Grandi manovre lungo tutta la filiera per fronteggiare il nuovo scenario commerciale imposto dal presidente statunitense Donald Trump. Le stanno mettendo in campo le aziende italiane operanti nel mercato a stelle e strisce, dopo che sono state alzate barriere nei confronti della Cina e in vista di possibili nuove misure verso l’Unione Europea. «Già da prima del Liberation day in cui sono stati annunciati i dazi - osserva il partner di Kpmg Massimo Fabio, responsabile trade & customs - molte aziende italiane avevano intrapreso azioni di mitigazione». Basti pensare al gruppo degli pneumatici Pirelli, per il quale gli Stati Uniti generano oltre il 20% dei ricavi. La domanda nel Paese è soddisfatta per il 5% circa localmente, grazie allo stabilimento in Georgia, e per il resto con importazioni dal Messico, dal Brasile e dall’Europa. Pirelli ha di recente rimodulato il piano di mitigazione anticipato a febbraio, prevedendo tra l’altro un temporaneo incremento delle scorte, un adeguamen…
Grandi manovre lungo tutta la filiera per fronteggiare il nuovo scenario commerciale imposto dal presidente statunitense Donald Trump. Le stanno mettendo in campo le aziende italiane operanti nel mercato a stelle e strisce, dopo che sono state alzate barriere nei confronti della Cina e in vista di possibili nuove misure verso l’Unione Europea. «Già da prima del Liberation day in cui sono stati annunciati i dazi - osserva il partner di Kpmg Massimo Fabio, responsabile trade & customs - molte aziende italiane avevano intrapreso azioni di mitigazione». Basti pensare al gruppo degli pneumatici Pirelli, per il quale gli Stati Uniti generano oltre il 20% dei ricavi. La domanda nel Paese è soddisfatta per il 5% circa localmente, grazie allo stabilimento in Georgia, e per il resto con importazioni dal Messico, dal Brasile e dall’Europa. Pirelli ha di recente rimodulato il piano di mitigazione anticipato a febbraio, prevedendo tra l’altro un temporaneo incremento delle scorte, un adeguamento della politica commerciale e una ulteriore riduzione dei costi.
In un contesto di incertezza estrema, il colosso degli alcolici Campari, che vende per il 47% nelle Americhe, si è limitato a dichiarare nella nota sulla trimestrale che «si focalizza sui fattori che possono essere controllati, tra cui la riduzione della leva finanziaria, la qualità dell’execution commerciale, la disciplina in materia di prezzi, nonché lo snellimento del portafoglio, non prevedendo acquisizioni».
Come Pirelli, anche De’ Longhi ha di recente aumentato le scorte, anticipando gli approvvigionamenti per il mercato americano, dove non possiede stabilimenti. Inoltre, il gruppo trevigiano ha ridotto le produzioni in Cina aumentando quelle nel Sud-est asiatico e in Europa per le macchine da caffè e gli altri piccoli elettrodomestici destinati al mercato statunitense.
Simulazione con ipotesi di dazi europei al 20%
«Una delle direttrici su cui oggi si opera di più - nota Fabio - è la riqualificazione dell’origine o origin engineering, che prevede la disaggregazione della filiera per modificare il luogo dove avviene l’ultima lavorazione sostanziale, da cui proviene l’etichetta made in. Una mossa determinata dal fatto che l’obiettivo del Liberation day è stato principalmente quello di mettere nel mirino le merci prodotte in Cina, dove molti gruppi possiedono fabbriche con le quali negli ultimi anni hanno servito il mondo. Va però rilevato che l’anno scorso, adducendo la mancanza di una giustificazione economica, l’Ue aveva negato a Harley Davidson l’origine tailandese delle motociclette dopo che il gruppo americano aveva riorganizzato la catena produttiva per eludere i dazi europei. Ciò potrebbe rappresentare un precedente che gli Usa potrebbero utilizzare a loro favore».
