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Vento a sfavore per l’eolico offshore

Quello di Renexia a Taranto è l'unico impianto nel Mediterraneo 

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Il settore è di nuovo rimasto a secco degli incentivi previsti dal decreto Fer 2, ma a pesare sono anche gli intoppi alle catene di approvvigionamento
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MILANO – Niente incentivi per l’eolico offshore al largo delle coste italiane. Ancora una volta, la tecnologia è rimasta fuori dalle aste del decreto Fer 2 che, dal prossimo 7 luglio, assegnerà 55 megawatt di capacità a prezzi agevolati tra fotovoltaico galleggiante e impianti a biogas o altre biomasse. Il regime, in vigore fino al 2028, era stato pensato per supportare le rinnovabili innovative o con costi di generazione elevati. Proprio come le pale in mezzo al mare.

Un futuro in bilico

Comprensibile, dunque, l’indignazione dell’associazione di categoria, Aero, che in assenza di aste per il 2025 teme che il settore non possa contribuire al raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione al 2030. Non stupisce nemmeno la preoccupazione degli imprenditor…

MILANO – Niente incentivi per l’eolico offshore al largo delle coste italiane. Ancora una volta, la tecnologia è rimasta fuori dalle aste del decreto Fer 2 che, dal prossimo 7 luglio, assegnerà 55 megawatt di capacità a prezzi agevolati tra fotovoltaico galleggiante e impianti a biogas o altre biomasse. Il regime, in vigore fino al 2028, era stato pensato per supportare le rinnovabili innovative o con costi di generazione elevati. Proprio come le pale in mezzo al mare.

Un futuro in bilico

Comprensibile, dunque, l’indignazione dell’associazione di categoria, Aero, che in assenza di aste per il 2025 teme che il settore non possa contribuire al raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione al 2030. Non stupisce nemmeno la preoccupazione degli imprenditori, dopo le cifre ingenti investite negli anni. Riccardo Toto, direttore generale di Renexia, propone di rivedere il decreto, dove il contingente allocato all’eolico a mare è di 3,8 gigawatt: a suo avviso, per consentire lo sviluppo di una vera filiera industriale si dovrebbe ragionare su un obiettivo di almeno 15 GW al 2040, con un target intermedio al 2030 di 8-10 GW.

In Italia un solo impianto e 130 progetti

Ma anche alzando l’asticella non si risolverebbe il problema di base. Senza incentivi per sostenere gli operatori nelle prime fasi, l’intera industria dell’eolico offshore rischia di rimanere ai box. A oggi in Italia - come in tutto il Mediterraneo - c’è un unico impianto attivo al largo di Taranto. Ha una capacità di 30 megawatt ed è gestito da Renexia.

Oltre a questo, la filiera sta lavorando a 130 progetti per un totale di circa 90 GW, per cui è già stata richiesta la connessione alla rete di Terna. Di questi però, rileva Aero, solo per 23 progetti (16,5 GW) è stato avviato l’iter di valutazione di impatto ambientale (Via) presso il ministero dell’Ambiente (Mase). Inoltre, per poter aprire i cantieri sarà necessario ottenere anche l’autorizzazione unica, che coinvolge la comunità locale e non sempre è una conseguenza immediata della Via.

In Europa i numeri sono altri

L’Europa gioca tutta un’altra partita. Oltre 6.500 turbine sono allacciate alla rete elettrica, per un totale di 36,6 GW di capacità. Metà di quella mondiale. Anche le ambizioni sono differenti: l’Italia punta a raggiungere alla fine del decennio 2,1 GW generati dall’eolico offshore (sui 131 da fonti rinnovabili), mentre a livello comunitario gli Stati membri hanno fissato l’obiettivo a 111 GW, quasi raddoppiando il target di 60 GW stabilito dalla Commissione Ue nel 2020.

«Di certo il Regno Unito vanta una lunga esperienza nel settore, ma anche qui in Italia siamo riusciti a partire, nonostante l’assenza di regole chiare e un quadro normativo da migliorare». A parlare è Ksenia Balanda, general manager della joint venture Nadara-BlueFloat Energy per l’Italia, che è al lavoro su sei progetti per le coste del Bel Paese. «Non ci sono tante alternative: la terra a disposizione sta finendo, ma abbiamo migliaia di chilometri di acque che possono ospitare le tecnologie galleggianti», prosegue.

