L’economista Moretti: “Il lavoro industriale non tornerà, tanto meno con i dazi di Trump”
di Filippo SantelliROMA – Nel 2012 Enrico Moretti scrisse un libro profetico. “La nuova geografia del lavoro” raccontava gli Stati Uniti divisi in due: una serie di poli dell’innovazione dove ricchezza e lavoro si stavano moltiplicando, e un immenso entroterra impoverito dalla desertificazione industriale. In quella spaccatura c’erano già i semi della rivolta MAGA contro la globalizzazione e del successo di Trump: «Ma non saranno i suoi dazi a riportare indietro il lavoro», dice Moretti, professore all’Università della California.
Tutto l’Occidente cerca di invertire la deindustrializzazione. È sensato?
«Ha senso che ogni Paese si focalizzi sui settori dove ha un vantaggio comparato, che per l’America e grosse parti dell’Europa significa i servizi ava…
ROMA – Nel 2012 Enrico Moretti scrisse un libro profetico. “La nuova geografia del lavoro” raccontava gli Stati Uniti divisi in due: una serie di poli dell’innovazione dove ricchezza e lavoro si stavano moltiplicando, e un immenso entroterra impoverito dalla desertificazione industriale. In quella spaccatura c’erano già i semi della rivolta MAGA contro la globalizzazione e del successo di Trump: «Ma non saranno i suoi dazi a riportare indietro il lavoro», dice Moretti, professore all’Università della California.
Tutto l’Occidente cerca di invertire la deindustrializzazione. È sensato?
«Ha senso che ogni Paese si focalizzi sui settori dove ha un vantaggio comparato, che per l’America e grosse parti dell’Europa significa i servizi avanzati e l’industria più tecnologica, ad alta intensità di investimenti e di occupazione qualificata. Non ha senso per i giocattoli, il tessile o l’acciaio».
Trump ne fa una questione di sicurezza nazionale.
«L’argomento è valido ma si applica a una parte molto limitata della manifattura. Penso ai chip per l’Intelligenza artificiale, una produzione da mantenere per non essere esposti a rischi strategici. Biden lo aveva fatto con incentivi per la reindustrializzazione senza precedenti, probabilmente comunicati male e non percepiti nella loro reale portata».
Trump ci riuscirà con i dazi?
«Difficile immaginare grandi investimenti con questa incertezza, senza sapere quali saranno le merci colpite e il livello dei dazi. Ma anche se ipotizzassimo che l’amministrazione a un certo punto dia indicazioni chiare, e lo considero improbabile, potrebbe tornare solo una parte marginale di produzione, e solo nel lungo periodo. L’impatto sull’occupazione industriale sarebbe molto limitato».
Perché?
«Ormai la manifattura avanzata ha alta intensità di capitale e bassa di lavoro, in una fabbrica sono soprattutto macchine a produrre e il declino occupazionale è comune a tutti i Paesi occidentali. In secondo luogo i dazi avranno un impatto negativo su consumatori e aziende, distruggendo occupazione in molti altri settori».
Un divorzio completo degli Stati Uniti dalla Cina e le sue fabbriche è pensabile?
«Con tariffe estreme le importazioni dalla Cina collasseranno, ma gran parte di quella produzione si sposterà in altri Paesi come Vietnam e Messico, come successo nel 2018».
Sarà recessione?
«Se le tariffe reciproche verranno riattivate una recessione globale sarebbe probabile. Ma non si può escludere neanche se restassero al 10%, nel caso di divorzio con la Cina».
Che effetti avrà il tentativo di Trump di ridefinire l’ordine economico globale?
«Il vero costo di lungo periodo di questa follia è la perdita di credibilità e attrattività degli Stati Uniti, che negli ultimi anni – grazie a un aumento di produttività e a un progresso tecnologico senza pari – sono stati una calamita per gli investimenti esteri. L’America è stata sempre considerata un Paese dove si rispettano le leggi, con un nocciolo di politiche non partigiane, ora sembra la Repubblica delle banane. Anche se l’amministrazione rivedesse le proprie decisioni l’equilibrio che garantiva agli Stati Uniti e al dollaro il ruolo di porto sicuro si è rotto. Per le università poi con il taglio dei fondi si annunciano anni molto duri, il rischio di una fuga di cervelli è concreto».
Per l’Europa può essere un’opportunità?
«Nel breve l’Europa corre il rischio di subire il dumping dei prodotti cinesi che cercheranno nuovi mercati. Nel medio e lungo periodo potrebbe essere un’occasione, ma solo se riuscirà a chiudere un accordo con la Cina e rilanciare le sue politiche industriali».
Quale dovrebbe essere la priorità?
«Investire in ricerca e sviluppo, fattori chiave del ritardo rispetto agli Stati Uniti».
È possibile difendere le industrie più tradizionali e i relativi posti di lavoro?
«Durante la transizione vanno difese, ma le dinamiche secolari non si possono invertire. I centri industriali che nel mondo sono riusciti a superare il declino e tornare a livelli di occupazione precedenti hanno in comune l’alto livello di capitale umano. Per farcela bisogna investire in istruzione e ricerca, nell’hi-tech e nei servizi avanzati».