte del gruppo cinese Baiyin Nonferrou. Mentre il colombiano Gustavo Petro ha portato ufficialmente Bogotà dentro la Via della Seta cinese. Un’altra bandierina rossa piantata da Xi in America Latina, segno della crescente presenza economica (e influenza politica) cinese in una parte di mondo che Washington ha sempre considerato il proprio “cortile di casa”.

I commenti dei lettori