L’eolico offshore potrebbe dare nuovo smalto a Taranto

Un settore più strutturato rappresenterebbe un’occasione anche per le industrie dell’indotto, a cominciare da quelle dell’acciaio. «Abbiamo firmato gli accordi per costruire una fabbrica di turbine nell’area di Taranto», riprende a raccontare Toto di Renexia. «In una recente riunione con il ministro Urso, abbiamo anche dato la disponibilità ad assorbire una parte degli esuberi dell’ex-Ilva, se mai ci saranno. Lo stesso approccio lo stiamo adottando anche in Abruzzo, dove siamo in contatto con produttori di componenti per l’auto che potrebbero essere riconvertiti a servizio della filiera dell’eolico offshore, e in Sicilia per fasi costruttive diverse».

Di fronte all’isola, Renexia progetta di costruire un parco eolico galleggiante di al massimo 190 turbine, in grado, da solo, di superare il target italiano di capacità con 2,9 GW, per un valore di 9,5 miliardi di euro. «È un investimento, più che un costo, per il Paese, date le ricadute sul profilo economico e sociale che potrebbe avere sul territorio, oltre al contributo alla sicurezza e all’indipendenza energetica». Dare una forma più industriale al giovane comparto potrebbe rilanciare alcuni settori oggi in affanno, come la meccanica di precisione, e rafforzare i cantieri navali e le infrastrutture portuali. Nel complesso, Renexia stima per la filiera un giro d’affari intorno ai 60 miliardi, capace di creare almeno 10 mila nuovi posti di lavoro.

Epc contractor e fondi, le altre anime del settore

Anche Saipem è attiva nel mercato dell’eolico offshore come Epc contractor per l’installazione e la costruzione di parchi eolici e come fornitore della tecnologia. Ha installato il primo complesso galleggiante al mondo, il progetto Hywind per Equinor in Scozia, e di recente ha siglato un accordo di collaborazione con Divento, partnership tra Copenhagen Infrastructure Partners (Cip), GreenIT (joint venture tra Plenitude e Cdp Equity) e i co-fondatori dei progetti, 7Seas Windpower e NiceTechnology. Un esempio di come il settore attiri l’attenzione dei grandi fondi internazionali.

Il portafoglio di Divento è focalizzato sull’Italia, dove vanta cinque progetti in sviluppo, per una capacità complessiva pari a circa 3 GW e una produzione annua di quasi 8 TWh di energia green, che sarebbe in grado di soddisfare i consumi elettrici di circa tre milioni di famiglie. L’ambizione, dice la società, è aprire i primi cantieri italiani entro la fine del decennio.

I dubbi sul settore non sono solo regolamentari

Le difficoltà a ingranare la marcia non possono però essere ricondotte solo ai mancati incentivi. «Il settore ha attraversato recentemente un periodo di forte turbolenza, con la crescita dei prezzi delle materie prime e gli intoppi sulla catena di approvvigionamento che hanno determinato un incremento del costo della tecnologia e un impattato sulla profittabilità degli investimenti dell’eolico offshore più che di altre fonti rinnovabili», commenta Lorenzo Moavero Milanesi, senior partner McKinsey.

Ricadute pesanti si sono avvertite in Inghilterra e Danimarca, dove alcune aste sono andate deserte, perché i termini stabiliti dai governi anni prima non tenevano conto del rincaro delle commodity e dell’aumento dei tassi di interesse.

«Inoltre l’Italia, per la profondità dei suoi fondali, richiede l’utilizzo della tecnologia flottante, a oggi meno usata e quindi meno competitiva», gli fa eco Tommaso Cavina, partner della società di consulenza. Infine, va considerata anche la ventosità del Mediterraneo, minore di quella dei mari del Nord. È indubbio che la strada da percorrere per ottenere una fonte in grado di diversificare il mix energetico del Paese sia ancora lunga. L’industria si dice pronta, adesso vanno sciolti gli ultimi dubbi.

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