Proprio nel giorno del Liberation day, il 2 aprile, il vicepresidente esecutivo di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, aveva rivelato: «In queste ore abbiamo il nostro amministratore delegato e un nostro team ad Atlanta» per avviare discussioni con l’obiettivo di «aumentare la capacità produttiva negli Usa». Tuttavia, non si può escludere che il rafforzamento di Pirelli negli States incontri ostacoli e/o restrizioni a causa della presenza nell’azionariato del primo socio cinese Sinochem, al 37% della Bicocca.
In generale, come sottolinea Fabio, un’altra strada che le aziende italiane hanno deciso di percorrere per rispondere al nuovo quadro commerciale «è realizzare direttamente il prodotto in territorio statunitense». Una mossa che però, avverte l’esperto di Kpmg, «potrebbe essere meno conveniente per chi ha un brand molto forte legato al made in Italy. Tra l’altro, chi sposta la produzione in Usa, ha assicurato il vicepresidente JD Vance, sarà ricompensato, magari con agevolazioni fiscali».
C’è chi negli Stati Uniti è già presente con impianti produttivi. È il caso di Interpump, che ancora nella presentazione dei conti trimestrali specificava che «gran parte dei prodotti venduti in Usa è realizzata localmente», dato che negli States il gruppo può contare su 11 società tra operative e commerciali, mentre «i beni importati derivano principalmente da aziende europee». Un altro esempio è la società di cosmetici Intercos, che possiede due impianti operativi oltreoceano. «Questo - spiega Renato Semerari, ceo di Intercos - ci consente di mitigare gli effetti dei dazi in modo più rapido ed efficiente rispetto ai nostri competitor e agli stessi clienti, i cui impianti produttivi sono spesso concentrati in poche aree geografiche».
Proprio nei giorni scorsi, Ariston Group ha annunciato un joint venture con Lennox per crescere sul mercato degli scaldacqua in Nord America. «Questo accordo - dichiara Paolo Merloni, presidente esecutivo di Ariston Group - è strategico per la nostra crescita in Nord America, il più grande e profittevole mercato di scaldacqua al mondo». Quanto ai dazi, «non prevediamo alcun impatto, perché i prodotti che Ariston fornirà a Lennox sono interamente conformi all’accordo Usmca, il trattato commerciale che ha preso il posto del Nafta nel luglio del 2020, durante la prima presidenza Trump, e che consente di produrre all’interno dell’area nordamericana secondo requisiti precisi di origine e trasformazione. I nostri prodotti - esemplifica Merloni - sono realizzati nello stabilimento di Saltillo, in Messico, con una filiera pienamente allineata all’accordo. Questo ci consente di movimentare liberamente le merci tra Usa, Canada e Messico senza incorrere in dazi doganali, un vantaggio competitivo rilevante rispetto a chi importa da fuori area. Operare con una catena di fornitura integrata nella regione Usmca è per noi una scelta strategica: a oggi, ci offre solidità industriale e protezione rispetto alle incertezze geopolitiche e tariffarie».
LU-VE, gruppo produttore di scambiatori di calore e di sistemi di raffreddamento, si è di recente rafforzato in Cina, raddoppiando l’impianto di Tianmen, e conta di muoversi in maniera analoga anche in Usa, con l’ampliamento dello stabilimento in Texas. In questo modo, racconta il presidente e ceo Matteo Liberali, «siamo ben posizionati per supportare la crescita esponenziale in particolare nel settore dei data center. La nostra strategia di espansione locale su locale non solo rafforza la resilienza contro le fluttuazioni dei dazi commerciali, ma ci posiziona strategicamente per servire meglio i mercati chiave come Europa, Cina e Stati Uniti. Siamo consapevoli dei rischi legati al clima geopolitico - conclude Liberali - e proprio per questo abbiamo strutturato la nostra presenza produttiva per essere il più possibile autonomi e resilienti».